Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Compagni segreti

Viaggiare vuol dire strofinare il cervello contro quello degli altri.

«Che cosa straordinaria possono essere i libri. Ti fanno vedere posti in cui agli uomini succedono cose meravigliose».

«Così càpita che nella vita incroci un libro, magari quello da cui meno ti aspetti qualcosa, e càpita che cambia tutto, e cambi tu. Questo è il bello».

Viaggiano con noi, innescano il desiderio di partire, sfiorano paesaggi che abbiamo abitato nell’infanzia e che hanno poi messo radici dentro provocando inattesi cortocircuiti, ci smarriscono in uno scenario lontanissimo nonostante la poltrona di casa a cui ci aggrappiamo con tutte le nostre forze, accorciano la distanza tra la stazione di partenza e quella d’arrivo. E quando li chiudiamo, quando ci inducono al ritorno, scopriamo che la risposta cercata – quella per la quale hai intrapreso il viaggio – era già lì, nel punto dal quale abbiamo preso le mosse.

«I libri non finiscono anche quando finiscono. Continuano ad abitare nella nostra testa. Chiudi il volume che hai tra le mani, alzi gli occhi e tutto ti sembra un po’ diverso da come era prima. Ma stavolta non sono le cose ad essere cambiate. È cambiato il tuo modo di vederle».

È su questa geografia emozionale, i cui confini si spostano con il nostro procedere fino a far toccare latitudini e stati d’animo tra loro lontanissimi, che Paolo Di Paolo costruisce il suo viaggio, accompagnato da 19 scrittori – alcuni scettici, altri perdutamente innamorati dell’altrove – e dai loro zaini, in cui sono custoditi i viaggi e le sperimentazioni di altri scrittori che li hanno preceduti – quasi una sorta di compagni segreti – e sulle cui tracce – a volte senza saperlo, altre consapevolmente – la loro scrittura ha imparato a interrogare la vita, il tempo e i luoghi. Perché non si viaggia per scriverne, come non ci si innamora per scrivere d’amore.

«Gli scrittori orientano il nostro sguardo, lo educano. […] Perché ci spingono a compiere prima di tutto un viaggio di pensiero». Recuperando talora la marginalità, i «nomi intrappolati nelle note a pie’ di pagina, i libri dimenticati, quelli di cui nessuno parla. Finché non li incontri per caso, finché non ti capitano tra le mani, quei nomi, quei libri sono addormentati, o forse addirittura morti. Ecco perché penso alla lettura e alla scrittura come a un fantastico incrocio dei destini».

«Se vivo in un’isola che credo deserta e all’improvviso vedo l’orma di un uomo che non sono io? Il paesaggio cambia, si trasforma completamente. Da disabitato diventa abitato. È qui che comincia l’avventura dello scrivere: da questo riconoscersi – grazie alle orme lasciate dagli altri – parte di un mondo abitato».

In simbiosi con l’idea del viaggio, la scrittura diventa così «un altro modo di camminare, perché anche nella scrittura fai un passo dopo l’altro, una parola dopo l’altra, disegni delle mappe che poi dimentichi, ti perdi (perdersi è bellissimo), non sai dove arrivi». E diventa anche responsabilità della parola, «ricomposizione, ricucitura degli strappi, estrema forma del ritorno: quello che conduce a sé stessi».

Perché la scrittura nasce dalla distanza, distanza da un viaggio, da un incontro, da un accadimento. «Tutto ciò che non ci ha segnato, cade, e lo dimentichiamo. Quello che ci resta dentro, invece, spunta all’improvviso, si fa sentire nei modi più insoliti». E dall’imprevedibile incrocio di destini nascono le storie, la voglia di raccontarle, il desiderio di intraprendere – grazie alla scrittura – «il più libero e avventuroso dei viaggi».

Dopo aver passato tanto tempo con uno scrittore, con un filosofo, o anche con un personaggio di fantasia, ti accorgi che questa presenza è entrata nella tua vita. E, prima o poi, sei preso dalla voglia di metterti in viaggio, sulle sue tracce. Vuoi che quei luoghi facciano parte anche dei tuoi ricordi.

(- continua -)


Ogni viaggio è un romanzo. Libri, partenze, arrivi
a cura di Paolo Di Paolo
Laterza, Roma-Bari 2007

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