Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Disincontri

Tra le isole fantastiche dell’Isolario di Ernesto Franco vi è l’isola delle biblioteche, dove la caccia alle farfalle multicolori è proibita ed è stata decisa la riduzione di ogni libro a un’unica copia. Qui il ragno bibliotecario è solito tessere la sua tela tra un libro «e tutti gli altri cui, per citazioni o sottintesi, esso rimanda». Accade, in seguito, che nella storia di Pepe Usodimare l’ultimo atto sia un ordine superiore impartito dal registro navale della «città ricurva» – una Genova [in]nominata alla Calvino già in Vite senza fine – tramite una donna dai modi spicci e disincantati, ex entomologa che ama le farfalle e perciò le uccide, essendo «la massima esperta della loro instabile psicologia». Accade anche che in una delle tante folgorazioni di irrealtà il sussurrare in portoghese os piratas risvegli irrimediabili connessioni con Long John Silver, e che il clandestino di turno – in tono con l’ultimo viaggio – custodisca gelosamente una copia di Moby Dick spacciandola per una Bibbia bugiarda, in cui si racconta di una balena bianca che è sempre la stessa dalla notte dei tempi, e sopravvive ad ogni viaggio ed ogni addio, indifferente ai destini che gli uomini sono costretti ad accettare.

È il racconto – ricostruito da un ispettore di una compagnia di assicurazioni attraverso la memoria di un personal computer e quella di un vecchio nostromo – di un viaggio, l’ultimo del cargo Bahia Inutil e del “suo” capitano, Pepe Usodimare. Un viaggio necessario al congedo da sé e dalla propria vita di cui la nave rappresenta simbolicamente la sintesi, stive e segreti compresi. Come quello legato ad una donna solo disincontrata, quel tanto che basta ad appartenere alla sua nave e alla sua vita.

Dunque il racconto di un addio, con il cargo venduto da una compagnia boliviana che fa capo a una finanziaria svizzera, acquistato dalle acciaierie di Bombay, ormeggiato nel porto di Aden e infine spiaggiato, come un gigantesco chiodo esausto, sulla spiaggia di Chittagong, in Bangladesh, in attesa della sua demolizione. Un percorso senza patria e senza senso in cui si riflette la “serie di voli” intorno al mondo che il capitano prende, per raggiungerlo (da Cuba ad Aden via Mosca-Francoforte-Sofia-Atene-Beirut-Il Cairo-Abidjan) e assumerne il comando, per l’ultima volta, e fare i conti con la sua vita sradicata, in lotta contro il tempo, l’ultimo concessogli.

«Ancora una volta per l’ultima volta».

È questo il senso dell’ultimo viaggio del capitano Pepe Usodimare e di ogni addio che si rispetti. Dirlo e rimandarlo. Differirlo. Regalargli durata.

In tale durata si snoda la storia di disincontri e di bilanci, tracciata sulla rotta di imbarcazioni fantasma, di pirati e incubi letterari, ma soprattutto dentro il cargo Bahia Inutil, custode di un mistero che non salverà nessuno tra i protagonisti.

«Il disincontro è l’incontro che sarebbe potuto avvenire. Anzi, che sarebbe dovuto avvenire. Ma che, per una imperscrutabile ragione, non si è dato. Si era nello stesso posto, ma per millesimi di secondo diversi. Si era nello stesso minuto, ma in due stanze lontane. Si è sentita la stessa emozione, ma in due epoche della vita dispari. L’incontro, in qualche modo, c’è, ma non avviene del tutto. È quando trovi le parole il minuto dopo. Quando ti viene il gesto davanti a chi non può comprenderlo».

Quando viene meno la ragione del viaggio, anche il mare esige dimenticanza.


Ernesto Franco
Usodimare. Un racconto per voce sola
Il melangolo, Genova 2007

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Questa voce è stata pubblicata il 23 luglio 2007 da in Ernesto Franco, Robert L. Stevenson con tag , .

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