Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Ceneri

Gli inglesi impazziscono per lei, la città whitewashed, le sue case imbiancate e i suoi trabucchi, elogiandola dalle colonne del «Daily Telegraph» dopo che un inviato, sotto mentite spoglie, vi ha trascorso le sue vacanze con tanto di famiglia al seguito.

«Si arriva sul Gargano dalle ampie pianure di Puglia, il granaio d’Italia, e il paesaggio si trasforma immediatamente. L’odore del pino è ovunque, e la vita sembra scorrere più lentamente», annota il giornalista, che una volta giunto a Peschici non può fare a meno di innamorarsi della «sua architettura semplice che ricorda la Grecia come parte della sua cultura», del trabucco, «un antico attrezzo da pesca, costruito in legno di pino, simile ad una bilancia», dei suoi tramonti, «molto simili ai paradisi tropicali», del clima perfetto e di quell’ospitalità innata che a queste latitudini scorre nel sangue.

Non ci vuole molto a dargli ragione, d’altronde. Appollaiata e guardinga, Peschici domina una baia fra le più belle d’Italia. Qui la costa è punteggiata da grotte pennellate da una tavolozza sovrannaturale dove il verde dei pini d’Aleppo si specchia nell’azzurro cristallino del mare, ma anche da una teoria di silenziose sentinelle di pietra, le antiche torri di avvistamento costruite a protezione dalle scorrerie turche, e dai caratteristici trabucchi, complessi sistemi di pesca con le reti, usati in Puglia solo nella zona garganica dove li si può osservare aggrappati agli scogli più grandi o quasi sospesi a mezz’aria, tra le acque e la roccia a picco, con le loro lunghe braccia regolate da carrucole e funi protese al mare.

Qui i luoghi hanno una storia abitata da epoche remotissime e scandita nel tempo. Punta Manaccore con i suoi ipogei e la sua civiltà rupestre tipicamente mediterranea. Monte Pucci con le sue tombe paleocristiane, sorvegliate dal poderoso torrione quadrangolare dal quale lo sguardo spazia lungo l’intera costa. L’abbazia benedettina di Kàlena, riverbero di tempi e poteri irradiati dalle isole Tremiti e tassello di valore inestimabile nel mosaico di culti e pellegrinaggi della Montagna Sacra all’Arcangelo Michele.

Una “rupe a picco sul mare”. Questa, per alcuni, l’interpretazione del suo nome. Rupe il cui giro di costa inizia con la litoranea che scorre alta da nord, tra i pini, e volge a Rodi, lungo la quale si insinua la caletta di Calenella, capolinea di quella suggestiva ferrovia del Gargano che viaggia al ritmo di altri tempi.

Altri vi leggono due parole quasi esotiche, pesek e cist: “sabbia pura”. Una rarità, la sabbia, stretta tra il verde mediterraneo e la roccia lucente, sovrastata da un grappolo di case bianchissime e lambita da un mare che ancora racconta storie lontane e suggestive.

Come quelle lente e dondolanti appese ai trabucchi ancora funzionanti. Come quella che portò qui gli Slavi a scacciare i Saraceni, o i Normanni ad innalzare una fortificazione. O come le tante storie di grazia ricevuta testimoniate da una delle flotte più straordinarie che uomini di mare possano riunire insieme. Basta spingersi ad un paio di chilometri fuori dal paese, varcare la soglia del piccolo santuario dedicato alla Madonna di Loreto, grande quanto una grossa barca, e stupirsi. È il santuario che un gruppo di pescatori di Peschici decise di costruire per atto di devozione verso la Madonna il cui intervento miracoloso aveva permesso loro di salvarsi in una notte di tempesta. I pescatori sciolsero il loro voto costruendo la cappella grande quanto la loro barca, riempiendola di ex voto marinari a forma di barche, remi e velieri. La Madonna di Loreto viene ricordata ogni secondo lunedì dopo Pasqua, quando gli abitanti del paese vi si recano ed è usanza consumare i tipici dolci pasquali a forma di cestelli con le uova sode chiamati canestredd.

Al centro storico si ascende lentamente, da una strada sinuosa di soli tornanti. Il nucleo antico di Peschici, il cosiddetto Recinto baronale, è raccolto in un abbraccio impercettibile, quello delle antiche mura e del castello che sorge all’estremo lembo dello sperone roccioso, le Ripe, presidio naturale a picco sul mare. Due porte, quella “del Ponte” e quella “di basso”, hanno reso per secoli la cittadella pressoché inespugnabile. La torre del Ponte permetteva di comunicare visivamente con segnali di fumo, attraverso le torri di Manacore, Usmai e Calalunga, con la città di Vieste, e attraverso la torre di Montepucci con la città di Rodi. Prima della rifondazione slava, avvenuta nel Cinquecento, vi erano solo la Torre “delli Prigionieri” e poche casette dentro Peschici vecchia. L’intero nucleo abitativo fu ricostruito dalla porta della Piazza sino al castello, baluardo di pietra grigia e feudale all’interno del sistema turrito dipanato lungo il filo di costa.

Ricco di scorci suggestivi, è scandito dalle sue case bianche di calce impigliate in un fitto reticolo di stradine in salita, dalle tipiche cupole dei tetti che rimasero impresse alla viaggiatrice americana Catherine Hooker che negli anni Venti del secolo scorso viaggiò avventurosamente nel promontorio garganico, da un cammino irregolare ed aspro che ne tradisce la natura aggrappata alla roccia.

Lo si può percorrere partendo dalla torre del Ponte, dall’arco monumentale e dalla piazza del Popolo, in cui confluiscono un fascio di stradine tutte case e botteghe, ma anche seguendo l’itinerario delle 16 porte, un suggestivo percorso artistico ideato e realizzato vent’anni fa da Gerardo Gerardi.

Si può arrivare fino alla chiesetta di S. Michele, senza fare torti al patrono cittadino – sant’Elìa – e alla sua casa; o alle abitazioni rupestri in via Borghetto, sul mare, dalle quali la stessa Hooker rimase assai colpita.

O si può indugiare in qualche laboratorio di vasaio, affacciarsi lungo il cammino alla balconata che si sporge verso il mare e monte Pucci, attardarsi in qualche forno per gustare le tipiche focacce e le loro mille varianti profumate di peperoni, pomodori, capperi e rosmarino.

“E la vita sembra scorrere più lentamente…”.


Scrissi queste tre cartelle un paio di anni fa, per un volume collettivo in cui erano raccolti alcuni dei borghi più suggestivi della mia regione; scelsi Peschici – tra gli altri – perché è uno dei luoghi dei miei giochi e delle mie estati di bambina. Anni e ricordi. Affetti che non ci sono più. Un luogo di radici e di alberi così fitti e spavaldi da intimorire il mare e permearlo del loro profumo.

Non ho parole migliori, in questo momento, che mi distolgano dallo sconcerto, dalla rabbia, dal dolore, e che mi impediscano di ignorare lo scempio che il fumo e le ceneri coprono con la levità di un sudario.

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Questa voce è stata pubblicata il 25 luglio 2007 da in Gigi Riva, Teresa Maria Rauzino con tag .

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