Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Luce, acqua e vento

La mia infanzia è piena di canneti. Ho speso molto vento per diventare adulto. Ma solo così ho imparato a distinguere i fruscii più impercettibili, a parlare con precisione nei misteri.

È tempo di meltemi e inquietudini, nel cuore dell’Egeo, e in ogni terra in cui il Mediterraneo si insinui insieme alla luce. Lì si cresce per «vigneti di parole», «alberi maiuscoli» e addizioni di vento sulla pelle, indifendibili, esposti, apprendendo la propria inessenzialità, cercando il «poco e il preciso», la trascendenza, la perfetta architettura delle emozioni e dei pensieri, la durata, la concezione erotica del mondo, la santità dei sensi, la grazia e l’innocenza, decrittando quei “fruscii impercettibili” della natura o dell’anima per costruire nuovi alfabeti e improvvise congiunzioni.

Quando scopriremo i rapporti segreti tra i sensi e li percorreremo sino in fondo usciremo in una radura di altra sorta, che è la Poesia.

Nascono così le pagine di Odisseas Elitis, da una storia e da una identità che si incontrano e si spogliano del superfluo costruendo straordinarie architetture in versi e in prosa orchestrate intorno all’arcana valenza astrologica del numero sette. Dal paesaggio greco, dalla sua materia sensuale di vigne e olivi, ciottoli e vasi di basilico, scaglie di mare e gabbiani, lave e muretti a secco, da quelle «sillabe segrete» che solo la poesia, «l’arte di dar voce all’ineffabile», è in grado di articolare in suoni e materia nuova. Restano infine un ulivo, una vigna, una barca, una fanciulla in fiore, tanto quanto basta per ricomporle, la storia e l’identità. E una poesia su cui splende sempre il sole, di luce accecante, di acqua, di vento.

Gli Europei e gli Occidentali trovano sempre il mistero nell’oscurità, nella notte, mentre noi Greci lo troviamo nella luce.

Luce fisica e metafisica insieme, quotidiano miracolo che alleggerisce la materia filtrando muri, alberi, rocce, prosciugando le cose fino all’essenziale finché la loro verità non si sprigioni davanti agli occhi che sanno guardare. Cose e luoghi enumerati e nominati perché il proprio «sacco da viaggio» li preservi intatti. Il tentativo estremo della scrittura di strapparli alla morte proprio quando sono sul punto di consumarsi e uscire di scena. Perché – dice il poeta – la poesia «è là dove la Morte non ha l’ultima parola».

Leggendo un poeta, in fondo si va in cerca di un complice della propria innocenza.


I libri di Odisseas Elitis che amo:

Il giardino che entrava nel mare
È presto ancora
Elegie
Monogramma nel mondo
La materia leggera

[La foto è stata scattata sul litorale sud di Monopoli (BA) lo scorso giugno]

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Questa voce è stata pubblicata il 2 agosto 2007 da in Odisseas Elitis con tag , , .

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