Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Tempeste di sabbia


Lo sanno tutti: la carta è paziente. Sopporta la menzogna, l’infamia, i refusi, la coscienza sporca, il pessimo stile, il pathos da quattro soldi. Tutto.
(Sigizmund Kržižanovskij, La carta perde la pazienza)

Tutto o quasi. Un giorno qualunque la carta si ribella sbarazzandosi dei caratteri tipografici e di ogni parola. Le lettere, esauste, deluse e capeggiate da una “A” battagliera oltre misura, abbandonano le pagine dei libri sciamando da biblioteche e librerie come nubi di gas combusti. Sfiancati da un lavoro ingrato, gli alfabeti in fuga spalancano una voragine apocalittica sotto i piedi della cultura veicolata dalla carta stampata.

Storiella che mi fa tornare in mente un altro divertente ammutinamento. Accadde a lui, giocatore di sensi e significati intento alla quotidiana igiene orale, di espellere le parole davanti allo specchio e di scoprirle vive e guizzanti, intente a guadagnare terreno e indipendenza proclamando a gran voce i loro diritti. Sono parole che sgusciano di vita propria, beffarde, decise a ribellarsi e a reclamare per sé un significato appropriato e in linea con il proprio suono, ripudiando quello consueto e imposto senza curarsi del ritmo e dell’orecchio.

Dopo un estenuante patteggiamento è lo scrittore a perdere la pazienza. Tanto da dover ricorrere alle maniere forti, infilando con le buone o le cattive le parole nolenti in una bottiglia e permettendo loro di uscirne solo previa attribuzione di un significato per volta e per ciascuna, che piaccia o no. Le parole giocano tutte le loro carte, ricorrendo a ostruzionismo e imbrogli, mentendo sulle generalità, azzardando maldestri quanto infruttuosi tentativi di sottrarsi al loro destino. Alla fine, riconquistata la libertà, fuggono in ogni direzione facendo perdere le loro tracce. Il non sapere dove siano finite, al di là di una transitoria inquietudine, non è poi un male irreparabile.

[Anche spazientirsi – a volte – dischiude inaspettate possibilità].

«Già, ma ora c’è un grosso guaio. Perché ognuna di loro prese un certo significato e se lo tenne, d’accordo: però chi appunto prese quel dato significato? Questo è il problema. Non so se mi spiego; capite la questione? Tutto fu fatto all’amichevole, sulla parola; nell’agitazione del momento io non pensai ad annotare i vari passaggi e le varie attribuzioni di significato; a me non è rimasto niente in mano, nessun documento probante. Sicché adesso, alle corte, lo sanno loro cosa significano, non io. È terribile.

Inoltre sono un tantino preoccupato. Sì, ho riferito che uscendo dalla bottiglia fuggirono chissà dove: ma sempre in casa saranno restate, e un giorno o l’altro, vedrete, mi risalteranno addosso».

(Tommaso Landolfi, Parole in agitazione, da Un paniere di chiocciole, Firenze 1968;
scelto da Italo Calvino qui)

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Questa voce è stata pubblicata il 30 agosto 2007 da in Italo Calvino, Sigizmund Kržižanovskij, Tommaso Landolfi con tag , .

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