Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Mai abbastanza parole

Nel capitolo intitolato La lingua, riflesso di una cultura, quasi in chiusura del suo ultimo libro, Gian Luigi Beccaria racconta i saperi imprigionati nell’etimo delle parole; il nocciolo della spiegazione in esse stesse contenuto; il loro essere presenza verbale di un passato scomparso; il destino che a volte il nome racchiude; l’esistenza, dietro le parole stesse, di certe antiche pratiche magiche, di una precisa visione delle cose, di quell’insieme complesso e stratificato di conoscenze – di quella realtà mentale – che per amor di sintesi chiamiamo cultura. Racconta anche, sotto il titolo La lingua e il punto di vista soggettivo, di come la cultura stessa, esprimendosi attraverso la lingua – rappresentazione mentale della realtà e comunicazione dell’esperienza – diventi giudizio e sistemazione del mondo, e di come il modo di classificare e nominare le cose muti da una cultura all’altra e da un tempo ad un altro.

È qui che s’inserisce una riflessione suggestiva, affiancata dalla doverosa rilettura della Lettera di Lord Chandos di Hofmannsthal: la lingua ha sempre tentato di dare un nome a tutte le cose inseguendo la realtà fino a soccombere di fronte alla varietà e molteplicità del mondo. Sicché arriva sempre un momento in cui ci si accorge – letteralmente – di non avere le parole per dirlo. Di non avere le 999 parole corrispondenti alle 999 sfumature di colore percepite dai nostri occhi. Di scoprire che non esistono abbastanza parole rispetto alla vita, tanto da far insorgere la nostalgia impossibile per una lingua in cui esista una parola non solo per ogni cosa ma per ogni cosa in un determinato momento o circostanza.

Poter dire non solo neve, ma avere anche una parola per la neve che cade, per quella già posatasi al suolo, per quella che precipita con la valanga portando devastazione e paura, per quella che il vento ammucchia ai margini del sentiero. Poter leggere ogni parola come un romanzo sapendo che quel tanto di umano che porta dentro vive solo lì, viene da lontano e muore con lei. E sorprendersi, e dolersi, anche per questa morte.

«… perché invero la lingua in cui mi sarebbe forse dato non solo di scrivere, ma anche di pensare, non è la latina né l’inglese né l’italiana o la spagnola, ma una lingua, di cui non una parola mi è nota, una lingua, in cui mi parlano le cose mute e in cui forse un giorno nella tomba mi discolperò davanti a un giudice ignoto».


Riflessioni a margine dell’articolo apparso ieri sul «Corriere della Sera», pagina della Cultura, a firma di Claudio Magris. Un confronto tra Magris e Beccaria sulla sfida perduta delle parole.

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Questa voce è stata pubblicata il 27 ottobre 2007 da in Claudio Magris, Gian Luigi Beccaria, Hugo von Hofmannsthal con tag , , .

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