Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

C’eravamo tanto odiati

Avevano sogni e hanno finito per odiare i libri, sono nemici della letteratura perché l’avevano adorata.

Chi uccide gli scrittori? Lo spirito di Borges aleggia tra le pagine, ma per rispondere a questa domanda bisognerà armarsi di pazienza e tollerare qualche colpo di scena. Confesso che mi è piaciuto, e mi rammarico per quanti sono convinti che il panorama italiano non offra sorprese piacevoli. Certo, il tema mi è congeniale, ma non è tutto. È un libro scritto bene, che se ne fa un baffo delle sperimentazioni antilinguistiche così in voga. C’è un intreccio ben calibrato e tinteggiato di noir, un ritmo sostenuto nei dialoghi e nell’alternanza dei vari piani di lettura, un perfetto controllo della trama nonostante la sostanziosa mole di riferimenti letterari e di digressioni. Non ultima, c’è una buona dose d’ironia.

A cominciare dalla carta d’identità dei personaggi, celebri artisti del non-scrivere consacrati ad un elaborato e volontario disimpegno, cultori di ogni vizio capace di condurre all’inefficienza estrema, proprietari di curiose biblioteche «della sconfitta, della rinuncia, del naufragio», amanti del caffè corretto, dei progetti infiniti e dei romanzi incompiuti nonché devoti ad ogni libro inesistente perché (da loro stessi) mai scritto.

Scrittori di un solo libro, traduttori, editori, bibliofili o aspiranti tali, tutti «con un avvenire promettente alle spalle» e un volto come una pagina bianca, e tutti un po’ disastrati, quasi terremotati nell’esistenza, che odiano i libri dopo averli tanto amati e che a vari livelli, e con diverse competenze, ingaggiano una sorta di corpo a corpo con la letteratura tentando con ogni mezzo di avere la meglio. Alcuni lo fanno con il plagio (reiterato e aggravato), altri con una traduzione infedele, tutti sostenendo quella teoria del “manoscritto nel baule” – secondo la quale nulla di originale si può più scrivere – nella convinzione di un intimo collegamento esistente tra il romanzo e la beffa.

Tale battaglia è suggellata da un complotto, nato e cresciuto tra le fila di un’accademia «per naufraghi» intitolata a Pessoa: «non pubblicare, non pensare, combattere la letteratura dall’interno, e così farci trasportare alla deriva delle nostre vite di amanti traditi dal grande sogno intellettuale che un tempo, sì, ci aveva illusi». Una trappola da cui verranno sopraffatti finendo per patteggiare una [ri]conciliazione con la vita.

Chi uccide gli scrittori tra un presunto manoscritto dei Promessi sposi – che moltiplica i suoi capitoli mai scritti di pari passo con i cadaveri – nel ruolo di libro assassino e quel libro infinito, continuazione di altri libri, in cui esso ad un certo punto sembra trasformarsi complice l’autosuggestione dei protagonisti che vi leggono tra le righe frammenti del Don Chisciotte, di Pinocchio, dei Tre moschettieri e finanche delle Mille e una notte? Tra Manzoni, chiave della storia in quanto autore di un unico romanzo, e la sua trasformazione in nome multiplo al pari di Pessoa?

Né l’uno né l’altro, forse. Perché dal volontario tentativo di “disintossicarsi” dopo la disillusione, il fallimento, l’impasse nascono alcune paradossali convinzioni sull’inutilità dei libri e della scrittura, «magistrale monumento alla presunzione umana». Perché l’ansia dello scrivere, quel sogno di anti-scrittura naufragato in un romanzo-fiume – spesso – ne uccide più di pallottole, coltelli e veleni. Sarà che dai libri – e dalla vita – non si scappa.

Scrivere, posso confermarlo, è un atto che sottrae alla vita. Antisociale, paranoico, così assoluto, solitario. Richiede tempo ma non paga. Comporta il terrore del pubblico ma non regala quasi mai la fama. […] Scrivere è brutto eppure c’è, in questo, una forza, una potenza, che non ci consente di smettere. Anche se un giorno arriva il blocco, il romanziere resta romanziere a vita; e la mancanza che lo attanagliava, quella mancanza di esistenza, non si risolve ma si complica, vi aggiunge in più la nostalgia. Scrivere è brutto, ma noi non riusciamo a farne a meno perché, diceva Fernando Pessoa, l’arte è la prova che la vita non basta; perché c’è una felicità segreta nel complicarci l’esistenza che, come tutte le felicità più pure, non vuole essere spiegata.


Errico Buonanno
L’accademia Pessoa
Einaudi, Torino 2007

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Questa voce è stata pubblicata il 1 novembre 2007 da in Errico Buonanno con tag , .

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