Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

La versione spagnola

Marta caminaba en la orilla triste y sin peso como una sombra. […] Da dove diavolo veniva fuori quella Marta che passeggiava dentro il suo libro?

Maschere, marionette, pulviscolo di sogni e visioni, identità sfuggenti senza corpi e senza voci, vecchie fotografie in cui riconoscere felicità sfacciate e perdute, cose che non sono mai come sembrano, luci ed ombre che attraversano fugacemente la narrazione per dileguarsi in un battito di ciglia. Sono solo alcuni degli elementi ricorrenti e fascinosi della scrittura di Alberto Ongaro, spesso accompagnati da almeno un paio di tòpoi, quali il libro nel libro e i conti con il proprio passato (con un conto in sospeso in particolare con Venezia, sua città natale).

Anche questa volta la sua riflessione coincide con questi tasselli, ricomponendo una storia che si legge d’un fiato. «Scrivere e viaggiare dovevano avere qualcosa in comune se nei momenti di saturazione suscitavano gli stessi sentimenti di ripulsa»: è in questo momento di impasse creativa che il romanzo La sconfitta, nella sua traduzione spagnola, arriva fresco di stampa nelle mani del suo autore.

Insieme a un personaggio, «senza peso e come un’ombra», che passeggia tra le righe del libro ove mai sarebbe dovuto essere (semplicemente perché l’autore non lo aveva mai creato) portando con sé un oscuro messaggio. «E fu come se vedesse la ragazza passare lungo la orilla (bellissima parola, pensò, molto più musicale e marina della parola che le corrispondeva in italiano: riva, battigia, bagnasciuga) a indicare l’orlatura che si disegna sulla spiaggia lì dove il mare la raggiunge. E a un tratto si sorprese a dire confusamente tra sé: è una bella scena, vorrei averla scritta io, è qualcosa che mancava…».

Si tratta di un dettaglio insignificante, di una minimale insensatezza, di quelle che portano in sé «un sussulto di riconoscimento» e più verità di un ponderoso ragionamento; una manipolazione – ad hoc – perpetrata dalla misteriosa traduttrice sulle cui tracce lo scrittore è costretto a mettersi intraprendendo un viaggio reale e metaforico nei luoghi e nelle relazioni del suo passato. Chiedendosi «che cosa avrebbe fatto un personaggio di un suo libro, un alter ego immaginario, se fosse venuto a trovarsi in un imbroglio come il suo». Toccando i sentieri dell’infanzia, scavando nelle ragioni stesse della scrittura fino ad assistere all’insorgere del senso di colpa. Che è la colpa – inconsapevole – di aver trascinato nelle sue storie le ombre del passato, di aver abbattuto il fragile diaframma tra realtà e immaginazione, di aver sradicato larve di sogni e di possibilità da uno spazio e un tempo inviolabili per farne personaggi e trame narrative inserite in uno spazio ed un tempo conchiusi, estranei all’intreccio di relazioni reali, spesso dolorose, innominabili, quasi sempre perdute o rimpiante.

Un buon libro ricco di colpi di scena, in definitiva, cui si perdona persino un finale un po’ debole – rispetto alla tensione della trama – e forse, a mio parere, frettoloso. Un libro che conduce ad alcune riflessioni importanti: tra tutte, la questione dell’ispirazione – e della responsabilità – dello scrittore a personaggi della sua vita reale, al lato infero e notturno dei suoi ricordi e di un futuro che ormai è alle spalle. E quella, fascinosa e inquietante, sulle interferenze indebite di quei ricordi relegati sullo sfondo della narrazione perché la scrittura li esorcizzi, sul potere illusorio (di chi scrive) di creare e poi distruggere un personaggio una volta compiuto il suo destino all’interno dell’invenzione; personaggi “pericolosi” che conoscono, del proprio creatore, spesso assai più di quanto egli stesso ricordi o immagini.

Fantasmi (e ciascuno vede i propri) che premono dentro le pagine come «una vibrazione segreta di cosa viva, animale, che tendeva a espandersi al di là dei propri confini» e costringono alla resa dei conti, sì che una volta chiuso il libro ci si accorge che il protagonista – al pari del lettore – non è più lo stesso dell’inizio della storia.

«Non hai ancora capito che la vita è sempre dall’altra parte di un muro?».


Alberto Ongaro
La versione spagnola
Piemme,
Casale Monferrato 2007

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Questa voce è stata pubblicata il 19 novembre 2007 da in Alberto Ongaro con tag .

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