Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

La misura della mia speranza

Di questo mio credo letterario posso affermare quel che si dice di quello religioso: è mio perché ci credo, non perché l’ho inventato.

Come sempre con Borges, sin dal primo incontro, è piacere impagabile cominciare dalla fine o saltellare guidati solo dal naso e dal caso. Non se ne esce a mani vuote, comunque vada. Neppure da una raccolta di pagine giovanili come La misura della mia speranza, apparso per la prima volta nel 1926 a Buenos Aires, di cui – male che vada – terremo stretti gli angeli, unici sopravvissuti tra i mostri che da sempre abitano l’immaginazione degli uomini.

Il bello è che questo libro non esiste[rebbe], almeno nelle intenzioni del suo autore, che lo ripudiò insieme a Inquisizioni e El idioma de los argentinos scoraggiando chiunque dal mettersi sulle sue tracce e ottenendone l’espunzione dall’opera omnia. Definendolo, nel Post scriptum, come un insieme di «pigrizie del pensiero, di menzogne dell’emozione e pigrizie della speranza». Una presa di distanza che vorrebbe lasciare a margine ingenuità e veemenza giovanili di alcuni passaggi, e forse l’inadeguatezza apparente di quella patria scritta da lontananze e grandezze, di quelle radici che avrebbero fatto di lui, dopo un cammino lungo e prodigo di doni, lo scrittore curioso e cosmopolita che amiamo.

Mi è piaciuto molto questo Borges «irritante e geniale» (come lo definisce Antonio Melis nella postfazione al volume), inconsueto e sanguigno nel riconoscere la propria identità. Irruente nell’ostentarsi criollo (non esiliato né nostalgico); nel confrontarsi con la sensazione di “periferia” emanata dalla coeva cultura argentina lontanissima da quel centro che – oltreoceano – aveva storia, musei, antichità, leggende, fantasmi, alfabeti; nel pensare che «le parole vadano conquistate, vivendole», che vadano riconosciute, «le nove o dieci parole che vanno d’accordo con il mio cuore».

Una marginalità che pure avrebbe reso più facile diventare cittadini del mondo ma con la quale diventava indispensabile fare i conti, scagliandosi – fosse il caso – contro la pigrizia della lingua letteraria e l’inganno della rima, riflettendo sulla metafora, sulla sostanza autobiografica della scrittura e sulla poesia (ché «tutto è poetico, in quanto ci confessa un destino, in quanto ce lo fa intravedere»), nel contempo celebrando pampas e sobborghi («come ferite li sento aprirsi e mi dolgono allo stesso modo»), Evaristo Carriego, angeli e stelle, ordine e avventura, soppesando continuamente la dimensione locale e quella universale.

Consapevole che i margini per l’avventura letteraria siano pressoché inesistenti, e la letteratura si configuri – alla fine – come un’infinita riscrittura. Un palinsesto doloroso da accettare, un gesto peculiare del tempo in cui si vive esistente a priori, che l’impresa creatrice può solo enfatizzare; magari attraverso un idioma infinito di moltiplicazioni e variazioni che si propaghi anche grazie all’uso primordiale delle parole e al recupero delle sfumature semantiche perdute: un po’ quello che andava facendo in quegli anni Xul Solar, suo grande amico e illustratore di alcuni suoi libri.

Mi piace immaginarlo, Borges, smentito dalla sua stessa grandezza, a ritrattare anni dopo molte idee e numerosi passaggi, lì dove la speranza e il futuro non sarebbero stati affatto inversamente proporzionali alla modestia di passato e di memoria delle sue radici. Perché non bastò amare i quartieri popolari né l’Argentina in qualità di “sobborgo del mondo”, quanto invece riconoscere la propria appartenenza ad essi, avere (ma soprattutto essere) volto e geografia, «criollismo, dunque, ma un criollismo che conversi sul mondo e sull’io, su Dio e sulla morte. Vediamo se qualcuno mi aiuta a cercarlo».

Quale verso oggi si arrischierebbe a menzionare la fenice o a far passeggiare un centauro? Nessuno; ma a qualunque poesia, per moderna che sia, non dispiace esser nido di angeli e farsi bella con loro. Io me li immagino sempre al tramonto, nel crepuscolo delle periferie o in aperta campagna, in quel lungo e quieto istante in cui le cose restano sole alle spalle del tramonto, e i diversi colori sembrano ricordi o presentimenti di altri colori. Non bisogna logorarli troppo, gli angeli; sono le ultime divinità che ospitiamo e magari volano via”.

 


Jorge Luis Borges
La misura della mia speranza
Adelphi, Milano 2007

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3 commenti su “La misura della mia speranza

  1. Patrizia
    10 dicembre 2007

    Vedo che il clone sta prendendo rapidamente forma. Eccellente!

  2. Simona
    10 dicembre 2007

    Scopro solo allora questo bellissimo clone 🙂

  3. Stefania Mola
    10 dicembre 2007

    Patrizia,
    in realtà si è già inceppato il meccanismo del “trasloco”: è già qualche giorno che non trasferisco post 😦
    Comunque… andrà avanti. Il solo fatto che questa piattaforma sia la soluzione per non perdere la buona compagnia è pungolo sufficiente. 😀

    Simona,
    un clone sobrio come una cella conventuale e frequentato per ora da amici intimi e ottimi. Avanti c’è posto, ti aspettavamo! 😀

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Questa voce è stata pubblicata il 9 dicembre 2007 da in Jorge Luis Borges con tag .

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