Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Pensare contro l’oblio

Vi è una cesura evidente nella biografia di Edmond Jabès.
Un prima in cui l’energia della presenza erompe nel dominio dell’immagine. E un dopo tutto consacrato all’interrogazione e alla necessità di illuminare l’assenza grazie a una nuova costellazione di parole. Un dopo di ascolto a margine di ogni foglio e di libro in libro, sulla scia di un adieu che rinuncia alla scrittura ma non alla vita che in essa continua a pulsare.

Nel quale le parole «non hanno altro legame che quest’assenza» disponendosi nella pagina perché sia evidente il bianco che le separa, il vuoto che le sostiene, il silenzio da cui nasce il dire: come nella grande musica, «non occorre forse un bianco tra i vocaboli per renderli leggibili, una frazione di silenzio tra le parole, per renderle udibili?».

E la riflessione intorno alla poesia infila perle tra le più preziose dichiarando la propria appartenenza al dolore, interpretando il senso ferito fino a diventare ferita essa stessa. Ed ogni sillaba granello infinitesimale e pulsante di una «parola di sabbia», a dilagare in quel “deserto di senso” più propizio all’ascolto che si fa cifra «dell’illimite e del passaggio» ospitando un dialogo afono fatto di risonanze interiori e prossimità ricucite intorno alla perdita.

Deserto, silenzio, distanza, spaesamento, nomadismo del senso e dell’identità. Queste le parole chiave dello straniero senza nostos in cui il poeta ritrova traccia di sé, perché «la distanza che ci separa da uno straniero è la distanza che ci separa da noi stessi». E se potesse scegliere qualcosa cui assomigliare sarebbero le nuvole, il loro continuo, inconsistente e mutevole [dis]farsi, pur senza evitare il rifrangersi del dolore sulla riva del mondo. Parola e ferita, «forma e coscienza del tragico».

Mentre la lingua di parole dolorose e ferite resiste nel ricordo e la poesia non ha altro compito che pensare contro l’oblio.

Dopo Auschwitz possiamo scrivere soltanto con parole ferite.
[…]
[La poesia] è a volte l’intorbidarsi dell’acqua, provocato dalla caduta imprevista di una pietra e, a volte, la trasparenza dell’acqua, ferita nella sua limpidezza.
E se la sua realtà nascesse da questa ferita?
E se questa ferita fosse quella della prima parola?

 


Edmond Jabès
Poesie per i giorni di pioggia e di sole e altri scritti
Manni, Lecce 2002

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5 commenti su “Pensare contro l’oblio

  1. marzia
    21 dicembre 2007

    E’ talmente denso questo che lasci da obbligarmi a rileggere e a riflettere, sebbene i concetti di silenzio, deserto e parole dolorose non mi siano ignoti.
    Mi incanto a leggere quella polisemia ( se tale si può chiamare) che la parola “deserto” reca “caravah” o “midbar” che sia…
    Ma a colpirmi dritto in mezzo alla fro nte a mò di pallottola sono gli interrogativi finali, di per sè esaustivi.:.
    Pensare contro l’oblio.
    Ecco una mia bandiera enunciata in modo perfetto.
    Devo evidenziare da me questo, lo sai che non so trattenermi.
    🙂

  2. Stefania Mola
    21 dicembre 2007

    Ossignùr! Almeno una che si legge i links che metto!!! 😀
    Ecco, come ti dicevo altrove, anche per una sola persona come te vale la pena di continuare a scrivere un post (ché tanto tutto questo bel da fare dei blog è per sua natura assolutamente inutile tra tutte le azioni che possiamo compiere in una giornata).

    Grazie, bella, vado a nanna contenta. 🙂

  3. Montgolfier
    21 dicembre 2007

    stacco un frammento: mi piacciono queste parole qui:

    Nel quale le parole «non hanno altro legame che quest’assenza» disponendosi nella pagina perché sia evidente il bianco che le separa, il vuoto che le sostiene, il silenzio da cui nasce il dire

    pensare alla pagina e alla scrittura anche come materia, come geografia prima ancora del senso; al miracolo, se si vuole anche all’assurda meraviglia dello scrivere;

    infine, l’accento sul silenzio da cui nasce il dire; racchiudersi prima di aprirsi, invece di cercare ossessivamente di riempire per non sentire il vuoto

  4. marzia
    21 dicembre 2007

    Ecco 😉

  5. Stefania Mola
    22 dicembre 2007

    Stefano,
    hai “staccato” l’immagine che mi piace di più, quella che più di ogni altra – riflettendoci – avvicina la scrittura alla musica dando esattamente la misura del suo “equilibrio”: la coesistenza di vuoti e pieni, come l’alternarsi di note e pause. In entrambi i casi il silenzio ha un ruolo determinante e, soprattutto, si colloca agli antipodi di quell’horror vacui cui si accompagnano tutte le “distorsioni” della scrittura. Penso alla smania dei nostri tempi, quella che “taglia corto” in ogni cosa, dai messaggini ai racconti brevi, fast culture in cui ben poco dire trova spazio.

    Marzia,
    torno presto alla nostra corrispondenza. Devo solo farmi largo tra un marito lamentoso con 39 di febbre e una pioggia di auguri cui non posso mancare di rispondere. Giornataccia… 😯

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Questa voce è stata pubblicata il 19 dicembre 2007 da in Alberto Folin, Antonio Prete, Edmond Jabès con tag , , .

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