Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

L’ombra abitata

paris(Io non posso mostrare la Foto del Giardino d’Inverno. Essa non esiste che per me. Per voi non sarebbe altro che una foto indifferente, una delle mille manifestazioni del «qualunque»; essa non può affatto costituire l’oggetto visibile di una scienza; non può fondare un’oggettività, nel senso positivo del termine; tutt’al più potrebbe interessare il vostro studium: epoca, vestiti, fotogenia; ma per voi, in essa non vi sarebbe nessuna ferita).

Potrebbe essere Barthes a raccontarci – meglio di chiunque altro e senza saperlo – un romanzo di Alberto Ongaro ormai introvabile che prende le mosse da una vecchia fotografia:

Al centro dell’immagine, in un perfetto equilibrio di luci e di ombre, c’erano due giovani, un ragazzo e una ragazza seduti all’aperto di un bistrot parigino: lei di spalle con un maglione a larghe righe orizzontali probabilmente bianche e blu, in testa un baschetto alla Michèle Morgan dei film di dieci-quindici anni prima, i capelli biondi e lisci pesanti e compatti, le braccia posate sul tavolo, la schiena che si tendeva nello sforzo di avvicinarsi a lui il più possibile; lui quasi interamente coperto da lei tranne che per le gambe accavallate che spuntavano da dietro il tavolo, una mano dalle lunghe dita attorno al braccio destro di lei come ad aiutarla nel gesto amoroso che stava compiendo.

Per chi ami lo scrittore in questione gli ingredienti ci sono tutti: l’estenuante ricerca di una donna riaffiorata dal passato, un’indagine ricca di colpi di scena, un protagonista di mezza età e di molte peripezie ormai avviato ad una quieta maturità accanto ad una donna giovane e innamorata.

Ma il caso ed una mostra londinese mettono sulla sua strada una fotografia che lo precipita «in un luogo lontano e segreto del tempo». Una fotografia il cui spazio diventa – all’ombra dell’assillante violenza del ricordo di amore e dolore – una sorta di passaggio segreto verso la verità del tempo e dei volti che lo scatto ha fermato per sempre a loro insaputa.

E tutto ruota intorno all’entrare in quell’ombra abitata che chiede di rintracciare il destino smarrito di Rose, la ragazza di cui si poteva avvertire «il fiotto di gioia che scaturiva dalla sua anima» e l’insaziabile sete di vita capace di ridurre la morte «a un remoto punto di tenebra sull’orizzonte». Rose, amata e perduta trent’anni prima, casualmente ritrovata o “creduta” tale in una vecchia fotografia da cui nasce una storia di nostalgie, frammenti, enigmi, nulla che riesca a restituire lo sguardo (quella cosa che secondo Barthes riesce a trattenere dentro di sé amore e paura) né le giuste proporzioni ad un tempo dilatato all’infinito.

Si esce da quella vecchia fotografia solo con la certezza di un luogo, di un punto qualsiasi dell’universo in cui la storia interrotta trova il suo capolinea e il corpo uno spazio riconoscibile da cui accomiatarsi con il proprio insanabile dolore di [soprav]vivere.

Si spezza, quel filo, solo quando la morte la si tocca con mano.

La Fotografia non rimemora il passato (in una foto non c’è niente di proustiano). L’effetto che essa produce su di me non è quello di restituire ciò che è abolito (dal tempo, dalla distanza), ma di attestare che ciò che vedo è effettivamente stato. […] non dice (per forza) ciò che non è più, ma soltanto e sicuramente ciò che è stato. […] Nessuno scritto può darmi questo tipo di certezza. Il non poter autentificarsi da sé è la sventura (ma forse anche la voluttà) del linguaggio.


Alberto Ongaro
L’ombra abitata

Longanesi, Milano 1988

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8 commenti su “L’ombra abitata

  1. Arimane
    23 dicembre 2007

    Sul relativo mutismo della fotografia riguardo ai soggetti che ritrae mi hanno sempre colpito molto le riflessioni del protagonista de Il danno di J.Hurt (nessun segno di ciò che poi sarebbe loro accaduto…).
    E, girovagando un po’ di più per scaffali, per adesso, vedo un altro libro di Geoff Dyer, L’infinito istante, dopo il singolarissimo Natura morta con custodia di sax, che promette bene sul tema.
    (Non mi è mai capitato di leggere Ongaro, ma mi ha incuriosito non poco leggere del suo ultimo La versione spagnola; adesso scopro che la protagonista dell’altra storia che segnali si chiama Rose, e sorrido pensando che è il nome che diedi al personaggio di uno dei miei incipit, che forse a Ongaro piacerebbe pure).
    Auguri!

  2. Montgolfier
    23 dicembre 2007

    I libro che citi di Barthes l’ho letto ancora solo in parte, e lo trovo bellissimo. Quello di Ongaro non lo conosce, e mi incuriosisce per quello che ne hai scritto.

    Come spesso, prendo un frammento. Barthes dice: non ci sarebbe nessuna ferita. Parla di un’immagine. Ma anche in un testo può esserci una ferita non percepita, oppure delle ferite in chi legge non previste da chi scrive.

    Io penso di credere nell’autonomia del manufatto artistico, o meglio alla sua natura di relazione, al suo esistere in quanto appoggiato e raccolto, nel gesto che appoggia e in quello che raccoglie, e dunque, a una sua fondamentale molteplicità. Tante opere quante sono i fruitori, purché da qualche parte, in loro, si manifesti una specie di ferita.

    Buon Natale, Stefania

    Stefano

  3. Stefania Mola
    23 dicembre 2007

    Caro Piero,
    le riflessioni a margine della possibilità di scorgere nella fotografia un segno di quanto sarebbe accaduto in un momento successivo fanno capolino anche nel saggio di Barthes e – convengo – hanno un notevole fascino.
    La mia ammirazione per Ongaro ha preso le mosse vent’anni fa, per caso, da La partita, e va dai romanzi alla collaborazione con Hugo Pratt. Per lo stile, le trame, i temi e le ricorrenze mi sono sempre domandata perché sia rimasto un autore di nicchia. Più volte nei tuoi incipit ho ritrovato temi che gli sarebbero piaciuti…

    Nel frattempo, Buon Natale. Quest’anno vengo preceduta clamorosamente nel portare i miei auguri ad personam, ma contraccambio affettuosamente augurandoti giorni di festa e serenità.

    Caro Stefano,
    a me su Barthes e i suoi frammenti càpita di tornare in continuazione da anni, ed ogni volta il numero delle pagine aumenta (la stessa magia che vede non un solo libro ma tanti quanti sono i suoi lettori). 😀
    E hai ragione quando dici delle possibili ferite legate a un testo, ma credo (mi sembra d’aver capito) che B. nel fare una differenza così netta si riferisca all’impossibilità del testo di documentare un’autenticità (la certezza di ciò che è stato). Mi viene in mente (ma potrei sbagliarmi) che Walpole intanto ha scritto Il castello di Otranto ma che non avrebbe potuto – a quelle condizioni – produrne la fotografia.

    Anche per te il mio augurio, Buon Natale, davvero.

  4. Patrizia
    24 dicembre 2007

    Simone de Beauvoir nel suo Memorie di una ragazza per bene inizia proprio da una fotografia a raccontare di sé. Mi è sempre piaciuto quell’incipit fatto di realtà oggetiva, data dall’immagine, ( ma è poi così? ) e lettura del passato sul filo dei ricordi.
    OT: sono in partenza. Ti saluto caramente augurandoti un Natale sereno. Patrizia

  5. Pasquale
    24 dicembre 2007

    In un post del 21 novembre 2007 scrivevo del fare foto e ferirsi ; mi conforta sapere che tu e Barthes pensiate e sperimentiate nella stessa direzione. Ecco il post galeotto:

    “Tanti i fotografi, tanti i modi di fare foto. Il mio non è di andare in giro per fare foto, ma semplicemente camminare tenendo in tasca la digitale. Cammino, respiro, guardo. E quando certe cose, persone, situazioni, mi colpiscono e mi feriscono, restituisco la cortesia facendo una foto, per raccontare di loro e di me, per rendere testimonianza del coltello e della ferita.

    Diceva Robert Capa (il fotografo del miliziano colpito a morte nel 1936) che se le foto non sono buone vuol dire che non si è abbastanza vicini. Concordo (ogni uomo è singolare, ma ci sono le affinità – non è vero?) e ci aggiungo questo: vuol dire che non si è abbastanza feriti.”

  6. Pasquale
    24 dicembre 2007

    A parte, felice Natale e memorabile Anno.

  7. Stefania Mola
    24 dicembre 2007

    Patrizia,
    ormai avrai staccato la spina, faccio in tempo a disperdere nell’aria il mio augurio, ancora? Che siano giorni sereni per tutti. :-*

    Pasquale,
    leggendo Barthes ho l’impressione che le ferite di cui parla siano da ritenersi successive e non contestuali al momento della ripresa fotografica. Sono le ferite derivanti dalla fine delle cose, dagli accadimenti che la fotografia non lascia presagire o dalla rete di affetti che la fotografia tace.

    Nondimeno interessantissime le tue considerazioni: fotografia come testimonianza di una ferita inferta nel momento, e a futura memoria.

    Infine: ebbene, che il nuovo anno sia davvero memorabile.
    Un abbraccio.

  8. Marzia
    27 dicembre 2007

    Questo amico e collaboratore di Hugo Pratt mi pare degno della massima attenzione, Stefania.
    Intuisco che il saggio di Barthes sia “Camera chiara” e , sebbene non abbia ora tempo di leggere tutto il link, sul fondo leggo il titolo di quest’opera che mi riprometto da mesi di acquistare.
    🙂

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Questa voce è stata pubblicata il 22 dicembre 2007 da in Alberto Ongaro, Roland Barthes con tag , .

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