Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Us[ur]are le parole

Nell’attesa di una voce nuova e adeguata, le parole si consolano ancora con pubblicazioni datate 2007 e con riflessioni sempreverdi sul loro uso e abuso, sulla disattenzione che le accompagna e sulle prospettive della loro evoluzione.

Siamo – spesso – le parole che diciamo così come quelle che non possediamo. Del loro ruolo e del loro potere, anche creativo, si occupa Lo spirito della parola, con particolare attenzione all’uso meditato e sobrio guidato dalla consapevolezza che «i popoli imparano a parlare quando credono veramente in qualcosa». Le parole «producono realtà», e l’evento inatteso che si manifesta nel confronto interculturale riguarda proprio la trasformazione del loro significato e della realtà di cui sono simbolo.

Parlare produce nuovi significati e nuove parole non solo nella lingua colloquiale. A quella scritta fa riferimento – ad esempio – il Futuro dizionario d’America, prodotto da scrittori e artisti d’Oltreoceano con l’intento di coniare «nuove parole per tempi migliori».

Ma la riflessione – a mio avviso – più interessante è quella proposta da La lingua bugiarda, dello stesso autore che di recente si era soffermato sul buon uso del tempo (breve e a termine) a nostra disposizione. In difesa delle parole, sostenendo la loro innocenza rispetto all’inganno ordito bensì dal loro [ab]uso. Le parole non mentono. Però si logorano – per distrazione, usura, impiego improprio – fino ad avere più nulla da dire. È allora che chiedono alla nostra mancanza di consapevolezza di essere abbandonate al loro stato inservibile, come tutti gli affetti smarriti.

———————————————-

Le monete, il bastone, il portachiavi,
la pronta serratura, i tardi appunti
che non potranno leggere i miei scarsi
giorni, le carte da giuoco e gli scacchi,
un libro e tra le pagine appassita
la viola, monumento d’una sera
di certo inobliabile e obliata,
il rosso specchio a occidente in cui arde
illusoria un’aurora. Quante cose,
atlanti, lime, soglie, coppe, chiodi,
ci servono come taciti schiavi,
senza sguardo, stranamente segrete!
Dureranno piú in là del nostro oblio;
non sapran mai che ce ne siamo andati
.

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4 commenti su “Us[ur]are le parole

  1. marzia
    9 gennaio 2008

    Torno da Firenze,ma devo limitarmi ad un caro saluto.
    Cerco di ripassare domani Stefania.
    🙂

  2. Stefania Mola
    10 gennaio 2008

    Carissima,
    vado a risponderti in mail. Come al solito ti sono in debito 😆

  3. Montgolfier
    10 gennaio 2008

    eh, ce ne sarebbe da dire qui; colgo e controfirmo il tuo invito forte che leggo per l’attenzione nei confronti delle parole; se usate con attenzione e cura, con e nel giusto tempo, le parole non si logorano

    portare loro affetto, questo si dovrebbe, come dici giustamente tu

    ma anche affetto, stando ai nostri tempi, avrebbe bisogno di manutenzione

    è quando bisogna spiegare una parola, che ti rendi conto della sua usura

  4. Stefania Mola
    10 gennaio 2008

    Carissimo,
    prelevo pari pari da un commento che ho lasciato sull’altro Squilibri, a questo proposito. Da bambini facevamo spesso il gioco di ripetere all’infinito e sempre più velocemente una certa parola, fino a “sentire” in modo inequivocabile che essa aveva perso qualsiasi riferimento alla realtà. In pratica non significava più nulla, e ricordo che per tornare a riempire questa sorta di sacco ormai vuoto dovevamo lasciare scivolare molto lentamente la sua eco, metterla da parte, provare a dimenticarla e richiamarla ad alta voce solo dopo aver fatto e parlato d’altro.
    E poi: le parole sono gonfie di storia tutta loro (il loro senso, il loro significato è intriso di tempi a volte remotissimi) ma anche di storia personale, nostra, intendo. E mi fa una certa impressione (sempre a livello di “percezione”) scoprire che i miei figli (o i loro coetanei) non provano alcuna “emozione” quando certe parole vengono pronunciate, così come io stessa provo disagio, fastidio e spesso indifferenza di fronte a moltissimi neologismi. Mi convinco che certe parole di nuovo conio e globale significato non saranno mai capaci di esprimere qualcosa di veramente “universale”.

    Ecco, credo possa essere una “percezione” condivisibile.

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Questa voce è stata pubblicata il 9 gennaio 2008 da in Harald Weinrich, Jorge Luis Borges, Raimon Panikkar con tag , .

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