Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Caro Bul

Cristina_CampoUn epistolario è come un fiume, o piuttosto come un tratto di fiume: ci permette di accompagnare per un tratto il corso di una vita, di ripercorrere per un tratto il movimento di uno spirito intento a trovare se stesso.
(Margherita Pieracci Harwell)

Sono impegnativi, certi epistolari. Non si tratta soltanto di disporsi alla lettura e all’ascolto ma di tenere stretti in pugno tutti i fili di un racconto spesso lacunoso per perdita, caso o intenzione. Affinché ogni tassello vada a posto grazie alla rete di associazioni e coincidenze di una storia smembrata tra interlocutori diversi e contemporanei, così come tra disvelamenti di sé parziali e affidati al frammento, alla nota, ad una scrittura pensata per restare nell’ombra e nutrita da identità plurime.

Sono una cosa strana, certi epistolari. Mancano di reciprocità, sono percorsi non più ricomponibili se non con un atto volontario di sopraffazione che li legga come musica per voce sola. E ancor più strano – e difficile – è seguire un filo che sembra amore ma si spegne tra le nostre mani proprio quando ci sembra di averne afferrato il capo, recuperando in extremis una limpida e calda amicizia basata soprattutto sulle affinità intellettuali e sulla condivisione dell’esperienza del leggere e dello scrivere.

Bul è Leone Traverso, poeta, grecista e germanista che nella consuetudine di tradurre testi altrui legge malinconicamente la sua attitudine a esistere “di riflesso”, e nel progressivo disamore la sua inadeguatezza ad appartenere ad «altre possibilità»: quella, Vie, è la gente del tuo paese – come dicevi – non io. […] Vedi, Vie, tu mi socchiudi ogni volta altri cieli, fai vibrare in me l’illusione di altre possibilità, che poi basta una grave stanchezza a distruggere […] Così mi rassegno a questo ufficio d’”impiegato della poesia altrui” […] C’è qualcosa di più mostruoso di questa vita di riflesso, di tramite ai sentimenti e alle parole altrui?

Vie, come si firma con il suo interlocutore, è Cristina Campo, «un’aria tanto vitale che quasi non si lascia respirare», poliedrica e inarrivabile declinazione di un ingegno caparbio, curioso e privo di interesse nei confronti di ogni “apparire”; insieme a tutte le sue debolezze e piccole contraddizioni, ai suoi fatali «errori di stile», anche in questo. Non doveva essere facile starle accanto, né coincidere con l’aspirazione al sublime del suo animo, tanto meno scendere a patti con il rifiuto categorico di compromessi o concessioni. E il prezzo, inevitabilmente altissimo, è quello attorno al quale si sviluppa il carteggio orchestrato dalla sola voce di lei (a tratti nuova e inconsueta per gli improvvisi bagliori di giocosità): una complicità destinata a non sfociare in passione bensì a resistere nelle vesti dimesse di un’amicizia tormentata.

È con perplessità e disagio che ci si accosta a questa lettura, che richiede un’attenzione supplementare a causa dei numerosi rimandi ad accadimenti più diffusamente chiariti in altri epistolari, ma anche il necessario ricorso agli scritti di Cristina e alla sua suggestiva e insostituibile biografia. Alla fine ciò che resta è la sensazione di aver spiato dal buco della serratura, involontariamente. E di aver assistito al diradarsi progressivo di un colloquio speciale, fino al disincontro.

Sono passaggi impercettibili, che la familiarità tra gli interlocutori confonde: ci si rivolge dapprima con un vezzeggiativo, un nomignolo, un soprannome affettuoso; e quando il nome proprio è vergato per esteso la distanza è ormai un solco netto. Tutto accade in un lasso di tempo così breve rispetto alla vita che nello sbilanciarsi del piano non è dato il tempo di capire. Uno dei due interlocutori porterà via con sé, nei luoghi lontani da cui proviene e cui appartiene, le ragioni del distacco; l’altro subirà senz’appello il silenzio, stringendo tra le dita la trama sfilacciata delle coincidenze, delle condivisioni, delle affinità.

In quella lacuna affondano tutte le risposte; e non basta sapere che «la letteratura (parola orrenda) non è un fine per me, uno scopo, ma solo un mezzo, uno dei modi (infiniti) di vivere con libertà e solitudine». Né che «spesso le cose hanno ragioni molto più semplici e più precise di quanto non si potrebbe immaginare. Ma non sempre le parole che occorrono a spiegarle si presentano altrettanto semplici e precise». Ancora non basta.


Cristina Campo
Caro Bul. Lettere a Leone Traverso (1953-1967)
Adelphi, Milano 2007

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2 commenti su “Caro Bul

  1. marzia
    17 gennaio 2008

    Conoscevo Cristina come molti, ma mi era ignoto questo delizioso ( perchè delizioso deve essere) Epistolario.
    Questo post è denso e devo stamparmelo: il monitor non mi permette di soffermarmi come voglio sulle anse di quetso fiume, è il caso di dire.
    In Ot
    Ieri ero a Napoli per la Mostra di Alma Tadema. Peccato tu sia lontana 🙂

  2. Stefania Mola
    18 gennaio 2008

    Sono difficili, certi epistolari, soprattutto quando sono unilaterali come questo. Ti sfugge sempre la metà delle cose dette, e il cento per cento di quelle taciute. Forse sono più “ricche” le Lettere a Mita. Qui ti resta la perplessità, un senso di incomprensione anche nei confronti di lei. Quasi come se la scrittura che della Campo siamo abituati a conoscere e la persona che qui si disvela attraverso la corrispondenza (e attraverso piccole debolezze e contraddizioni) talvolta non coincidessero.
    Sì, non doveva essere per niente facile accettare di starle accanto. La vita, in realtà, è più semplice di certe complicazioni (per fortuna).

    p.s. Alma Tadema me lo sogno… :-/

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Questa voce è stata pubblicata il 17 gennaio 2008 da in Cristina Campo, Margherita Pieracci Harwell con tag .

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