Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

[Si]lente

«Fa discutere il saggio di Arturo Mazzarella sulla letteratura dopo la rivoluzione digitale secondo il quale una serie di scrittori – Fortini e Magris tra gli altri – continuano a coltivare un’idea della scrittura letteraria, germinata dalla lettura di altri libri, come un viatico della conoscenza. Mentre altri indicano una via diversa in cui letteratura e comunicazione si toccano nella descrizione del caos non come disordine, ma come velocità di scorrimento del reale. Discorso complicato, la cui sostanza è questa: è in atto un mutamento che non si può arrestare, perché il trasformarsi della comunicazione emarginerà la letteratura che preferisce restare chiusa in sé.

La Stampa, con servizi di Belpoliti e Baudino, in una rassegna svelta ricorda che Tondelli (maestro di almeno due generazioni di scrittori) dichiarò di “sentirsi più debitore verso la musica rock che verso i libri”. Poi mette in campo la provocazione forte di Pietro Grossi, che confessa di dovere al “libro-game la propria passione per la letteratura, perché leggere libri è stata sempre una fatica”.

A spremerne il sugo, nei nuovi scrittori c’è una tendenza in cui la cultura popolare, fatta di canzoni pop e blog, diventa una sorta di enciclopedia di riferimento. Stando ai fatti ci capita oggi di leggere scritti rumorosi di giovani emergenti, che eliminano il silenzio e la lentezza della vecchia letteratura. Confesso: mi sento irrimediabilmente passatista e reazionario. Credo che silenzio e lentezza con cui si scrivono (e leggono) i libri siano beni da salvare, per una sorta di ecologia dell’anima: perché nell’allontanamento dal rumore e dalla velocità ci è rimasta l’unica possibilità di crescere e pensare».


[Giorgio De Rienzo, oggi sul «Corriere della Sera», a proposito di lett(erat)ura lenta e silenziosa]

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Un commento su “[Si]lente

  1. Montgolfier
    21 gennaio 2008

    non so se quell’aggettivo, “svelta”, incollato alla rassegna, sia confezionato in carta d’ironia

    a me quegli articoli sono parsi lontani dalla “ecologia dell’anima” e dalla chiusa dell’articolo che riporti qui e che condivido in pieno

    (sapere stare con noi stessi, di fronte a noi stessi, fanno eco le parole della trasmissione “uomini e profeti” che ho ascoltato ieri su radio3)

    mi allontanano sempre più le dispute sul dover essere della letteratura, i proclami, l’assenza di profondità

    solleva polvere di domande uno scrittore che dice d’aver letto con fatica (mi verrebbe da chiedergli, innanzi tutto, perché leggere allora i suoi libri)

    la velocità non è un valore per sé, è una qualità funzionale a cosa si racconta. Ci sono lente e brutte, ma anche cose lente bellissime; lo stesso vale per la velocità

    sempre di più mi viene da dire che ci sono libri belli, che funzionano e libri brutti, che non funzionano; al di là del retroterra che li ha generati

    (ricordo con pena il periodo dei cannibali dove i libri venivano misurati a litri di sangue, una specie di épater le bourgeois datato)

    e soprattutto penso che il bisogno di mangiare storie non finirà mai, e quindi non finirà mai la letteratura, al di là di parole presuntamente teoriche che invece non dureranno più del fiato che le ha emesse (la polemica paga, ma a breve: ecco un esempio di velocità nociva)

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Questa voce è stata pubblicata il 19 gennaio 2008 da in Giorgio De Rienzo con tag .

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