Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Odiséa

odiséaEolo ama contemplare alcuni alberi carichi di foglie arrossate dall’autunno, finché un giorno uno stormo di uccelli non le fa cadere. Eolo piange, ma Ulisse e i suoi compagni in breve tempo le riattaccano con l’aiuto del miele. Stravaganza o magia? Se penso che la pietra di Itaca che Ulisse carezzava è diventata ruvida perché nessuno più lo faceva da anni direi: innocenza.

Tanto più che il tempo indefinito della convenzione epica lascia il posto a quello concreto della narrazione popolare: due mesi per riattaccare le foglie autunnali ai rami, vent’anni di mancate carezze alla pietra di Itaca, ben quattro ore (e un quarto) per tirare in città il cavallo di legno che avrebbe segnato la fine.

Tempo concreto e preciso in cui Ulisse, smessi gli abiti dell’eroe, indossa quelli del pellegrino vinto dalla stanchezza e dalla nostalgia e si sistema accanto al fuoco, sopraffatto dal ricordo delle teste dei Troiani penzoloni fuori le mura per una guerra che non finiva mai uguali a quelle dei naufraghi che sgocciolavano acqua e sfinimento. È lì che Tonino Guerra lo incontra, dietro le quinte del poema omerico e a margine di poche figure emblematiche: il cavallo di legno, Polifemo, Circe, le sirene, i Feaci…

Viene da pensare che se si ha una mamma che si chiama Penelope (come il nostro poeta) tutto sia possibile. Persino che Ulisse pianga per i giovani nemici morti sul campo e il tempo, in neanche un battito di ciglia, ricopra rovine e sentimenti d’erba e dimenticanza.

“…e non ti veniva neanche da pensare che degli uomini e delle donne proprio lì, appena anni prima, ridevano insieme nel guardare un albero fiorito“.

O che il mare omerico, già proverbiale, diventi ancora più terribile. Di una «splendida cattiveria» che fa della barca qualcosa che va dove vuole lei, «un osso di pesca che va sott’acqua e torna su», «una piuma che scivola sulla mano grande dell’acqua» come sulla memoria scivola il piacere di perdersi mangiando loti a crepapelle, che poi – per chi è in viaggio – è perdere orientamento e direzione, baciare alberi e sassi, senza un solo pensiero nella mente, «come bottiglie vuote».

Di concreto non c’è solo il tempo, in questa rilettura dell’Odissea, ma soprattutto le cose che nella narrazione scivolano nel magico, nel grottesco, nel miracoloso e fiabesco. Luoghi in cui l’Olimpo non conosce pioggia né neve, e l’aria è piena di musica e di farfalle, eppure è una fitta e improbabile nevicata che nasconde alla vista del ciclope infuriato la fuga di Ulisse e dei suoi.

Tornano spesso le farfalle, volando dalle corde personali del poeta a queste pagine. Sono quelle con cui torna a giocare Penelope quando smette di tessere la sua tela, sono quelle che scappano piene di paura dai fiori che il passo dei Ciclopi fa tremare, e svolazzano nella camera di Circe come messaggere degli dèi, a segnare il compiersi del destino. Vorrebbe ucciderle, Ulisse, ma non ce la fa a respingere l’assedio della memoria e della nostalgia: deve ripartire.

Sarà per la volontà di recuperare quell’innocenza (in senso vichiano) e perdonare ogni debolezza che questo libro occhieggia sugli scaffali dedicati ai lettori in erba, e io stessa l’ho rubato alla libreria di mia figlia. E tuttavia, accanto al fuoco e nel racconto di quel viaggio, c’è posto soprattutto per gli aspiranti bambini, quelli che sanno che ci vuole una vita e da qualche parte devono pur cominciare


Tonino Guerra
Odissea. Viaggio del poeta con Ulisse
[Odiséa. Viaz de poeta sa Ulisse]

Bracciali, Arezzo 2007

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Questa voce è stata pubblicata il 3 marzo 2008 da in Tonino Guerra con tag .

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