Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

L’offesa

Bastano poche pagine senza fronzoli a delineare una trama complessa, poche parole – esatte ed evocative – a trasformare il linguaggio in immagine. E tre vite soltanto – al protagonista – per restarci addosso, insieme alla riflessione su alcuni dei misteri ineludibili della nostra esistenza.

C’è tutto quel che occorre per sentirsi attraversare e scuotere dal torpore: la “normalità” di un’esistenza e di un’intimità in cui i verbi più antichi che uomini e donne adottano sono “amare” e “temere”; ciò che la scompagina senza preavviso; l’orrore; il destino. Nella Storia e dentro la carne e il sangue fino all’ultima lacrima, quella in cui – seppur inconsapevolmente – sono contenuti tutte le gioie e tutti i dolori del passato.

In Kurt, sopravvissuto all’orrore, qualcosa muore per sempre. È questo il nodo cruciale della riflessione articolata intorno alla “banalità del male” che imperversa in uno scenario di umanità ottusa e folle che somiglia a un dipinto di Bosch.

Il male e l’orrore si concentrano sul corpo, linea di confine tra noi e il mondo, unica risposta possibile. Alla morte con la morte. Con l’insensibilità, che è rifiuto radicale, dissociazione, estrema forma di difesa che nasce dalla “radice più profonda del dolore”. Rinuncia totale, da parte di Kurt – der Schneider, il sarto – le cui mani parevano destinate esclusivamente alla gioia di puntare spilli, tagliare e cucire, percorrere la tastiera di un organo e accarezzare la pelle della donna amata.

L’uomo convive con il suo corpo, ma non lo conosce. Almeno non del tutto. Un uomo e il suo corpo sono realtà distinte. […] C’è qualcosa nell’insieme di un uomo che sfugge alla mera somma delle parti che lo compongono. […] Di fronte alle aggressioni del mondo, il corpo si tutela. […] E l’orrore? Come reagisce il corpo di un uomo in presenza dell’orrore? […] Può un corpo distaccarsi dalla realtà? […] Può un corpo dimenticarsi di se stesso?

Sul corpo (ma anche sull’anima) si concentra anche la paziente restituzione alla vita, alla musica, all’amore da parte di Ermelinde, donna dotata di “talento per il dolore” che ogni giorno concima e innaffia l’aridità minerale di Kurt, divenuto metafora di sé, in una sorta di ri/educazione sentimentale in cui la logica del sopravvissuto induce ad aggrapparsi “al sacro scampolo della vita”. “Scoprendosi a vicenda reinventavano il mondo”, come sempre accade ad un uomo e una donna che si innamorano.

Solo questa relazione di “non corrispondenza”, di “non riconoscimento” del mondo, di incapacità di avvertire freddo, caldo, dolore, piacere consente a Kurt – paradossalmente – di convivere con la memoria (e sopravviverle) pur senza ostinarsi a coltivarla. Di aggrapparsi, tramite lei, alla vita. Di reinventarsi, ricominciando da zero, come chi – avendo perduto tutto sotto le macerie – può attribuirsi qualunque nome ed essere chiunque dica di essere.

Fino a quando il passato non chiederà di saldare il conto. Il passato, cui non è dato sottrarsi, anche quando la vita pare offrire futuro e possibilità.

La memoria non è uno strumento dell’uomo, un docile aiutante, un servo efficiente; si direbbe piuttosto che l’uomo sia un lacchè della sua memoria. Perché l’uomo si indebolisce, si distrae, si deteriora, mentre la sua memoria si mantiene salda, capillare, incorruttibile; e mentre l’uomo sbaglia, si ammala, perde i denti, innalza mura, si nasconde o divora i suoi simili, lei rimane all’erta, ad assorbire tutto, conservare tutto, classificare tutto: a scavare, scavare, scavare.


Ricardo Menéndez Salmón
L’offesa
Marcos y Marcos, Milano 2008

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2 commenti su “L’offesa

  1. Patrizia
    19 aprile 2008

    Come sempre le tue segnalazioni di lettura sono una tentazione. Questa mi sembra partiolarmente impegnativa.
    OT. Se ti va, ti ho coivolta in un gioco, uno dei tanti che attraversano la Rete. Non me ne volere.
    Patrizia.

  2. Stefania Mola
    19 aprile 2008

    Impegnativa per le riflessioni, ma la lettura – credimi – scorre velocissima. Un paio d’ore, fermandomi pure a pensare. È una scrittura particolare: come accennavo, la scelta di poche parole ma esatte è capace di far “girare” davanti ai nostri occhi un intero film. Dunque, una trama densa ma – relativamente – poche pagine.

    Quanto all’OT, vengo a vedere subito e obbedisco! Volertene? E perché mai? C’è un momento anche per giocare… 😀

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Questa voce è stata pubblicata il 14 aprile 2008 da in Henri Bergson, Ricardo Menéndez Salmón con tag .

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