Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

La fanciulla, il gatto, lo specchio

Balthus

Martigny, Fondation Pierre Gianadda
16 giugno – 23 novembre 2008

«I suoi temi riguardavano soprattutto le sottili perversioni quotidiane, la vita della strada o negli interni borghesi, le gite in montagna solo apparentemente innocenti. Schivo e isolato, l’artista non concede interviste, vieta ai fotografi di riprenderlo e si racconta che, in occasione di una sua retrospettiva alla Tate Gallery di Londra, egli abbia preteso che in catalogo non venissero inserite altre notizie biografiche oltre alla frase: “Balthus è un pittore del quale non si conosce nulla“».

«Balthus, lo sappiamo, non è mai stato surrealista. I suoi gusti, le sue inclinazioni, lo avvicinano giovanissimo a una tradizione pittorica costruita, severa, capace di comporre storie, illustrare leggende e resuscitare miti. Piero della Francesca, Masaccio, Poussin, David, Courbet sono, attraverso i secoli, i suoi geni d’elezione. La sua pittura non tende a una bellezza scaturita direttamente da un automatismo dell’inconscio, né è dominata dalle categorie del “meraviglioso” e del “convulso” invocate allora da André Breton. La storia di quella filiazione è stata scritta. Negli anni venti, nel corso del suo viaggio in Italia, Balthus rafforza quei tropismi forse grazie all’incontro con i migliori prodotti della giovane pittura italiana, dai Valori plastici al Novecento, da Carrà a Casorati. Ne condividerà la poesia glaciale, la passione per i manichini e gli automi, il realismo magico, l’amore per il bel mestiere».

  • (Jean Clair, Balthus, Milano 2001)

«Se la critica d’arte si potesse fare con il cinema (e io credo che si potrebbe fare benissimo senza ricorrere ai soliti documentari così detti “d’arte”) forse allora io potrei fare un film su Balthus e il suo lavoro e il suo modo di lavorare, vincendo il timore paralizzante per cui un autore di cinema si sente sempre come l’ultimo arrivato nelle arti figurative, se non altro in ordine di tempo. […] Mi piacerebbe raccontare il luogo dov’è possibile incontrare Balthus, Villa Medici, con i suoi androni e le vaste sale riverberate dalle ombre verdi della vegetazione esterna, un luogo dove sembra di compiere un viaggio a ritroso del tempo immersi e protetti nel flusso indistinto e ininterrotto della “memoria” dell’arte. Perché è ai due termini di questa memoria che si colloca per me Balthus. […] Lo conoscevo soltanto da qualche anno quando mi propose, quasi per caso, di visitare il suo studio. E anche il giorno fissato si comportò come se volesse ritardare ancora, allontanare quel momento, tendere l’attesa. Restammo a lungo a parlare degli immobili giardini della Villa. La metafora di una “veglia”? Un rito lustrale? Avevo l’impressione, immaginavo che senza fretta, come facevano i pellegrini quando giungevano in un luogo sacro, fosse necessario liberarsi dalle scorie della polvere, purificarsi. Si completava in questo modo l’immagine che mi ero fatta di Balthus; iniziatica, sacerdotale, a custodia di un patrimonio simbolico in cui il tempo aveva sedimentato la cultura dell’arte. Poi, quando mi ero quasi convinto di un ulteriore, tacito rinvio, passeggiando lentamente mi condusse nella sua stanza di lavoro ricavata nell’interno di un’antica costruzione perduta fra i giardini della Villa. Venni così finalmente a contatto diretto con l’arte di Balthus. Tre tele grandi lavorate ormai da anni e non ancora finite nelle quali prendevano nuovo equilibrio i famosi segni del suo mondo: una giovane in posa di lettura e due dame giapponesi protese allo specchio. Nella luce ferma del suo studio, una luce da miracolo come in certe chiesette toscane visitate di mattina, stavamo tutti e due a vedere quei quadri come fossero dei reperti, come se ci trovassimo di fronte a qualcosa che lui, Balthus, avesse non eseguito, ma ritrovato, scavato, portato alla luce».

  • (Federico Fellini, in Balthus: dessins d’Italie, dessins des collections italiennes, Roma 1990)

«Balthus, come Piero della Francesca, è un pittore di luce. Quella di Balthus, però, è una luce lattiginosa, che entra uniformemente nelle stanze disadorne da una finestra oltre la quale non vediamo niente; è un’eredità di armonia, proporzione e misura che viene a questo artista modernissimo da una strana intuizione dello spirito del nostro Quattrocento. […] Balthus dipinge risalendo da Cézanne, piuttosto che da Seurat, a Piero della Francesca, con una naturalezza sorprendente, come se la pittura non avesse avuto evoluzione, ma profonde linee dominanti. In tal modo ha realizzato un’immagine di elaborato classicismo ed assoluta modernità, senza rischiare l’accademia, la citazione. […] Balthus aveva le carte in regola ed era perfettamente contemporaneo pur essendo antimoderno».

  • (Vittorio Sgarbi, Balthus, Firenze 2001)
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5 commenti su “La fanciulla, il gatto, lo specchio

  1. Stefano
    17 giugno 2008

    Balthus è un pittore del quale non si conosce nulla

    Secondo me aveva ragione. Penso che debbano parlarci in primo luogo le opere, non le biografie

    Un saluto

  2. Solimano
    17 giugno 2008

    Mi sono divertito a leggere quello che scrive Fellini riguardo a Balthus, e fra un due mesi capirai il perché del mio divertimento. Comunque ti anticipo una mia opinione: avrebbe dovuto essere Balthus a scrivere di Fellini, non Fellini di Balthus. Il rapporto fra le arti non ha da essere gerarchico, ma relazionale, come da anni sono (e non per caso) i Data Base più efficaci, compreso la struttura di IMDb, solo che molti non se ne rendono conto: il salto vero è concettuale prima che informatico.
    Occorre parlare del tema dell’erotismo, riguardo a Balthus, un grande tema in pittura, nel cinema, nella letteratura compresa la poesia. Solo che si ha una coda di paglia lunga un chilometro, per motivi storici tuttora presenti. Perché i ricchissimi clienti compravano Balthus? Perché si richiamava a Piero della Francesca? Suvvia, per il tipo di soggetti, niente di male, diciamolo.
    Solo che l’erotismo di Correggio, Tiziano, Fragonard, Courbet e Renoir e Matisse e Schiele (sì!) è ben altra cosa, quello di Balthus è annebbiato e lattiginoso, a me richiama in mente la storia dell’eremita e di Angelica raccontata dall’Ariosto, un altro che l’erotismo sapeva bene dove stava di casa.

    grazie Stefania e saludos
    Solimano

  3. Stefania Mola
    18 giugno 2008

    Stefano,
    e sì che le opere ci dicono quello e l’altro. Se ci pensi bene, le fanciulle dei suoi quadri non ammiccano; anzi, sono reticenti almeno quanto il loro pittore… 😀

    E che sia quella la molla che fa scattare la seduzione, caro Solimano? Certo, i danarosi clienti pensavano più alle fanciulle in fiore che a Piero, ma Balthus stesso non scherzava, nel suo privato così gelosamente negato alle biografie eppure continuamente filtrato nelle opere.
    Il mio occhio disincantato, di fronte a queste bambole di pezza strappate a viva forza dall’infanzia e dai sogni, è più incline a leggere (più dell’erotismo) languore, indolenza, “dispetto”. E sorride. Ma è il mio occhio – appunto – e non quello di chi cerca un appiglio rassicurante nelle forme acerbe di una geisha. Di un manichino, di un automa. Non della donna di Corcos che pure è la protagonista di Sogni… 😀

    E poi… a Balthus non piaceva la “dietrologia”, e di questo rendeva merito proprio a Fellini: «In genere, tutti scrivono d’arte, spiegano a loro stessi, ai critici, con la speranza che io legga e capisca qualcosa del loro pensiero, sui miei quadri. Io faccio una bambina che si sveglia da un lungo sonno, lei è nuda e loro spiegano a me, che l’ho dipinto, cosa volevo dire. A Fellini questa faccenda non è mai venuta in mente. L’avrei strozzato se l’avesse fatto».

    [Nota a margine: quando vedo che c’è un commento firmato da Solimano prima smaltisco il privilegio di sentirmi onorata, e poi inizio a leccarmi i baffi (finti, eh!) pregustando smodatamente la miniera di “chicche” che vi troverò. Rammaricandomi soltanto di non potermi intrattenere che il tempo di una meteora e di un saluto. Merci bien] 😀

  4. ange
    18 giugno 2008

    Dei quadri mi piacciono i colori, le geometrie e gli ammiccamenti degli oggetti. La mastella smaltata, blu, in questo caso.
    Concordo sui complimenti a Solimano. [Questo intendevo, a proposito di lettura silenziosa]

  5. Stefania Mola
    20 giugno 2008

    Solimano, cresce il numero delle tue fans.
    Statt’accuorto… 😉

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Questa voce è stata pubblicata il 16 giugno 2008 da in Angela Vettese, Balthus, Federico Fellini, Jean Clair, Vittorio Sgarbi con tag , , .

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