Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Lo spazio bianco

Non sono buona ad aspettare. Aspettare senza sapere è stata la più grande incapacità della mia vita. Nell’attesa ho avuto lo spazio per costruire enormi impalcature di significato, e dieci minuti dopo farle crollare, per mia stessa mano. Poi riprendere da un punto qualunque, correggere il tiro di qualche centimetro per rendere la costruzione immaginata più solida. Vederla crollare di nuovo. […] Io non so aspettare e non voglio farlo, nell’attesa i mostri prendono forma e si ingigantiscono, mangiano le ore per crescere e mangiarmi.

Nonostante il trionfo annunciato, non so ancora se questo sia un romanzo, non sono neppure convinta che sia una storia. Quello che mi lascia il ritornare tra le sue pagine – a diversi mesi di distanza dalla prima lettura – è un grumo di sensazioni contrastanti. Avverto la buona scrittura dell’autrice (che tuttavia da sola non basta a creare empatia) ma anche il distacco dell’esercizio di stile; la verità e la delicatezza del tema eppure lo scollamento da un tempo e un ritmo definibili, quelli in cui qualcosa accade.

Si resta invischiati, in questo “spazio bianco”, anche da lettori. Fino a stringere in pugno non il filo di un racconto ma squarci di sensazioni. Non si cammina, ci si ferma, perché Lo spazio bianco è spazio di attesa. Quello in cui le parole e i segni galleggiano, la sfida alla pagina intonsa, alla pausa tra le note. Il frattempo, quello in cui la storia e la musica si addensano – sì – ma restano inesprimibili nel loro senso più profondo. Forse perché ci sono cose – e la maternità, per di più gravata dalla prematurità, è una di queste – che accadono dentro il silenzio. Cose che – accadendo – non coincidono con alcun nome né vi è immagine che possa rappresentarle, tanto meno una metafora che tenta d’essere suggestiva ma è solo tristemente ardita. Cose per le quali ogni parola possibile –  soprattutto quando esatta, puntuale, dettagliata come un referto medico – appare quasi stonata.

È comunque – al di là delle mie personali perplessità – un libro di attese, solitudini, imperfezioni e sopravvivenze. Di schegge e lame a doppio taglio. Il non sapere e la paura di saperlo. Morire o nascere. Presenza o assenza. Tutte contraddizioni, tutte equivalenze. A raccontare l’apnea dal di dentro è Maria, incapace di aspettare, inadeguata ad accogliere l’irruzione dell’imprevisto. Il suo dibattersi – non del tutto convincente – influisce sui “tempi” della storia. Che si perde, si ferma, si sospende.

E Napoli sullo sfondo, nella prospettiva dilatata dalla finestra di quell’attesa, Napoli in cui le contraddizioni sono carne e sangue quotidiani e facce della stessa realtà. Napoli “spazio bianco” smisurato e fatto città, spazio bianco come Maria che l’attesa ha spogliato di ogni certezza rimescolando punti di riferimento ed appigli. Maria che di quella bambina inattesa e figlia di un amore distratto non conosce altro che il suo “esserci” assente, nudo come lei, vulnerabile come la sua città, fragile come quell’attesa che viene chiesta – e imposta – all’ansia di questa età di mezzo – i quaranta – spartiacque, soglia, limite, bilancio, consapevolezza, disincanto, libertà. In ordine sparso.

Attesa come unica appartenenza, nocciolo di un’identità e di una prospettiva infine ritrovate. Ancora domandandosi, richiuso il libro, cosa sia accaduto davvero in quello spazio bianco al di là del quale si ricomincia a scrivere e – talora – a vivere.


Valeria Parrella
Lo spazio bianco
Einaudi, Torino 2008

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3 commenti su “Lo spazio bianco

  1. ange
    17 luglio 2008

    Non ho letto il libro, anche perchè – sinora – non c’è stato uno/a che me ne abbia parlato bene.

  2. Pingback: [Più]o Meno « myfavoritethings

  3. Stefania Mola
    18 luglio 2008

    La Parrella potrebbe crescere ma anche no. Nel senso che ha tentato il salto dal genere racconto (in cui si è cimentata con successo discreto) a qualcosa che non è né racconto lungo né romanzo breve. A mio modestissimo parere, la buona scrittura – così come non è detto produca empatia con il lettore ad ogni costo – non basta a fare un buon libro, magari di successo. In questo caso a reggere una cosa che viene offerta come romanzo ma resta lontana dalla sua complessità (che è anche “respiro” ampio) e dalla sua ricchezza di punti di fuga.

    Opinione personale, naturalmente (i libri – in qualche modo – devo sentirli, sennò sono davvero un bell’esercizio di stile. E questo dalle pagine vien fuori), che non impedisce di leggerlo velocemente e senza intoppi. Scrive bene, la fanciulla, anche se tutto è troppo “cerebrale” e senza “abbandono”.

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Questa voce è stata pubblicata il 16 luglio 2008 da in Valeria Parrella con tag .

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