Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Self pu[bli]shing

«”Se l’hai scritto va stampato”. Lo slogan che ha scelto il sito di self publishing www.ilmiolibro.it è perfettamente coerente con la filosofia che lo ispira e che anima, con tutta evidenza, le persone che hanno scelto di utilizzarlo. L’iniziativa – che fa parte del gruppo Espresso-Repubblica, che la ha supportata con una ingente e azzeccata campagna pubblicitaria – è partita a maggio ed ha avuto notevoli risultati, finora. Sono già 2mila i libri stampati e oltre 9mila gli iscritti alla community di autori-lettori. La pratica per stampare è semplice: si sceglie il tipo di libro, il formato, la copertina, il numero di pagine e le copie da stampare (se ne può fare anche una sola). Un preventivo per un libro con copertina morbida di 220 pagine per 200 copie di tiratura (diciamo un romanzo-tipo) costa al cliente 1.934,4 euro. Il prezzo di vendita lo deciderà l’autore, che potrà anche venderlo online. C’è anche una classifica dei più venduti: attualmente in testa c’è Viola di Pervinca Paccini. Ma non è possibile sapere quante copie abbia venduto. Poche o tante, però, qui non importa molto.

Il punto centrale del discorso è un altro.

Questo tipo di “editoria” serve: anzi, è una valvola di sfogo sociale importante, consente alle persone (di solito romanzieri o poeti, più o meno frustrati) di vedere il proprio nome stampato su una copertina e poter fare dono del loro libro ad amici e parenti che difficilmente negheranno qualche gentile parola di apprezzamento. Il fatto è che molto spesso questi autori – tra i quali ci sarà certamente qualcuno decente, bravo o anche eccellente – rivendicano (e un giro nei blog lo conferma subito) la trovata libertà – finalmente! – dalle case editrici che ti umiliano con pareri negativi, se pure te li danno, beninteso…

Ma autopubblicare – cioè pagare di tasca propria, che sia online o con un tipografo poco cambia – spesso non è un “rivoluzionario” saltare la filiera produttiva – dal produttore al consumatore – ma, più banalmente, un sottrarre la propria opera al giudizio anche di un singolo lettore che non faccia parte della solita schiera di amici-parenti-sodali. E perpetua l’idea equivoca che questi autori hanno generalmente delle case editrici: cioè che per uscire con un proprio libro si debba pagare.

Se non che l’editoria funziona proprio al contrario: l’editore paga gli autori, ci investe perché pensa di ricavare dalle loro opere dei profitti. Per fare sì che questo meccanismo scatti ci vuole solo un elemento: che l’editore – che mette i soldi e “fa” il libro quanto l’autore – decida di scommettere sulla vendibilità di quell’opera ancora non pubblicata. Per questo seleziona spietatamente i manoscritti della marea di persone che il più delle volte non legge ma scrive.

Perché il principio dell’editoria vera è esattamente l’opposto: se l’hai scritto, non è detto che vada stampato».

 

 


 

 

 

[Sottoscrivendo dalla prima all’ultima riga Stefano Salis, L’ho scritto e me lo pubblico, nell’inserto culturale del «Sole24Ore» di domenica 20 luglio 2008]

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6 commenti su “Self pu[bli]shing

  1. biz
    22 luglio 2008

    Beh insomma, è cambiato solo il meccanismo, semplificato. Ma gli APS (era questo l’acronimo?) di cui parlava Eco nel Pendolo di Foucault, e i relativi editori, ci sono da tanto tempo.
    Niente di male, per carità. Forse, in genere solo un po’ di spreco di carta e obbiettivi mal riposti.

  2. Solimano
    22 luglio 2008

    Sono naturalmente d’accordo con ciò che dice l’articolo, è ora di uscire da certi equivoci e di guardare le opportunità vere, che sono nella rete e nella possibilità che sempre più sarà praticabile per chi ci tenesse, di collegare strumentazioni di ogni tipo al PC.
    Una mia amica da tempo si autoproduce dei libretti con illustrazioni, veramente gradevoli, ci si diverte e non si ripromette nessun tipo di guadagno o di spesa, a parte il tempo che ci dedica.
    Ognuno ha il diritto di credere in quello che scrive, in un certo anche il dovere, se no, perché non mette di scrivere? Solo che il nesso con la carta, con i soldi e con la fama (eh, la fama!) complica maledettamente la vita e secondo me complica anche la scrittura, perché si scrive bene (ammesso che si scriva bene) solo se si sta iuxta propria principia, cioè finalizzati unicamante allo scrivere bene. Aggiungo che gli obiettivi impossibili perciò stesso non sono più obiettivi, punto e basta.
    Io un obiettivo possibile ce l’avrei, ed è quello di mettere della pubblicità su Abbracci e popcorn, alcuni amici si meravigliano perché non lo faccio. Non mi va, punto e basta, quindi non lo faccio.
    Altra cosa è invece è cercare di ottenere che quello che scrivo ed a cui tengo sia conosciuto da più persone in rete: è un obiettivo possibile, lo perseguo e lo perseguirò, senza però procurarmi artificiosi mal di testa.
    Altra cosa ancora è organizzare il già scritto in modo che sia facilmente fruibile ed apprezzabile in rete, ed io di già scritto ne ho tanto. Ci sto pensando anche se non è semplice, non perché non abbia le idee chiare su quello che vorrei fare, ma perché il software attuale non corrisponde in tutto a quello che vorrei. Ma è una cosa che non dipende da me, quindi posso trovare una soluzione che anche se non corrisponde al 100% a quello che vorrei, corrisponda all’80%. Però dico una cosa che mi rende tranquillo e contento: sono in grado di seguire il numero di visite post per post per quello che scrivo attualmente e ci sono dei post per cui, anche facendo la tara alle visite mordi e fuggi, ci sono numeri di gran lunga superiori ad ogni mia aspettativa. Per dirla chiara, non c’è match, pubblicando su carta, sono numeri che non mi sarei mai sognato.
    Altra cosa ancora -e chiudo-è esplorare la possibilità di gioco a somma positiva in un sito o blog in cui si scriva con altre persone con cui si è in rapporto di stima, fiducia ed empatia, ma ci sto pensando e qualcosa di buono si fa già e si autogiustifica.
    Alla fine di tutto, tolto ogni tipo di sudiciume con una bella doccia, possiamo affrontare l’obiettivo veramente difficile: scrivere bene dicendo cose che pensiamo e sentiamo in modo competente e interessante.

    grazie Stefania e scusa la lunghezza, ma ne riparleremo
    Solimano

  3. Stefania Mola
    23 luglio 2008

    Caro Guido,
    gli APS sono sempre esistiti, ne conosco parecchi (anche tra i “tecnici”, gli architetti, gli archeologi, i ricercatori di storia locale…) che hanno iniziato a far circolare le loro cose pagando una tipografia ma, forse, hanno poco da spartire con la sconsiderata folla di ispirati che preme alle porte delle case editrici lamentando incomprensione del loro genio.

    Lasciamo perdere le decine di mails che anch’io – nel mio piccolo – ricevo ogni giorno: mi bastano le prime due righe per capire il colpaccio che non farò ignorando il messaggio. Quello che Salis denuncia, e che è quotidianamente anche sotto i nostri occhi di bloggers, è un generalizzato e mancato esame di coscienza. Gli editori sono brutti e cattivi, perché dovrebbero accogliere a braccia aperte qualunque borborigmo della mente altrui e perché non capiscono quale capolavoro si lasciano scappare umiliando – per giunta – con un rifiuto o, peggio, con richiesta di contributo in danaro gli aspiranti.
    Ma mai nessuno che si domandi: sono il genio che credo di essere? Possiedo i requisiti minimi? So scrivere? So confezionare storie? Sono convinto/a che per scrivere sia necessario e imprescindibile leggere?

    Perché il problema grosso è anche quello: non faccio altro che leggere gente che si autopromuove, che se la tira, se la canta e se la suona, che si fregia pomposamente del titolo di scrittore o scrittrice (ah, quanto mi piace quello che dice, semplicemente: sono uno/una che scrive), ovvero – dall’altra parte della barricata – di editor (addirittura qualcuno che dovrebbe garantire la qualità, la chiarezza e la coerenza della scrittura altrui), e poi… lasciano un commento innocente e scrivono regolarmente un pò (o altre amenità ortografiche e soprattutto sintattiche cui abbiamo fatto il callo. Io no, mi sento rimescolare dentro e, se due più due fa quattro, i conti non tornano). Poi magari dicono che sei pignola, ma – come mi hanno insegnato – le licenze poetiche se le possono permettere solo quelli che conoscono le regole.

    Ho semplificato, caro Solimano. La verità, però, è che da lettrice (per svago e per mestiere) credo anch’io che la velleità di scrivere non giustifichi la pubblicazione a tutti i costi. Internet ha spalancato un orizzonte impensabile fino a pochi anni fa. Perché non farselo bastare, se la cosa a cui si tiene è farsi leggere, conoscere, apprezzare, passando – come è giusto che sia – attraverso le forche caudine del confronto e del giudizio altrui?
    I lettori veri non sono mica scemi, e tutti questi affamati di stampa lo sanno. Perciò saltano un passaggio, il più importante: quello del giudizio altrui. Non vogliono consigli, non ritengono di dover aggiungere nulla alla vena ispirata che li nutre.
    Anche in questo Salis ha ragione. Perché il nome in copertina, una vetrina, le luci di una ribalta (seppur effimera) sono una delle smanie più pericolose di questi tempi.. Tempi tristissimi per la cultura e la conoscenza vere, vacche magre e senza speranza per chi ami leggere. La gente libera legge, e il più delle volte non scrive affatto, se non per puro diletto, senz’ansie, magari apre un blog e va a caccia di affinità più preziose di presunte autorevolezze fondate sulla sabbia dell’ignoranza.

    Ce ne sarebbe, ma mi fermo qui.
    Grata delle vostre opinioni.

  4. RRC
    24 luglio 2008

    cara Stefania, felice di commentarti qui!

    Bene, sarebbe tutto giusto e ineccepibile, ma purtroppo bisogna ritenere molto dinamica la linea di demarcazione tra editore a pagamento ed editore tout court.
    Questo criterio non corrisponde purtroppo più alla autocertificazione dell’editore stesso.
    Il libro della Ognibene “esordienti da spennare” è piuttosto indicativo al riguardo.
    Non parliamo poi del settore poesia che – per i dati che ho acquisito con la mia modesta esperienza – è pressoché totalmente “contaminato da pluto(nio)”, e dove ormai conta più essere un buon PR di se stessi piuttosto che scrivere bene.
    La stessa Ognibene denuncia la falsità delle argomentazioni degli editori a pagamento, ma poi, trattandosi di poesia, liquida il tutto dicendo che “qui i libri non li compra nessuno” dunque il contributo dell’autore è legittimo…!!!

    In secundis, è assai probabile che la valutazione e l’investimento dell’editore avvengano (legittimamente, per carità) su basi economiche anziché di qualità letteraria.
    Quindi è altrettanto probabile che un’opera di valore trovi ugualmente delle difficoltà ad uscire.

    Detto questo, neanche io valuto positivamente il fenomeno della editoria on demand. Diciamo che riflette un pregiudizio di prevalenza cartacea, o meglio di “investitura” cartacea: non sono un autore se non ho pubblicato su carta.
    Altrimenti non mi spiego perché, dovendo spendere cifre difficilmente sotto il migliaio di euro (spesso multipli), essendo dunque impensabile un ritorno economico, uno non pubblichi le sue opere direttamente in rete, sul suo sito, ove ha la possibilità di renderle stampabili, tutelarne i contenuti, e l’unica spesa cui va incontro è quella della propria utilità/tempo per rendere il suo sito linkato e visualizzabile…

    Io credo che se mi risponderanno picche farò così.

    Ma il sillogismo non regge, anzi, si preferisce entrare nella lega cartacea, magari dalla serie B (eggià, perché pubblicare per un editore esplicitamente a pagamento è pur sempre uno stigma), ma occorre entrarvi ad ogni costo…

    spero di non avervi ammorbato
    buona giornata

  5. Solimano
    24 luglio 2008

    Stefania, sui lettori delle case editrici e sulle Forche Caudine la penso esattamente come te, semmai sono più drastico. Sono persone che svolgono un lavoro necessario e che debbono avere sempre ben presenti gli obiettivi degli editori. Possono sbagliare, come no, ma a sfogliare in qualsiasi libreria i libri usciti in questi mesi, sbagliano più nel tenere troppo aperta la mano che nel chiuderla a pugno.
    Sugli APS, le pagine di Umaberto Eco nel Pendolo di Foucault sono fra le migliori che abbia scritto da tutti i punti di vista.
    Sbaglio regolarmente (e volutamente) per narcisismo e pre-potenza, ma il punto che si può fare molto di più di quello che generalmente si fa per farsi leggere esiste, come esiste il punto che riguarda l’attrattività dell’archivio contenente i post scritti da tempo. Se si crede a ciò che si scrive, non si fa tutto il lavoro se non si fa il “moralmente possibile” per essere letti.
    Reputo moralmente corretta l’iniziativa de La Repubblica-L’espresso anche se non mi interessa. Non reputo moralmente corretto che non si sappiano le copie del venduto. Non reputo moralmente corretto il mondo APS, da entrambe le parti. Ma si può ancora dire, la parola “moralmente”?
    Mi interesserebbe molto riprendere un discorso fatto dal blogghiere Fulmini nel Nonblog, quello dell’individualismo italico, al cui contagio nefasto è molto esposto il mondo del blog. Mi piacerebbe una bella discussione en plein air, dove Fulmini vuole, suggerirei il titolo: “Individualismo e Individualità”, perché il primo termine è negativo, il secondo positivo e necessario, perché le Individualità con un grado il più ampio possibile di libertà sono il nocciolo duro in ogni serio progetto condiviso. Le alternative tecnologiche, organizzative, cooperativistiche ottengono il solo risultato che la moneta cattiva inesorabilmente scaccia la moneta buona. Ne parliamo? La possibilità esistono, come esistono i talenti e le potenzialità.

    grazie Stefania e saludos
    Solimano
    P.S. Non so se qui esista la possibilità del grassetto e del corsivo, quindi non li metto e me ne scuso.

  6. Stefania Mola
    25 luglio 2008

    Scusate l’assenza 😀
    Roberto, benvenuto qui! 🙂
    Il discorso è lunghissimo, e mi tocca in modo particolare, ma dall’altra parte della barricata, cioè dal punto di vista dell’editore, nel senso che lavorando all’interno di una casa editrice vedo questo problema da più angolazioni, non ultima quella che per un attimo mi fa indossare i panni del mio capo e capire che le acque in cui naviga l’imprenditore culturale piccolo (e piccolissimo) sono diversissime da quelle in cui sfreccia il colosso editoriale.

    Premesso che troppo spesso chi brucia nel sacro fuoco del volersi pubblicare crede che un editore sia a) un tipografo e b) un benefattore, non si capisce perché – alla fine – si criticano gli editori che chiedono un contributo alle spese “vive” da parte di perfetti sconosciuti (cosa che si risolve il più delle volte con l’impegno ad acquistare e gestirsi da sé una parte della tiratura). Non si capisce soprattutto visto che poi si va a spendere quello e l’altro per il self-publishing di cui sopra. L’editore, nel 99,9 % dei casi, declina cortesemente e rimanda al mittente fior di porcherie, ché se ancora qualcosa si può fare per questa bistrattata cultura dovrebbe essere l’ostacolare ad ogni costo lo spreco di energie e risorse destinate all’analfabetismo di massa. Che non si cura certo assecondando i sogni di gloria di chiunque – cresciuto a pane, tronisti e veline – si svegli al mattino credendo che Dante & C. sia stato un poveraccio e secoli di letteratura, musica, filosofia e arte una cosa da sbarbatelli che aspettava solo d’essere riscritta.

    Il rancore degli scrittori aspiranti, emergenti o emersi (e subito dopo affogati) è tale e tanto che ormai chi crede in una formazione solida, classica e sudata (una vita in cui gli esami non finiscono mai, per intenderci) è guardato con sospetto quando non con disprezzo. Lo ammetto: faccio parte di questi “sospettati” e disprezzati (pazienza, bene così), non foss’altro perché credo che la validità di un libro la racconti la sua durata (nel tempo e nella capacità di “educare” e “formare” le persone), perché i geni e i capolavori incompresi sono pochissimi (e in tempi recenti direi che non ce ne siamo persi gran che), perché ormai non m’incanta la prima scrittura che trovo, perché la prima impressione – spesso – conta tantissimo (la cura, il metodo, la chiarezza, la coerenza, anche nello scrivere una mail, altroché; e figuriamoci un romanzo: raccontare storie è un dono, come raccontare balle, che poi è la stessa cosa…) e perché la Rete è piena di pesci (ma non vorrei dire quali…). Diciamo pesci presuntuosi, a cui la tipografia non basta perché il marchio editoriale è tutta un’altra cosa…

    Un piccolo editore, oggi, non può contare sulle vendite in libreria. Perché ‘sti benedetti libri non si vendono. Perché i lettori sono meno degli scrittori. Perché gli sconosciuti ancora peggio, e non è del pubblicare un “grande” che stiamo parlando. Quando – cosa rara e preziosa – l’editore piccolo decide di investire, finalmente, su uno scritto, un argomento, un autore, un titolo, lo fa a suo rischio totale(magari poter pubblicare tutte le cose che piacciono e su cui si scommetterebbe: solo il compianto Vanni Scheiwiller ci è riuscito…). Il piccolo editore se le deve giocare molto bene le sue carte. Lo deve “vendere” ben prima, quel libro. Perché se gli va male, a lui che non è il colosso che può permettersi anche una prima tiratura di sole 500 copie rischiando di mandarne al macero senza danno 499, va male all’intera sua piccola struttura e a chi ci lavora. Anche a me, dunque, che credo nel mio lavoro e devo fare buon viso a cattivo gioco, sopportando la sciatteria e la pochezza e la supponenza di tanti “scrittori” che non farei scrivere neanche per il giornalino parrocchiale.

    Perché pubblicare non è assolutamente necessario. Basterebbe la Rete a farsi leggere. Tanto, al di fuori della stessa, continuano a non riconoscerti per strada. Vallo a dire, allo scrittore che in Rete se la tira tanto, che fuori dalla sua cerchia di lit-blog lo conoscono solo i suoi parenti…, anche se ha pubblicato on demand. Milioni di persone non usano Internet né bazzicano per blog, eppure vivono alla grande, sballano poco e magari leggono pure tantissimo.

    Roberto, Solimano, sto parlando a voi che sapete cosa sia lo scrivere bene e che dietro la scrittura avete un bagaglio cui tanto di cappello. A maggior ragione potete capire cosa cerco di dire: cose di cui, in Rete, a parlarne ti tiri addosso maledizioni e improperi, pur essendo al di sopra di ogni sospetto. Pur non potendo dire, ad esempio: parli così perché muori di invidia e frustrazione. Fortunatamente io non scrivo. Io leggo, e sono stanca di incappare in emerite porcherie spacciate o recensite per capolavori. Con buona pace anche di quelli che, per lo stesso rancore, dicono che leggere (tanti libri) non necessariamente renda migliori (ma più liberi di pensarla diversamente e autonomamente sì).

    Scusate voi, stavolta… 😀 la lunghezza. Non è mica finita, naturalmente.

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Questa voce è stata pubblicata il 22 luglio 2008 da in Stefano Salis con tag , , .

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