Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Vite appese a un filo

Sono venuta a prendere la sua anima“, annuncia la signora Åström svelando in anticipo – come da dietro le quinte – il Settimo sigillo e le maggiori opere del Maestro; e da quel momento la clessidra parte con il conto alla rovescia delle ultime ventiquattr’ore di vita concesse. Mentre la sabbia si accumula non si dovrebbe affatto liquidare con insofferenza e spallucce “l’evento che nessun altro può vivere al posto nostro”, in completa e irrimediabile solitudine, quando si aggiunga l’assenza di una qualsiasi fede in grado di rendere più lieve l’atrocità… è pur sempre qualcosa che non si riesce a spiegare, che diamine!

Sì, certo, naturalmente...”, è così che si dice, no? Eppure l’inquietudine porta a cercare con lo sguardo l’orologio più spesso del solito, e la paura fa ridere di ogni futile attività in cui ci si impegna per non pensarci illuminando di luce sinistra il palcoscenico sul quale gli attori si sbracciano, fatui e mediocri padroni della loro scena. È tutto così maledettamente [ir]reale da non permettere neppure quel tentativo estremo e ingannevole di decidere del proprio destino rimescolando i pezzi sulla scacchiera. Una partita che non si vince.

Più applaudito risulta lo spettacolo di burattini allestito da Peter, attore dai molti ruoli e proprietario di un prezioso teatrino ottocentesco. Peter il puparo mette in scena Jedermann di Hofmannsthal, scelta infelice per lo stato d’animo di Jenny ma irrinunciabile: Jedermann uomo-burattino esposto ai capricci di un destino incomprensibile, insieme metafora e profezia, vita appesa a molti fili sapientemente manovrati da chi cerca con ogni mezzo di impadronirsi della sua anima.

Il giocattolo di Baudelaire e la sua morale, né più né meno: “La maggior parte dei marmocchi vogliono soprattutto ‘vedere l’anima’, gli uni dopo qualche tempo di esercizio, gli altri ‘subito’. È la più o meno rapida invasione di questo desiderio che determina la maggiore o minore longevità del balocco. […] Il fanciullo gira, rigira il suo giocattolo, lo gratta, lo scuote, lo sbatte contro i muri, lo getta a terra. Di tanto in tanto gli fa ricominciare i suoi movimenti meccanici, talora in senso inverso. La vita meravigliosa si ferma […] infine l’apre, è il più forte. Ma dov’è l’anima? Qui cominciano lo stordimento e la tristezza“.

Poche magie, in un simile contesto, sono così fragili eppure così durature come quella che si sprigiona da marionette e burattini, figli dell’istante solo in apparenza non incalzati dal tempo e dalle mode. Von Kleist ricorda quanto i danzatori abbiano da imparare da loro, toccati dalla grazia di non doversi piegare alla legge di gravità: “Le marionette hanno bisogno del terreno, solo, come gli elfi, per ‘sfiorarlo’ e rianimare l’impeto delle membra col momentaneo arresto. Noi invece ne abbiamo bisogno per ‘posare’ su di esso, e sollevarci dallo sforzo della danza...”.

Eppure, a ben guardare, anch’esse chiedono cure come chiunque affronti la sua parte calcando la scena. The show must go on. Persino le loro scarpe, con il tempo, sono da risuolare perché consunte dall’attrito con la vita.

Non esiste niente che si chiami ricominciare da capo. Non c’è altro che questo: proseguire per la propria strada com’è stabilito. È soltanto umiliante e avvilente cercare di sottrarsi al corso degli eventi“.


Ingmar Bergman
Il giorno finisce presto
Iperborea, Milano 2008

Rilke, Baudelaire, Kleist
Bambole, giocattoli e marionette
Passigli, Firenze 1999

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7 commenti su “Vite appese a un filo

  1. giulia
    5 agosto 2008

    Quante cose mi sono persa… Tornerò a leggerti, un caro saluto. Giulia

  2. Stefania Mola
    5 agosto 2008

    Giulia cara,
    no… qui da me non ti sei persa un gran che: il tempo è tiranno 🙄
    O, più semplicemente, la vita quotidiana reclama, a ragione. Il blog per me, ora più che mai, è un piacere e non un obbligo. Anche per questo, se ritorni, ne sono felice. 😀

  3. giulia
    7 agosto 2008

    Sono tornata e ho letto cose molto belle… Davvero sei una persona che frende la cultura vita… Grazie, Giulia

  4. Solimano
    7 agosto 2008

    Stefania, anche per me il blog è un piacere di tipo impegnativo, che sono i piaceri migliori. Il giorno che non fosse più un piacere smetto, e mi impegno in qualcos’altro, di vita quotidiana in rete e per strada. Le trovo due polarità fra loro in risonanza. L’unico vero inconveniente è non conoscere persone che vorrei conoscere, ma il tempo è galantuomo.

    saludos
    Solimano

  5. Solimano
    7 agosto 2008

    Stefania, mi sono scordato una osservazione sulle parole usurate. Hai presente le parole gotico, manierista, barocco? Ce n’è voluto perché l’usura dell’insulto iniziale passasse, e non è ancora finita, a sentire certi discorsi. Proporrei lo stesso percorso per la parola romantico. Ha un dannato bisogno di essere usurata, perché è una parola inquinante ed infestante peggio della robinia. Poi, una volta usurata, si vede, e sarà bello dire: gotico, manierista, barocco, romantico in modo disattaccato, quindi realmente comprensivo. Ciò per le belle arti e non solo per le belle arti.

    saludos
    Solimano

  6. Stefania Mola
    7 agosto 2008

    Giulia cara, grazie. Eppure è solo un “mezzo”. E per me, che sono “esigente”, mostra tutti i suoi limiti, soprattutto nell’entrare in relazione con gli interlocutori possibili. Tengo stretto ciò che posso, le vostre visite ad esempio 😀

    Perché sì, caro Solimano, l’unico vero inconveniente è quello che tu dici. Il tempo è galantuomo ma le troppe barriere, gli schermi, i filtri, le torri d’avorio non lo sono. Vis-à-vis si bara con difficoltà, equivoci e incomprensioni languono, le affinità vere si coltivano alla grande. Bisognerà rifletterci sul serio, visto che quella risonanza preme con forza crescente all’uscio delle nostre dimore (reali e virtuali)… 😀

  7. Stefania Mola
    7 agosto 2008

    Quanto alle parole usurate (mi piace quando Stefano scrive di queste belle cose…): concordo con le tue osservazioni, e mi vengono in mente equivalenze come bizantino o medievale, che sento usare troppo spesso a sproposito quando ci si voglia far belli e progressisti. 🙂

    Ma allora, su queste basi, che non sia giunto il tempo di inciampare nel relitto della parola amore? È inutile che te la ridi… sto dicendo sul serio: mi fa orrore quel che siamo diventati – soli e fintamente benestanti, nel migliore dei casi; e le grandi, festose e incasinate dimensioni comunitarie che eravamo (famiglie?) solo un ricordo – perché non siamo nati per questo.

    Sono fuori moda, lo so. Cacciatrice di relitti, sopravvivo forse grazie a loro.

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Questa voce è stata pubblicata il 4 agosto 2008 da in Charles Baudelaire, Heinrich von Kleist, Ingmar Bergman, Rainer M. Rilke con tag , .

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