Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Affetti speciali

La parola che preferisco è “pane”. Mi commuove e mi placa il suo suono piano e breve, privo di sibili, durezze, arrotature della lingua. Ovvio che confondo significato e parola, ma non sono tante le parole che significano così bene la loro sostanza. Credo di avere letto che l’etimo remoto di “pane” è lo stesso di “padre”, ma sono troppo pigro per verificare. Ne mangio molto, senz’altro troppo, anche a stomaco pieno – si vede che mi manca.

[Michele Serra, s.v. Pane, in Dizionario affettivo della lingua italiana, Fandango, Roma 2008. Il Dizionario è in fieri: chiunque può lasciare qui la sua parola del cuore e raccontarla. Quanto all’etimo di pane e di padre, bando alla pigrizia…]

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7 commenti su “Affetti speciali

  1. ange
    16 settembre 2008

    Pane e padre, mi pare, che abbiano solo una comunanza di genere maschile 😉
    Quieta è la mia parola affettiva.

  2. Stefania Mola
    16 settembre 2008

    Nel sopperire alla “pigrizia” di Serra con i links all’etimo vorrei solo suggerire ad ognuno la “possibilità” (o meno) di un legame. Perché in effetti c’è più di un orientamento che indica nel latino pānis la stessa radice di pāscere. Qualcosa che ha a che fare con il nutrimento, insomma. A me quest’idea piace, ma non ne so abbastanza di radici indoeuropee, ariane, slave et similia. La parola pane è una delle mie: mi ricorda mio padre quando portava a casa quello enorme di Monte Sant’Angelo o quello ancora caldo di Altamura, che a spezzarlo con le mani era umido, con la mollica che sprigionava vapore. Mi ricorda il pane un po’ raffermo che ci faceva ammorbidire nel latte bianco, di sera, d’inverno.

    Anche quieta però… scivola bene. 😀

  3. ange
    16 settembre 2008

    Io so fare il pane e quando l’impasto, con le mani, sembro mia nonna Angela, quella che mi diceva sempre “quièta, quièta, sei come l’acqua del mare; infine un legame con il pane c’è 🙂

  4. fulmini
    17 settembre 2008

    Salve, Stefania.

    Per me la parola affettiva chiave è il verbo ‘conversare’. Vuol dire non soltanto “aggirarsi con qualcuno” ma, più profondamente, “cambiare verso con ciascuno”, insomma è la parola che tiene e muove insieme “io” e “tu”.

    Pasquale

  5. Stefania Mola
    18 settembre 2008

    Ange,
    quel quièta odora proprio di un tempo buono. Inattuale, perciò lo sento radicato. Mi ricordo che la mia maestra delle elementari, già avanti con l’età (quindi proprio di un tempo “antico” e dolcissimo), ci ammoniva sempre: «La maestra non si arrabbia, semmai si inquieta». Dalla qual cosa deriva il fatto che io non abbia mai potuto pensare al primo verbo se non associandolo alla razza canina, mentre ho sempre caparbiamente regalato agli umani l’inappropriato e immeritato inquietarsi. E sì, magari la gente s’incazzasse così garbatamente come pensava la maestra… 😉

    Pasquale,
    mi ricordo. Abbiamo avuto modo di confrontarci su questo, rammenti?

    [Sì, questo dizionario, aggiornato, si può fare. :D]

  6. voltandopagina
    18 settembre 2008

    A me piace molto la parola grazie. Mi piace dirla e mi piace sentirmela dire, soprattutto quando questo non avviene automaticamente e solo per buona educazione (ma va bene anche così). In ogni caso presuppone sempre un gesto, o un pensiero, positivo e apprezzato. E nel migliore dei casi un sorriso.
    🙂

  7. Stefania Mola
    21 settembre 2008

    Grazie è una bellissima parola. Bisogna saperla dire, bisogna sentirla per poterla dire. Come buongiorno, molta gente si stupisce di riceverla. Piace molto anche a me: più che una parola, è un’estensione del nostro corpo e del nostro cuore verso l’interlocutore.

    Ciao cara. 😀

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Questa voce è stata pubblicata il 15 settembre 2008 da in Giorgio Vasta, Matteo B. Bianchi, Michele Serra con tag , .

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