Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Il mio editore

La cosa essenziale, ai miei occhi, è che il volume esista. Non ho ancora capito che un libro è fatto anche per essere venduto. Anche questo lo imparerò più avanti. Sarà un cambiamento totale.

Al giovane scrittore l’occasione della vita capita in un giorno di neve. E ripartire da quel momento, scriverne trent’anni dopo, è l’occasione per confessare di esserle andato incontro senza «la minima illusione» e con il lodevole candore del novizio: «ignoro tutto e tutti, imparo» da ogni incontro, da ogni conversazione.

La sua fortuna (ma lui ancora non lo sa) è quella di incontrare un editore. Non semplicemente qualcuno disposto a pubblicare le cose che scrive. Bensì uno che quando uno scritto vale, ci crede davvero. E quando invece no, non usa mezzi termini spiegando «perché e in che modo mi sono sbagliato». Uno che ha le sue teorie, quasi sempre riconosciute dall’autore come giuste e pertinenti, foss’anche battendosi in difesa del singolare o delle virgole «quasi fosse in gioco il futuro del mondo e della letteratura, e d’altronde, in quei momenti, per noi forse è proprio così». Uno che non ha tempo da buttar via e che dietro i suoi modi apparentemente bruschi e anaffettivi nasconde la tensione all’esclusività del rapporto e la rara capacità di appassionarsi tanto nella commozione quanto nell’indignazione.

«Lui detesta i sentimentalismi, detesta che lo prendano per quello che non è, padre putativo, confessore, terapeuta, non lo sopporta». Jérôme Lindon, anima delle Éditions de Minuit, l’uomo «dai due sorrisi» trasformato in editore – cioè in autore di autori – dall’incontro con Samuel Beckett, «vi spinge sott’acqua invece di lanciarvi un salvagente», sconsiglia più che consigliare e, dulcis in fundo, dà ordini permettendosi di supporre che non verranno eseguiti. Sollecito nella lettura di un manoscritto, attento e concentrato sulla scrittura affidata alle sue mani, viene raccontato con riverente ammirazione ma anche con divertita levità nelle pagine di questo libretto illuminando un vero e proprio percorso di formazione.

In tempi di “fai da te” e velleità scrittorie senza precedenti quella di Echenoz finisce per configurarsi come una tempestiva lezione, che alla frenesia di pubblicare ad ogni costo – quasi fosse un diritto naturale – oppone un salutare bagno di umiltà (corredato dalla vasta gamma di punti deboli degli scrittori esordienti – sperimentata su di sé) nonché una divertita riflessione sui ruoli che insieme fanno di un manoscritto un buon libro.

Un buon libro, vale a dire non solo una serie di fogli stampati ad uso e consumo del proprio ego e di una ristretta cerchia di affezionati, bensì qualcosa in grado di circolare, essere letto, giudicato, amato e – soprattutto – venduto. I ruoli, si diceva. Perché non basta il talento di chi scrive se manca il filtro sottile, esatto, lungimirante e un po’ folle di chi pubblica.

Altre volte […] ridiamo e credo proprio che ci vogliamo bene. Da qualche anno ho capito che quest’uomo ha due sorrisi: lo spaventoso sorrisetto che affiora in circostanze come quelle che ho descritto, e l’ampio sorriso cordiale quando un libro gli piace, quando un libro va bene, quando è contento di vedervi e, in generale, quando qualcosa di bello capita a lui ma soprattutto a chi gli è caro.


Jean Echenoz
Il mio editore
Adelphi, Milano 2008

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6 commenti su “Il mio editore

  1. giulia
    6 ottobre 2008

    libro interessante. Sono molto d’accordo con quanto si dice in questo post. Un unico appunto: è chiaro che il libro deve essere venduto, ma non deveessere solo questo il motore dell’iniziativa editoriale, perchè a volte ciò vuol proprio dire non rischiare e portare avanti libri che a volte non valgono nulla… Bisognerebbe che quando un libro vale davvero sia anche promosso, publicizzato, valorizzato. Insomma si deve davvero crederci. Sono sconfortata da quello che vedo premiare in giro… Un caro saluto, Giulia

  2. Stefania Mola
    7 ottobre 2008

    Certo che no, Giulia carissima. Che non dev’essere solo la vendibilità a fare di un’idea una buona idea. Ma il paradosso (quello che se fosse vero al cento per cento farebbe di un libro un oggetto come tutti gli altri) in queste pagine serve a ricordare che le buone idee, da sole, non vanno molto lontane. Che ciò che scriviamo, in prima battuta, è qualcosa di ancora molto lontano da ciò che viene distribuito nelle librerie. Che per la buona riuscita del sogno di essere letto e conosciuto l’aspetto “creativo” sta a quello imprenditoriale esattamente come l’aspirante scrittore di successo sta al buon editore (che non è solo – o per nulla – un buon tipografo). Editore che (pur se razza in via di estinzione) resta il termine necessario di confronto, filtro, mediazione tra le aspirazioni scrittorie e la vera gloria, e trovo sia utile rifletterci proprio in tempi in cui – ormai – ci si pubblica da soli proprio nell’illusione che il libro sia solo una pila di fogli stampati (ma i fogli, manoscritti o stampati che siano, restano quasi sempre in un cassetto).

    Il tuo sconforto è il mio, ché ormai da tempo mi sono dovuta arrendere all’evidenza che l’idea di libro tanto a lungo coltivata non esista. 😆

    Un saluto caro anche a te.

  3. Oyrad
    7 ottobre 2008

    La biblioteca minima di Adelphi è una collana deliziosa: sono volumetti che prendo spesso, perchè sono brevi e piacevoli… ideali da leggere ritornando a casa in treno, magari dopo una giornata di studio a Milano – mentre gli altri viaggiatori sbadigliano sui vari Campiello, Strega, etc…
    L’ ultimo che ho preso è “Una visita guidata” di Alan Bennet, del quale – come sai – ho tanto apprezzato “La sovrana lettrice”. Lode per questo piccolo e prezioso post!

  4. Stefania Mola
    7 ottobre 2008

    Grazie Oyrad,
    e concordo a proposito di questi librini. Li apprezzo perché consentono la densità della riflessione (e del piacere) in poche pagine. Penso anch’io al Bennett letto quest’estate, o alla pazza di Simenon, ma anche al bellissimo Tre icone di Cacciari. L’unica accortezza è riporli in uno scaffale “dedicato”, pena il rischio di vederli “inghiottiti” da tomi più voluminosi. 😀

    p.s. E questo, di Bennett, lo hai letto? :)))

  5. sabrinamanca
    14 novembre 2008

    Le edizioni minuit sono in Francia una garanzia di ottima scrittura, prima di tutto. Non per nulla è la casa editrice più selettiva e prestigiosa, più della furba e generalista Gallimard. Ho visto e sentito Echenoz per la prima volta a un festival della letteratura. Un amico me lo presentò e ci parlò per qualche minuto facendosi dedicare un libro. All’epoca non sapevo molto di scrittori francesi viventi né di francese come lingua. Qualche tempo fa, quando Clezio ha vinto il nobel ed è stato invitato ad un’emissione su libri e letteratura, con lui c’era Echenoz. Clezio non ha quasi spiccicato parola mentre l’altro ha chiacchierato senza fine, del suo ultimo libro Zatopec, e di altro. Mi ha fatto una gran tenerezza (è triste, malinconico, ironico, e forse un po’ alcolizzato) e ho avuto una voglia irresistibile di leggere qualcosa di lui. Dato che a casa abbiamo uno dei suoi libri e le finanze sono magre ultimamente, cerco ancora, altrimenti almeno l’ultimo lo compro a natate.

  6. Stefania Mola
    16 novembre 2008

    Ho pensato a due aggettivi che per me rappresentano Echenoz e mi accorgo che li hai usati anche tu: ironico e malinconico. È così che l’ho percepito in queste pagine (ed anche molto “invidiato”: ci sono stati tempi “magici” in cui il caso ti faceva andare a sbattere non contro i pali ma addosso a scrittori ed editori che oggi sono leggenda!). Ed è così che l’ho percepito soprattutto in Al pianoforte, ottimamente scritto e tradotto: una favola amara e coraggiosa che riesce a trasmettere davvero quella gran tenerezza che tu hai provato di fronte a lui in carne ed ossa.

    Grazie, Sabrina 🙂

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Questa voce è stata pubblicata il 6 ottobre 2008 da in Jean Echenoz con tag , .

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