Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Quarantatré

e io quasi mi spavento quando vedo, con i miei occhi di adesso, in che modo ho sempre impedito a me stessa di riconoscere la tua assenza, di ammettere che non c’eri, che mi mancavi.

Se non ci si lascia ingannare dai titoli dei sette capitoli del libro, che portano il nome di altrettante ricette, si spalancherà un mondo. Ancora adesso, nel momento in cui tento di ricomporre le emozioni che questa lettura ha innescato, mi riesce difficile seguire un filo che non banalizzi quello che per me rappresenta uno dei libri più belli letti quest’anno.

Banalizzare, questo è il rischio, di fronte alla fragilità che anche la più solida tra le reti d’affetti patisce in tempi in cui le relazioni si sbriciolano e le emozioni si sfaldano, seriali e inconsistenti. Eppure quelle ricette – croquì, pasta con le erbette, crema di cioccolato, uova ripiene, quiche alle zucchine con speck e toma, coda di rospo stufata con i capperi, flan di carciofi – sono il passaggio obbligato per entrare in un libro che ruota intorno alla cucina come cuore della casa e dell’infanzia, a margine di un percorso interrotto da una scomparsa prematura. Cucina abitabile e troppo presto disabitata, che colma le stanze vuote del cuore, esala profumi e gesti che chiedono di essere tenuti in vita e reiterati ed evoca intimità e nostalgie insanabili. “Quando manca la madre manca tutto“.

A mia figlia perché possa imparare” – è la dedica di apertura del libro nel libro – non tanto a imbandire un convivio perfetto quanto a convivere con le sue ferite. A margine del quaderno di ricette – eredità di una madre morta giovane, madre esemplare “che faceva facilmente figli e dolci” – si dipana un monologo denso e struggente in cui due vite si fronteggiano specchiandosi nel filtro del ricordo, il percorso di una figlia che cerca di riprendere in mano la propria vita, ritrovandola. Ritrovando lei, a distanza di oltre trent’anni, scoprendo la sua immagine solo a tempo scaduto negli occhi della bambina che non c’è più, nelle spalle insufficienti di fronte al disinganno e ai nodi cruciali di un’esistenza tutta da ricomporre, nella rinuncia ai desideri e nel disperato bisogno di normalità strappata al compito di accollarsi una famiglia numerosa e smarrita.

C’è spesso nel leggere, nello scrivere e nel cucinare un’identità di obiettivi, ad esempio la ricostruzione del filo dei ricordi e la loro restituzione allo spazio e al tempo cui appartengono.
La ricerca della madre, cui la voce narrante si rivolge in modo diretto reiterando attraverso l’uso del “tu” una prossimità che spesso diventa sovrapposizione, si addensa intorno a pochi ma fondamentali gesti carichi di significato.

Uno di questi è la realizzazione delle sue ricette, continua prova cui sottoporre la propria inadeguatezza dopo lo smarrimento affettivo e gastronomico (è pieno di “non so” il monologo e il percorso), un fare i conti con i confronti immancabili, le attese, i dubbi, le incognite nascoste dietro una preparazione laboriosa eppure appassionante accolta come un segreto da custodire e tramandare. E per ogni ricetta una tappa della vita; da un lato il passato, il ricordo rituale, il ritorno a giorni irrimediabili; dall’altro la proiezione verso il futuro, il cammino, la svolta, il cambiamento. Gradi di separazione e di avanzamento, in una solitudine che non si dà per scontata, un passo infilato dietro l’altro comprimendo un dolore percepito come debolezza con una compostezza che lo trasforma, senza annientarlo.

E poi l’impronta dichiaratamente proustiana dell'”immenso edificio del ricordo“, alimentato dalla disponibilità a ritrovarlo in una forchettata di pasta, quasi “una resa a uno strenuo nemico interno, quel violento bisogno di piangere che ho cercato per tanti anni di sconfiggere“; che torna mentre prepara una delle ricette (“secondo i tuoi lontani insegnamenti“) o nella madeleine gustata a occhi chiusi insieme ad una amica nei primi mesi di vita finalmente indipendente.

Ancora, la lettura dei suoi libri, grazie ad una familiarità ed una passione divorante ereditata dall’averne avuto libero accesso sin da bambina. Un amore “rischioso“, che la fa sentire “una marziana” quando confessa – candidamente, ma con un’intuizione profonda – di aver trovato tutto ciò di cui ha bisogno per vivere nella Divina Commedia, che si fa caratteristica precipua e differenza dalle coetanee sin da quando il veder leggere la madre nella quotidianità, mentre allattava un fratellino o mentre lei faceva i compiti, costituiva “uno spettacolo rassicurante“.

L’amore per i libri diventa legame insostituibile con il ricordo della madre al pari della scrittura, procedendo di pari passo con lo smarrimento e quel “bisogno di normalità” capace di affrancarsi – senza distruggerlo – dal modello di perfezione idealizzata e inarrivabile. “Quando ho ricominciato a vivere da sola ho anche ricominciato a scrivere a me stessa […] sono riuscita a vedere la mia vita con occhi diversi, la mia vita recente, ma anche quella più remota“. Scrittura di diari, sorta di “antologia di misero e sublime“, pensieri e sogni difficili da riconoscere come propri in cui la madre compare tardivamente: “mi capita a volte di rileggerli, e ogni volta il viaggio nel mio passato si trasforma in un’esperienza quasi sconvolgente“.

Finché appare chiaro persino il titolo, un semplice numero, l’età della madre “doppiata” da quella di una figlia arrivata ai fatidici quarantatré anni, che diventa più “grande” di lei trovandosi a vivere il tempo che lei non ha mai avuto. “Non è stato facile ritrovarti, è stato un lavoro continuo, graduale e impegnativo […] Il mio non è un desiderio di chiudere i conti, piuttosto quello di tenere questi conti sempre aperti, di ritrovarti per non lasciarti più“.

Ecco che dopo tanto tempo gesti e parole trovano la giusta collocazione; la nuova certezza, senza più paura (“Io ti assomiglio […] io sono come te“) di ricevere da quelle ricette l’insegnamento e l’eredità: imparare a cucinare, amare, vivere, con lei, non dentro l’ombra del suo amore.

La felicità è un angelo dal volto severo.

(Amedeo Modigliani, 6 maggio 1913, all’amico Paul Alexandre)


Elisabetta Severina
Quarantatré
Instar Libri, Torino 2008

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8 commenti su “Quarantatré

  1. maria pina ciancio
    31 dicembre 2008

    “La felicità è un angelo dal volto severo”
    prendo spunto da questa bellissima citazione, per ricambiare i miei auguri di gioia e felicità. Mapi

  2. AlfaZita
    31 dicembre 2008

    In bilico tra il vecchio che tentenna dubbioso ed il nuovo che spinge prepotente, fai scivolare sotto la porta, questo tuo biglietto.

    Stefania carissima,

    davanti alla porta, le tue parole colano disegnando il desiderio e
    la nostalgia di un mondo che portiamo dentro incompleto e che cerchiamo di trovarlo già nell’atrio, appena aperta la porta di casa.

    Ti abbraccio con affetto
    Alexandra

  3. giulia
    31 dicembre 2008

    Un libro che davvero ci trasporta nei meandri della memoria. In questi giorni i ricordi sono tanti e molti anche legati a piatti che la mia mamma. ancora viva, ma molto vecchia, realizzava con maestria. Tante volte mi sono detta che dovevo scrivermi le ricette e lo farò, perchè davvero si tramanda tutto un mondo. Ti auguro buon anno, cara Stefania, Giulia

  4. Stefania Mola
    2 gennaio 2009

    Ho chiuso il 2008 in cucina, e in cucina ho inaugurato il 2009. Con una di quelle maratone che capitano solo una volta l’anno per la gioia del resto della famiglia: il momento più bello sono state le ore “fuori dal tempo” tra le 3 e le 7 di San Silvestro, io sola, tra ingredienti, recipienti, piatti quasi pronti o in sospeso, coordinamento e incastro tra i tempi, musica soffusa, profumi che mescolavano il passato e il presente. Senza fretta, senza guardare l’orologio, senza telefono (non c’è nulla che non possa aspettare), concentrata sulle cose, sui legami, sulle coincidenze di sapori, sulla manipolazione e sulla trasformazione della materia prima. Un mondo intero.
    Ho cominciato a “riprendermi” solo ieri sera, quasi senza rendermi conto dell’avvenuto passaggio. Ricordo di aver “raccontato” questo libro a mia madre, sempre in cucina, mentre facevo restringere il sugo dell’arrosto appena affettato ieri, primo dell’anno, e mentre lei si commuoveva nel ritrovare nei miei gesti – solo un tantino più “marziali” e meno caotici – i gesti della cucina di tre generazioni [più “marziali” solo perché a differenza di mia madre e di mia nonna non sopporto l’accumulo mentre lavoro ai fornelli, e tendo a lavare e conservare le cose che sporco subito dopo l’uso]. 😀

    C’entra – eccome – la nostalgia. Per certe tavolate lunghissime allestite in questi giorni di festa, per il lavoro di cucina in cui ognuno faceva qualcosa, per la preparazione della tavola, la cura, perché non è affatto vero che si viva meglio oggi, così come siamo diventati… Manca tutto quando manca la madre, perché manca il punto di riferimento. Lei lo è nella famiglia, ma la famiglia lo è nella deriva di cui siamo parte. Credo esistano legami e reti capaci di salvarci.

    Grazie Maria Pina, grazie Alexandra, grazie Giulia, del vostro abbraccio e degli auguri che ricambio (e in cui credo). In fondo l’anno nuovo sarà soprattutto quel che saremo e faremo.

  5. ange
    9 gennaio 2009

    Presi il libro appena ne accennasti in un commento, l’estate scorsa. L’ho letto con calma, per fare durare il piacere, e poi l’ho prestato a mia mamma. Ho scritto anche un commento quando ho letto il post, ma si è perso con la connessione malandata e mi sono ripromessa di scrivere qualcosa sul blog.
    Comunque, dopo la lettura, mia madre disse “proprio come noi due” Lei è sintetica!
    Voleva dire che, seppure vive, vicine, io e lei ci siamo incontrate, ritovate, adulte. Solo dieci anni fa 🙂
    Ti abbraccio cara amica.

  6. Stefania Mola
    9 gennaio 2009

    Ancora non so spiegare perché il libro mi abbia toccato così tanto, ma tra le ragioni inammissibili c’è anche quella che tu dici: il “ritrovarsi” – seppur vive – più spesso in alcuni gesti e in alcuni modi che “fisicamente”, e comunque sempre tardi, “da adulte”. Quanto tempo perduto. Quando a scuotere tanto è semplicemente un libro vuol dire che si comincia a realizzare che nessuno te lo restituirà. E che ti manca.

    [Mi sa che devo cambiare genere di letture, per qualche tempo :roll:]
    Ricambio calorosamente l’abbraccio, carissima. Cerco ancora la strada di questo nuovo anno, temo d’essermi già persa. 😆

  7. sabrinamanca
    17 febbraio 2009

    Splendido post che dà la voglia di leggere di questo incontro. Quello con mia madre non è ancora avvenuto e credo di essermi rassegnata, purtroppo. Faro’ di tutto perché avvenga con mia figlia (e sbagliero’, sicuramente).
    Un saluto

  8. Stefania Mola
    19 febbraio 2009

    C’è un momento intermedio in cui si è equidistanti dalla propria madre così come dalla propria figlia; è quello che avverto in questo momento mentre sono loro a incontrarsi, e io mi arrabatto con un libro di ricette in cui le quantità e i tempi di cottura non sono indicati…

    Questo libro tocca corde “inammissibili”. È “crudele” perché illumina un momento in cui – mentre i nodi si sciolgono – è comunque “troppo tardi”. È “necessario” perché restituisce dignità ad un bisogno che la nostra rassegnazione (ma anche la paura di sbagliare) tendono ad allontanare.

    Vale la pena leggerlo (specie se oltre ad essere figlie si è anche madri). E non è detto che una volta arrivati all’ultima pagina venga per forza da piangere come è successo a me…

    Saluto ricambiato, e grazie. 😀

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Questa voce è stata pubblicata il 31 dicembre 2008 da in Elisabetta Severina con tag .

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