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Caravaggio ospite

Caravaggio ospita Caravaggio
Milano, Pinacoteca di Brera
17 gennaio – 29 marzo 2009

Colorì […] al Patrizi la Cena in Emmaus, nella quale vi è Cristo in mezzo che benedisce il pane, ed uno degli apostoli a sedere nel riconoscerlo apre le braccia, e l’altro ferma le mani sulla mensa e lo riguarda con meraviglia; evvi dietro l’oste con la cuffia in capo ed una vecchia che porta le vivande.

(Giovan Pietro Bellori, Le vite de’ pittori, scultori et architetti moderni, 1672)

A vederle insieme – la Cena in Emmaus della National Gallery (1601) e quella di Brera (1606) di Caravaggio – si coglie il senso dello scarto tra le cose che in apparenza si somigliano. Si scorge finalmente nell’una la “tremenda naturalezza” del riconoscimento di un Cristo imberbe come in antico, nell’altra la stupefatta compostezza di fronte al suo manifestarsi. Nell’una l’eloquenza del gesto, nell’altra quella della luce. Da una parte la benedizione che sfonda lo spazio in profondità, dall’altra che è già un ritrarsi e congedo. Da un lato la tavola imbandita, l’integrità del pane, la cesta di frutta pericolosamente in bilico verso di noi e la brocca di vino bianco col suo anello di luce proiettato sulla tovaglia – così otticamente vero, dall’altro l’essenziale in cui risaltano le cose, il pane già spezzato, un calice di rosso e quel gesto che della grazia prolunga il tempo.

Poi basta voltarsi per trovare ulteriori percorsi paralleli tra il Concerto del Metropolitan di New York (1595) e il Fanciullo con canestro di frutta della Galleria Borghese, di poco precedente. È il regalo della Pinacoteca di Brera per festeggiare i suoi duecento anni, da oggi.

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4 commenti su “Caravaggio ospite

  1. Solimano
    18 gennaio 2009

    E’ difficile scegliere fra le due opere, ed è del tutto inutile. Per molto tempo ho preferito quella di Londra, ma oggi mi accorgo che è molto di più quello che hanno in comune rispetto alle differenze. Perché il tema è un solo, un tema grande, che il Caravaggio esprime con profondità unica: il tema della Grazia, antichissimo e comune alle più grandi culture. La Grazia che agisce su tutto, anche sugli oggetti, lasciando le differenze ma in un modo che tutto sia uno. Le differenze sono anche dei tempi di vita del Caravaggio: Grazia trionfante a Londra, nel momento in cui la strada per l’ascesa gli era spianata, Grazia sofferente a Brera, quando aveva di fronte a sé il muro della fuga e della condanna. Ma già nel quadro di Londra la canestra è pericolante, come nella canestra dell’Ambrosiana la mela è bacata e la foglia accartocciata nella secchezza. La meraviglia dei pellegrini di Brera ha gesti più accennati che fatti e oggi la sento di più della meraviglia di Londra, così splendida e convinta. In questi due quadri si capisce perché il Caravaggio non è quasi mai uscito dai temi sacri, a differenza di Annibale Carracci, del Rubens, persino del religiosissimo Ludovico Carracci: in lui la pagnotta sul tavolo e le rughe delle fronti esprimono la presenza divina, tanto più vera in quanto piccola e concreta, incarnata persino negli oggetti. Una presenza unitiva.

    grazie Stefania e saludos
    Solimano

  2. Stefania Mola
    18 gennaio 2009

    Una lettura che sostengo con entusiasmo e convinzione.

    La differenza che tu sottolinei è fondamentale. I diversi tempi nella biografia di Caravaggio. E nella Cena di Brera il gesto benedicente – come scrivevo – prolunga il tempo della grazia, diviene necessario.

    Grazie a te, Solimano.

  3. Guido A.
    28 marzo 2009

    Ieri ero a Milano, nei pressi della Pinacoteca, ho finito presto e sono riuscito a passare in extremis.
    Ne è valsa la pena.
    Però, era da un sacco che non ci andavo, sono rimasto choccato in modo particolare dalla pala di San Luca di Mantegna. Mi ha ucciso. Assolutamente straordinario. (e lì dietro, c’era la disputa di Santo Stefano di Carpaccio …)
    Insomma, contento …

    In definitiva, sparo un pensierino … Caravaggio, ok; l’ho trovato, ecco, modernissimo. Moderno (il primo moderno?) Forse, tanto celebrato, per questo.
    Ma io sono moderno … e allora piango solo guardando Mantegna e Carpaccio, ancora non moderni. (mi pare)

  4. Stefania Mola
    30 marzo 2009

    Il pensierino è uno dei “problemi” più sentiti di ogni “arte” (specie quando si lascia alle spalle l’accademia e tocca le corde di una sensibilità “universale” sporcandosi con la vita). Mi viene in mente quanto – nella mia percezione personale – Caravaggio non sia affatto un lombardo ma uno di Napoli, uno sguardo e una luce corrosi, malati e parenti stretti di un certo Ribera o di un certo Velazquez.
    Credo che “moderno” non sia semplicemente ciò che “guarda avanti” quanto piuttosto ciò che riesce a guardarsi “intorno” con un giro di 360 gradi lungo l’orizzonte.
    Penso al senso di modernità che hanno sempre suscitato in me l’Ombra della sera etrusca, le maschere africane o certi graffiti parietali. Ciò che mi “uccide” è scoprire la prossimità allo sguardo di un artista o di un artefice così lontano nel tempo.
    p.s. Condivido il tuo entusiasmo per Mantegna. Brera merita un ritorno ogni volta che sia possibile. 😀

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Questa voce è stata pubblicata il 17 gennaio 2009 da in Caravaggio, Giovan Pietro Bellori con tag , .

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