Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Quanta stella

Mi farebbe bene se mi lasciassero parlare, anche se non c’è lingua in cui raccontare o scrivere. Le parole normali non possono far capire quello che ho vissuto e visto: dire terrore, orrore, paura, dolore, sofferenza, fame, freddo non esprime quel freddo, quella fame, quel terrore.

Anita non ha ancora 16 anni ed è una sopravvissuta. È lei stessa a domandarsi chi sia, dopo la deportazione, a definirsi di volta in volta «vita salvata», «fuggiasca», «straniera tra dispersi», «persa» e a trasmetterci questa sua condizione di fuga e deriva attraverso la difficoltà a comunicare e a comprendere ciò che le gira vorticosamente intorno. Anita è una sopravvissuta senza radici, luoghi e lingua, costretta ad assecondare circostanze ed esseri [dis]umani che la tragedia della guerra ha reso affamati, ciechi e sordi di fronte all’amore. Circostanze ed esseri in cui la parola shalom non è «che una parola qualsiasi, piatta, stecchita dall’uso, mentre le parole “guerra”, “odio” le sentivo vive».

La incontriamo, priva di sogni e di effetti personali, su un vagone di terza classe che somiglia a un girone di dannati danteschi, «viaggiatrice clandestina» che si lascia alle spalle l’orrore del campo di sterminio e la solitudine dell’orfanotrofio alla volta di una geografia che le è totalmente ignota ma che tuttavia percepisce come intollerante e pronta all’aggressione.

Oggetto delle morbose attenzioni del cognato della zia che la ospiterà, Anita tra inconsapevolezze, paure e nuove percezioni di sé scopre la sessualità e la capacità del suo corpo di rispondere alla vita che pulsa nonostante. Innamorandosi dell’uomo sbagliato, «forse perché non mi amo, forse per amare qualcuno, forse per punirmi perché vivo, forse per sentire che vivo». La famiglia in cui Anita dovrebbe ritrovare le radici e ricostruire il futuro (la zia Monika, il marito Aron, il fratello di lui Eli) le fa mancare attenzione, ascolto, abbraccio; altri personaggi minori, talvolta sfuggenti come i fantasmi e le speranze, sembrano lasciarsi scivolare addosso la vita e non accorgersi di lei e del suo bisogno disperato di un appiglio: come se essere sopravvissuti (e testimoni) fosse un ruolo scomodo e fastidioso per tutti. Come se la tragedia e l’orrore della guerra avessero reso l’umanità estranea alle stesse cose umane.

E tuttavia lei, complice il piccolo Roby – suo inconsapevole interlocutore e rifugio nei momenti più bui, non rinuncia a proiettare nel futuro i suoi propositi di felicità e a stordirsi con l’illusione di poter esistere – un giorno – per il giovane Eli e di essere da lui amata e non solo usata per soddisfare i suoi più bassi istinti. Fino alla gravidanza inattesa e alla strenua difesa della nuova vita annidata nel suo corpo: una svolta decisiva carica di speranza che riusciamo a immaginare nella più rosea prospettiva del desiderato ritorno alla terra promessa.

La storia raccontata nel libro prende le mosse dal viaggio dall’Ungheria alla Cecoslovacchia all’indomani della guerra, il ritorno a casa già caro a Levi che però ha qui le forme del ricordo-incubo dell’autrice. Anita, da reimpatriata, si confronta con l’umanità disperata che affolla il treno del ritorno ma anche con se stessa e il proprio corpo annullato dalla tragedia vissuta. Anita è colpevole d’essere sopravvissuta. Ogni volta che tenta di parlare nella sua lingua le viene imposto il silenzio o la finzione; ogni volta che prova a parlare di Auschwitz, dove ha perso tutta la sua famiglia e «in un anno si invecchia dentro per sempre», le sue parole vengono lasciate cadere nel vuoto: «avvertivo il desiderio di sparire con il mio Auschwitz che non voleva nessuno, di non affrontare il futuro e di trascinarmi dietro il passato che Monika ricacciava nella mia bocca fino allo stomaco dove rimaneva come un pasto tossico e indigesto». Ogni volta che tenta di dire l’indicibile non le viene data la possibilità di esorcizzare ciò che ha vissuto. Le viene chiesto – anzi – di ucciderlo dentro di sé.

L’invenzione romanzesca è fortemente condizionata dalla Storia e dall’autobiografia. È una storia di rinascita, di speranza, di memoria. Di ferma volontà di non dimenticare in una realtà in cui tutti cercano di farlo. Imparati a scuola come indovinello impossibile perché pieno di domande senza risposta e cantilenati insieme al padre alla ricerca di un senso, i versi di una poesia di Petőfi, riecheggiati dal titolo del libro, vengono ostinatamente cercati da Anita nel buio della mente e servono per provare a ricominciare. Perché la memoria è vita e la vita è trovare domande. L’ostinazione con cui Anita si aggrappa ai suoi ricordi la aiuta a non soccombere, a strappare con tutte le sue forze ad una seconda morte i brandelli di un passato che è già – insieme all’infanzia – un altrove ancora più altrove solo per il fatto d’essere luogo in cui si parlava un’altra lingua.

È costante in queste pagine il riferimento all’impossibilità di comunicare, se non a fatica, se non per frammenti, schegge, relitti e con il rischio di adeguarsi ad una babele estranea e non amata.  La perdita della prima lingua, quando avviene, costituisce l’evento principale di una biografia, l’esperienza che continua a segnare in molti modi la persona e la sua vita. Anita vive di soprassalti verso certe risonanze profonde della lingua perduta e materna che a tratti riemergono o nelle quali si imbatte per caso.

E accanto alla continua paura di perdere il legame con la lingua, alla frustrazione di non capire e di non poter farsi capire corre il filo rosso della memoria indispensabile al futuro. Come quando cerca inutilmente nel volto di Monika qualche segno di somiglianza con suo padre. O quando gli odori di un cibo familiare, dopo tanto tempo, la precipitano nella dimensione domestica di gesti e consuetudini ormai irrecuperabili. I ricordi d’infanzia, popolati da rapidi flash familiari e dominati dalla figura della madre e del padre, sono lingua, cittadinanza, terra. Promessa di felicità, identità e possibilità a cui non si chiede che di ritornare.

Quanta goccia c’è nell’oceano?
Quanta stella c’è nel cielo?
Quanto capello sulla testa dell’uomo?
E quanto male nel cuore?

(Sándor Petőfi)


Edith Bruck
Quanta stella c’è nel cielo
Garzanti, Milano 2009

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3 commenti su “Quanta stella

  1. ange
    10 maggio 2009

    OT le ciliege quest’anno non sono ancora mature, per San Nicola. Un abbraccio

  2. giulia
    11 maggio 2009

    E’ incredibile come tutti quelli che sono sopravvissuti si siano sentiti in colpa e come sia anche costante questa difficoltà a raccontarsi agli altri. Gli altri non possono o non vogliono capire. Questa mancanza di ascolto della vita di chi è “diverso” o ha avuto una storia segnata da traumi è quello che rende difficile quando non impossible la possibilità di tornare alla vita.
    Purtroppo questo rifiuto a entrare nelle storie di chi ha subito tarumi o ha alle spalle storie difficili è ancora molto presente. Quando impareremo ?

    Grazie, leggerò questo libro. Un abbraccio,
    Giulia

  3. Stefania Mola
    18 maggio 2009

    Cara Ange,
    è vero. Non le ho ancora assaggiate le ciliegie quest’anno, e aspetto con ansia golosa il tempo delle Ferrovia. Quando abitavo in campagna, vicino Casamassima, i miei alberi grondavano rosso l’ultima settimana di maggio, ne riempivamo ceste intere e le distribuivamo a parenti e amici. Poi, a giugno, tutti a Turi. Che sogno!

    Giulia carissima,
    è proprio questo il “nodo” del libro, e lo si avverte chiarissimo sin dalle prime pagine e in ogni scambio di battute. Da un lato la “colpa” d’essere sopravvissuti e la possibilità di “espiarla” solo attraverso il racconto, dall’altro il rifiuto di questa “redenzione”, l’incapacità o la mancanza di volontà di ascolto. Una babele linguistica e (an)affettiva. Quasi un infliggere una seconda morte a chi fosse scampato alla prima. È un discorso che si allarga all’oggi e a tante altre piccole grandi tragedie, un oggi nel quale la Storia non riesce ad essere Maestra di vita, purtroppo.

    Grazie a entrambe e scusate il lungo silenzio; sono giorni in cui non sto bene (fisicamente) per i postumi di un piccolo intervento e mi tocca tralasciare la maggior parte delle cose.

    Un abbraccio.

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Questa voce è stata pubblicata il 24 aprile 2009 da in Bernard Malamud, Edith Bruck, Primo Levi, Sándor Petőfi con tag .

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