Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Un’età ferita

mari– Non c’è stato molt’altro nella vita.
– No, è quasi tutto laggiù.

Non solo liste di oggetti cari o enumerazioni nostalgiche. Il ricordo dell’infanzia restituisce a volte anche un certo modo – irripetibile – di avvicinare la realtà. Cosa accade al lettore in erba, capace di scegliere dalla biblioteca di casa – per sfinimento e dopo mille esitazioni – il libro da divorare «con gaudio immediato e invereconda immersione»? Cosa accade se a lettura conclusa, «proprio nel momento indifeso che succede all’illusione fantastica, quando da quel lusso siamo restituiti alla necessità della nostra vita e abbandonata una pienezza di significati non ne abbiamo ancora recuperata un’altra», ci viene offerto in dono proprio quel libro appena riposto sullo scaffale?

Accade al lettore in erba, e al padre che torna a casa per qualche giorno con un dono che è inconsapevole coincidenza e motivo di smarrimento. Come apprezzare quel dono avendolo appena letto e dovendo simulare l’inganno della sorpresa e dell’impazienza? Per inciso, si parla della Freccia nera di Stevenson, e della scoperta – da parte del giovane lettore – di piccole differenze tra l’edizione letta e quella ricevuta in dono. Un improvviso colpo d’occhio, il soffermarsi su sfumature e minuzie sfuggite al primo sguardo, gli rivelano un orizzonte del tutto nuovo, che parte da frontespizio e colophon e conduce alle singole parole di ogni frase, tradotte e interpretate discordando – tra le due edizioni – quel tanto che basta a creare una distanza.

Una mancata coincidenza di parole, emozioni, stati d’animo che non rende sovrapponibile l’intima sostanza dei due libri, ancorché recanti il medesimo titolo. E che riaccende nel lettore il fuoco sacro dell’avventura intrapresa alla volta di nuovi mondi, grazie al confronto serrato tra le due edizioni teso non a stabilire la superiorità di una rispetto all’altra bensì la sua completa diversità, dapprima immaginata e poi finalmente raggiunta: «Lessi come la prima volta, con la sospensione di chi attende un aggettivo e non sa quale, con il trasalimento di chi si imbatte di notte in un avverbio piumato, con il vantaggio di chi ravvisa i quarti araldici di un punto e virgola, l’armatura di un corsivo, la livrea di un condizionale».

La diversità diventa condizione essenziale perché La freccia nera, già letta, assaporata, sognata, diventi un nuovo viaggio (come solo l’infanzia sa fare: e mi torna in mente, non so perché o forse sì, che proprio Stevenson è complice di quel viaggio quotidiano che il bambino compie andando a letto, addormentandosi e risvegliandosi al mattino: Il mio letto è come una nave […] Navigo tutta la notte come in volo / ma quando infine il giorno è ritornato / salvo nella mia stanza, accanto al molo / il mio veliero è di nuovo attraccato).

Velieri, giornalini, puzzle, compagni di viaggio e scorrerie scalpitano in queste pagine, al di là della Freccia nera, tra mitologia e nostalgia, condensandosi nell’immagine di copertina, perfetta: biglie di vetro – uno dei giochi “fatidici” risucchiati nella diaspora di emozioni e oggetti dell’infanzia – e la loro ombra colorata che si allunga sulla pagina bianca che ci piacerebbe essere ancora.

Queste pagine riaprono la ferita e l’illusione – giusto il tempo dei singoli racconti – che sia possibile un parziale risarcimento. Che da qualche parte nel tempo ciò che abbiamo amato da bambini abbia trovato rifugio amorevole, che ciò che abbiamo amato abbia la forza di irrompere ancora nel nostro smarrimento smemorato di adulti inquieti e disincantati.

– E di queste biglie cosa mi dici? In fondo non chiedevano molto spazio, un sacchettino nell’angolo di un cassetto, eppure a un certo punto, fine: esse vengono espulse dalla tua vita.
– Menti! Sono le cose a scomparire, io per quelle biglie sarei morto, come avrei potuto abbandonarle? Le mie biglie…
– Infatti è così,
scompaiono. Tutto il segreto sta nel non distrarsi mai, mai abbassare la guardia… sapere sempre cosa si ha, dove lo si ha… E ciò che hai amato anche solo un mattino, tenertelo stretto fino alla morte. Tenere, tenere, tenere…


Michele Mari
Tu, sanguinosa infanzia
Einaudi, Torino 2009

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2 commenti su “Un’età ferita

  1. Milena
    22 giugno 2009

    Per una coincidenza davvero fantastica le parole “Il mio letto è come una nave […]” mi risuonano con un significato reale-letterale più ancora che metaforico.
    “L’isola del tesoro” di Stevenson lo ricordo come il primo vero libro della mia infanzia. Mi era talmente caro da tenerlo con me sotto il cuscino (al posto del classico orsacchiotto): la nave di Stevenson faceva rotta anche nel mio di letto.

  2. Stefania Mola
    22 giugno 2009

    È una vera gioia, per me, incrociare altri velieri che sono andati – e ancora vanno – per mare guidati dalle medesime mappe… Ciao Milena, grazie per aver condiviso questo piccolo viaggio. 🙂

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Questa voce è stata pubblicata il 21 giugno 2009 da in Michele Mari, Robert L. Stevenson con tag , .

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