Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Il giorno prima della felicità

6544953172La libertà uno se la deve guadagnare e difendere.
La felicità no, quella è un regalo, non dipende se uno fa bene il portiere e para i rigori.
La felicità: come mi permettevo di nominarla senza conoscerla? Suonava svergognata in bocca a me, come quando uno si vanta di conoscere una celebrità e la chiama col suo nome, dice Marcello, per indicare Mastroianni.

Napoli, anni Cinquanta del secolo scorso. Un ragazzo, detto lo Smilzo ma anche ‘a Scigna (la Scimmia), incontra don Gaetano, portiere tuttofare con il dono di leggere i pensieri altrui, destinato a diventare per lui amico, padre e maestro. Entrambi orfani, seppure di generazioni diverse, si incontrano in una città che per loro è madre e appartenenza.

T’aggia imparà e t’aggia a perdere, dice Napoli ai suoi figli, quando ti avrò insegnato ti dovrò abbandonare, ripete don Gaetano allo Smilzo senza nome, tra un profumo di pasta e patate e un giro di scopa a carte in attesa che il paziente e quotidiano apprendistato a vivere lo porti a vincere la sua prima partita. Perché la felicità, il più speciale dolore, una fitta agli occhi e uno squaglio di cioccolata in bocca, è anche un amore sbagliato ma cercato da sempre, mentre l’amicizia si confonde con la storia della città insorta contro i nazisti nel settembre del ’43. Storia di resistenza e conquista di libertà che don Gaetano racconta, testimone di una felicità indimenticabile.

Don Gaetano mi passava le consegne di una storia. Era un’eredità. I suoi ricordi diventavano ricordi miei. Riconoscevo da dove venivo, non ero figlio di un palazzo, ma di una città. Non ero un orfano di genitori […] Mi aveva trasmesso l’appartenenza. Ero uno di Napoli, per compassione, collera e pure vergogna di chi arriva tardi a nascere.

Lo Smilzo gioca a pallone tra i vicoli e nel cortile, frequenta volentieri la scuola, contrae il vizio di leggere dopo la fortuita scoperta del nascondiglio di un ebreo salvato da don Gaetano in guerra, nutre curiosità per il mondo e un segreto amore per la bambina del terzo piano quando amore è per lui nulla più che un guscio vuoto, diventa uomo tra lacrime, sangue e passione, riempie pian piano il bagaglio utile ad affrontare la vita seguendo i consigli di don Gaetano, “raccoglitore di storie” attraverso il filtro della lingua napoletana ché l’italiano va bene per scrivere, dove non serve la voce, ma per raccontare ci vuole la lingua nostra.

Ci sono l’infanzia e l’adolescenza in questo libro, quel periodo in cui la vita corre svelta e ci si trasforma in poche pagine, poche settimane, poche ore.
C’è l’anima di Napoli, la sua parata di quadri comici e drammatici, di protagonisti e comparse, il suo cuore indistruttibile, il suo capo chino sempre pronto a rialzarsi, quel vento che spira così spesso nelle pagine di De Luca e che qui si fa rivolta, un vento che non viene dal mare ma da dentro la città: mo’ basta, mo’ basta… Non la gente senza volto ma un insieme di persone capaci – tutte insieme – di fare popolo.
E c’è il prezzo da pagare alla Storia e all’amore, la lontananza nomade di ogni creatura che diventa uomo e di ogni narratore che scopre la sua materia così vicina alle storie che racconta: le storie sono acque che vanno in fondo alla discesa. Un uomo è un bacino di raccolta delle storie, più sta in fondo e più ne riceve e per riceverle – da tutta questa dispersione – deve vivere in basso, farsi terra mescolata alla terra, umore, sangue, lacrima, persino felicità.

«Siamo in un tempo ciarlatano della parola: la puoi smentire il giorno dopo, conta niente. Nelle Sacre Scritture, nella poesia, nella narrativa, le parole portano la responsabilità di ciò che stanno dicendo, svolgono il loro compito con onestà e questo piace». Rispondeva così Erri De Luca, poco tempo fa, a margine di un’intervista. Un punto di vista stimolante, quello della responsabilità della parola, che viaggia parallelo all’idea di educazione e di felicità intorno a cui ruota questa nuova storia intensa come solo lui sa.

Responsabilità che significa anche passare il testimone tra due generazioni, insegnare la differenza tra campare e vivere, tra perdere e trovare, resistere e fuggire e avere il coraggio di raccontare una di quelle storie vere che nei libri non leggeremo mai, di splendori e nefandezze, levità, dolore e speranza, perché la guerra è la migliore occasione per fare fetenzie. Dà il permesso. Per una buona mossa invece non ci vuole nessun permesso.

C’è la felicità in questo libro, un colpo improvviso dentro l’ascolto e la lentezza del giorno prima, una cosa da dimenticare il giorno dopo, sulla quale non si fonda niente, né presente né futuro. Lo scrittore la riconosce solo nella memoria, ce la regala facendosi più piccolo della materia che racconta, penetrandone l’abbondanza sì che si veda che la storia gli scappa da tutte le parti e che lui ne raccoglie solo un poco, grandissimo mentre scavalca l’abisso che separa il conoscere dal vivere.

Ti ho aspettato fino a dimenticare cosa. Mi è rimasta un’attesa nei risvegli, saltando giù dal letto incontro al giorno. Apro la porta non per uscire ma per farlo entrare.


Erri De Luca
Il giorno prima della felicità
Feltrinelli, Milano 2009

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Questa voce è stata pubblicata il 24 giugno 2009 da in Erri De Luca con tag .

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