Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Il libro degli elogi

Forse, in ultima analisi, la storia della lettura è la storia di ciascun lettore.

Elogio della Bibbia: che lo si consideri uno dei libri di Dio o soprattutto una creazione dei suoi lettori (poiché ogni traduzione è una lettura), è un libro a tutti gli effetti e pertanto sottoposto a giudizio del lettore, che può trovarlo ripetitivo ma anche ammettere che come primo tentativo di un autore alle prime armi, questo libro del mondo non sia niente male.

Elogio del libro tascabile: pensando a quelle pagine intime che amiamo portarci in un caffè solitario, al mare o a letto e che scandiscono le ore più lievi della nostra vita. Come ogni lettore avveduto sa, al di là dei tomi monumentali e delle legature altere e prestigiose, le virtù di un libro, ben al di là delle parole che contiene, risiedono nella sua capacità di accompagnarci. […] L’essere «tascabile», per quel che riguarda un libro, è una qualità che lo trasforma in una parte del nostro corpo, come sarà, una volta che l’avremo letto, parte del nostro spirito. Un toccasana per questi tempi di solitudini inventate e benestanti, in cui risuona attualissima la frase che Manguel ricorda attribuendola a John Adams che l’avrebbe pronunciata nel 1781 all’indirizzo di suo figlio: “Non sarai mai solo se ti porti in tasca un poeta”.

Elogio del libraio: al pari dei sacerdoti dell’antico Egitto, che offrivano alle famiglie dei defunti il Libro dei morti perché – deposto nella sepoltura – accompagnasse l’anima attraverso il regno infero, il libraio ha per Manguel il compito, attraverso il libro offerto, consigliato, venduto, di guidare il lettore in quello terreno e supero. Libri che si trasformano in compagni di viaggio alla volta di mondi nuovi. Libri che allineati nella biblioteca di casa, impilati sul comodino o annotati a margine, insieme alle librerie e ai librai della propria vita diventano indizi fondamentali per ricostruire l’identità di un lettore.
L’elogio è l’occasione per ricordare vezzi e vizi nascosti dietro ad un ideale decalogo (quanto il lettore ami perdersi nelle foreste di scaffali disdegnando la caccia in branco, quanto gli capiti di fidarsi del caso e del naso) dal quale gli immensi megastores della lettura contemporanea sono esclusi; a tutto beneficio delle librerie a superficie ridotta, quando non esigua, perché un vero lettore ha bisogno di poter scorrere universi meno smisurati e più personali, territori meno vasti in cui fare scorta delle parole che gli serviranno per dare un nome alla sua ambigua esperienza del mondo.

Elogio della fiera del libro: per noi, vasta maggioranza dei lettori, ansiosi di scoprire che cosa ci racconta ogni prima pagina vergine, sapere che ogni anno le fiere del libro ci offriranno nuove consolazioni, tentazioni ed enigmi, è meno una minaccia che una promessa…

Elogio dell’orrore: l’orrore necessario, quello che tentiamo di esorcizzare con l’assurda fiducia delle regole scientifiche e del nostro stesso linguaggio. Un giorno la nostra intelligenza capirà tutto? Mah. Basta una notte buia, un rumore insolito, un momento di disattenzione in cui percepiamo con la coda dell’occhio un’ombra passeggera, perché i nostri incubi ci sembrino possibili; raccontiamo storie per non dimenticare la pallida presenza dell’orrore quotidiano, cerchiamo nella letteratura la duplice soddisfazione di sapere che la paura esiste e che ha forma di racconto.

Elogio dei racconti per bambini: inizia con l’elogio della rilettura, privilegio dell’infanzia e necessità nostalgica dell’età matura, a parziale spiegazione del fatto che i libri letti da bambini invecchiano insieme a noi con una fedeltà senza confronti: non solo le sovracoperte si strappano, le copertine sbiadiscono, la carta ingiallisce, l’inchiostro scolora: le parole cambiano di senso, i dettagli si moltiplicano, i personaggi si fanno più complessi, l’azione cambia rotta.

Elogio del piacere: ovviamente del piacere di leggere in tutte le sue sfumature sensibili. La lettura non consola ma può diventare specchio e farsi riflesso delle nostre esperienze quanto basta a non sentirsi soli.

Elogio del regalo: ovvero la magia di una delle arti più difficili, dove si sa cosa si dà ma non ciò che l’altro riceve. Arte difficile e rischiosa, eppure – ancora una volta – non si è soli se misteriosamente, per me un libro regalato porta con sé un altro lettore nell’ombra: la voce, i gesti, il tono di voce, lo sguardo di chi me l’ha regalato.

Elogio della lingua spagnola: se la babele di lingue inflitta da Dio agli uomini significò la fine della comprensione tra essi, ciò non basta a giustificare l’espansione e l’universalità di una sola lingua, l’inglese oggi, lo spagnolo – probabilmente – domani. Ché il vero potere di una lingua resta nella sua letteratura, dove quelle idee che il codice cosmopolita semplicemente trasmette vengono generate e si formano: “Non credo che ascoltare il presidente Bush balbettare quattro parole in spagnolo possa darci una grande soddisfazione. Invece, sentire in Dostoevskij e in Graham Greene risonanze di Cervantes, in Salman Rushdie e in Murakami le affabulazioni di García Marquez, in Foucault e in Calvino le calme riflessioni di Borges, produce una certa vanitosa allegria”.

Elogio degli animali: non possiamo prescindere dal simbolo, ma gli animali immaginari che popolano le nostre letterature non sono mai meri emblemi muti. Alla pari dei loro compagni in pelo e ossa, ci parlano una lingua che non abbiamo mai conosciuto o che abbiamo dimenticato. Nell’esperienza del Paradiso Terrestre ci abbiamo rimesso anche la conversazione con gli animali, che Adamo capiva benissimo e che all’indomani della caduta risultano ormai parte della consueta babele pensata per farci sentire più soli.

Elogio dell’impossibile: gli antichi avevano inventato tre compiti – riprodurre la faccia del vento, intrecciare una corda di sabbia, e non ricordo il terzo – che gli eroi intraprendono pur sapendo che non riusciranno a portarli a termine. […] Riprodurre la faccia del vento o filare la sabbia non sono cose impossibili, sono sfide.

Insomma, in principio era Borges con l’elogio dell’ombra e molto altro, poi fu la volta di Enrique Vila-Matas, ammiratore dell’elogio della follia e con tanta voglia di raccontare al suo autore (perché è vero che la lettura inizia come atto privato ma poi conduce dritta al dialogo) il manoscritto di cui si accingeva a scrivere la prefazione restando nel gioco ed elogiando Alberto Manguel che, non a caso, elogia una serie di cose pertinenti e care ai suoi lettori.

Poche novità per loro, soprattutto per quelli che hanno amato e continuano a tenere sul comodino la sua Storia della lettura, ma tra queste il modo scelto per condensare gli elogi in poche pagine: un’idea di saggio come l’avventurarsi trasversale in qualcosa di nuovo senza sapere dove si sta andando, come un vagabondare ricco di digressioni che costringe il lettore (lettore ideale e disposto a dimenticare i canoni tradizionali per i quali si cerca in un libro anche un mondo sostitutivo) a indagare il pensiero di chi scrive, a cercare insieme a lui – rinunciando ad una verità definita – uno sguardo diverso sulla realtà, oltre le parole.


Alberto Manguel
Il libro degli elogi
Archinto, Milano 2009

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Questa voce è stata pubblicata il 28 giugno 2009 da in Alberto Manguel, Enrique Vila-Matas, Jorge Luis Borges con tag , , .

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