Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Stabat Mater

stabat«Signora Madre è notte fonda. […] Guardate questi fogli, pieni di musica e parole: assomigliano alle mie giornate. Il tempo non è mio, il mio tempo non mi appartiene. Da quando sono nata debbo fare quello che mi dicono qui dentro, e così le cose che mi stanno a cuore devo riuscire a metterle negli spazi che restano, nelle intercapedini che per caso rimangono vuote. Vi penso dove posso, quando posso, fra una cosa e l’altra. Siete talmente importante che vi metto dappertutto. […] Signora Madre, se vi scrivo anche dentro il pentagramma è perché non trovo altri fogli per voi, ma forse anche perché questa parole sono la melodia del mio pensiero che vi canta».

Càpita di amare un libro in tempi non sospetti, sottotraccia, e d’improvviso ritrovarlo tra premi e lustrini, polemiche e invidie, sulla bocca di tutti, e non riconoscerlo nell’attenzione tributata dalla moltitudine ostinandosi – invece – a farlo nell’esclusività delle ragioni del proprio amore. Francamente le polemiche di queste ore avrebbero un senso solo se servissero a vedere ripubblicata e disponibile l’intera opera di Anna Banti, della quale ho seri dubbi che i più abbiano sentito parlare o magari letto almeno una pagina prima d’oggi. Le polemiche – dicevo – non mi interessano granché, se non per riflettere ulteriormente sul vizio capitale più frequentato tra gli esseri umani e soprattutto tra coloro che scrivono (avendone la stoffa o meno).

Quel che mi interessa, qui, sulla riva della lettrice che sono, è che quasi sempre una storia riserva tante sorprese quanti sono i suoi lettori, lasciando viva l’illusione che l’esclusività sia ricambiata e nessun altro possa leggere tra le righe ciò che è stato “riservato” a te.
La sensazione di essere interlocutore privilegiato cresce se si tratta di una voce come quella di Cecilia, educata allo studio della musica nell’Ospedale veneziano della Pietà; una tra le tante “putte di Vivaldi” esposte alla nascita e mai reclamate, che racconta del talento musicale irradiato da dietro maschere e grate («per chi ci guarda da laggiù, seduto sui banchi della chiesa, noi siamo un contorno, una sagoma. Noi siamo un’ombra, un’immaginazione, un sogno»), della propria invisibilità alla vita e a se stessa.

Tutta la notte attendo che il mio linguaggio riesca a darmi forma. (*)

È il titolo a suggerire il senso di preghiera e il legame con la musica, benché il lungo monologo di Cecilia lasci violini e spartiti a margine per concentrarsi sui possibili interlocutori: una madre mai conosciuta e disperatamente cercata («Signora Madre, io vi invoco e voi non rispondete. Voi siete soltanto nella mia testa»), se stessa (priva ormai di qualunque difesa contro l’angoscia), e la morte (orrenda gorgone dai modi affabili che «arriva sempre quando sente che c’è bisogno di lei»).

La morte sempre al fianco / Ascolto il suo dire. / Odo me sola. (*)

«Signora Madre è notte fonda». Cecilia, figlia dell’insonnia, viene dal buio di una solitudine lontana («il primo ricordo che ho di me, il ricordo più lontano nel tempo, è il buio») e a quel buio sente di appartenere ancora. Solitudine che la vita in comunità – paradossalmente – ha fortificato. Di notte scrive, di nascosto, come se un dolore così profondo potesse sciogliersi nel formulare domande scagliate verso la più irrecuperabile tra le distanze e destinate a restare senza risposta: «Ma sono lettere, queste? A me sembrano un abbraccio che si sporge alla finestra su un cortile vuoto, sono calci e pugni dati alla cieca, per aria, in solitudine». Nel tentativo estremo di dare un nome a qualcosa che pur non conoscendo manca: «Ogni parola che scrivo è soltanto un altro modo per dire il vostro nome, il nome che non conosco. Anche se scrivo cielo, terra, musica, dolore, io sto scrivendo sempre e soltanto mamma».

Bisognava scrivere senza perché, senza per chi. (*)

Scrive qualcosa che non è lettera né dialogo, che manca di destinatario e riscontro, che ci appare subito come la necessaria espiazione della colpa d’esser nata («io sono la malattia e la mia cura») e riecheggia – in quel buio – il nutrimento d’angoscia di altre poesie insonni. Mi nutro di musica e di acqua nera (*) par di sentire mentre racconta la sua marea di pensieri amari, «la musica si propaga nell’acqua nera» e l’onda che cresce fino a coprirla: «Mi vedo morire, mi guardo dalla riva, ho i piedi già bagnati di quel liquido nero e velenoso».

Tutta la notte faccio la notte. Tutta la notte scrivo. Parola per parola io scrivo la notte. (*)

«Signora Madre, vi scrivo nell’oscurità, senza candela accesa, senza luce. […] Bagno la penna nell’inchiostro, la intingo nel cuore della notte. […] Dentro queste parole, ogni notte io vengo a farvi visita. Voi non potete vedermi, ma i miei occhi spalancati vi guardano». Sono colloqui notturni, densi di ogni tempo della sua vita, fiumi in piena che scavano nel buio il proprio alveo e si prosciugano solo alle prime luci dell’alba, quando la musica, demone diurno di Cecilia, si impadronisce del suo corpo e dei suoi pensieri, ogni giorno uguale all’altro: «Io non sono affatto sicura che la musica si innalzi, che si elevi. Io credo che la musica cada. Noi la versiamo sulle teste di chi viene ad ascoltarci».

Cade la musica nella musica (*) anche in altre poesie insonni, come la mia voce nelle mie voci (*), cadono la notte, le parole come l’acqua (*), l’acqua nel mio sogno (*). Un giorno l’afflizione mascherata dalla «menzogna della musica» troverà nella musica stessa le ragioni della svolta. Sarà la musica a suggerire che i confini del mondo sono meno angusti di quel che appare, che esiste un’altra possibilità, che si può suonare a viso scoperto ed evitare che gli altri si innamorino di un fantasma, che la musica non si lascia solo ascoltare ma ti scuote, ti attraversa e ti trasforma nel respiro, nella passione e nella furia degli  umori tratteggiati sullo spartito,  perché «nessuno può sentire la musica segreta che suona nel nostro animo. Nessuno può impedire che risuoni dentro di noi. Nessuno può rubarcela».

La musica, a Cecilia e a tutti noi, porta parole nuove e la possibilità di dare un nome alle emozioni. La voglia di sentire il suono delle cose, senza suonarle.

«Signora Madre, questa è l’ultima volta che vi scrivo […] sono io che adesso vado incontro al mio destino».

—————————————–

(*) Le citazioni in corsivo contrassegnate da asterisco sono tratte da La figlia dell’insonnia di Alejandra Pizarnik e vanno considerate come un’eco del tutto personale che mi ha accompagnata durante la lettura.


Tiziano Scarpa
Stabat Mater
Einaudi, Torino 2008

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2 commenti su “Stabat Mater

  1. Stefano
    9 luglio 2009

    bellissima recensione, complimenti; mi ha cancellato le polemiche dalla testa (le polemiche sono come le mosche; purtroppo a volte diamo loro troppa importanza) e le immagini e la voce di Scarpa, che troppo spesso mi sembrano caricaturali. Come sempre, è solo alle parole che dobbiamo aprire la porta, poiché nell’atto della lettura diventano nostre, come hai detto bene tu.

  2. Stefania Mola
    10 luglio 2009

    Grazie, troppo buono. 😀
    Dalle polemiche sto alla larga, mi fido di ciò che mi piace o meno, e in via preventiva mi fido NON dei megafoni della Rete ma delle letture delle persone che leggo e stimo.

    Qui c’è un dato di fatto: il libro di Scarpa (letto per caso perché ricevuto in regalo) mi è piaciuto molto, soprattutto se penso che ciò che avevo letto in precedenza di lui non mi aveva convinto affatto (in tempi di “banco dei cattivi” avevo dichiarato di non apprezzarlo). Poi, la questione di Anna Banti è tutta da verificare (non basta una trama o un’idea: nessuno scrittore inventa nulla; altro è prelevare pari pari realizzando precise coincidenze testuali), e non sarà certo un generico popolo di Internet a farlo (la Banti non è un’autrice letta dai più, soprattutto a causa dell’introvabilità dei suoi libri, da anni non ristampati tranne poche eccezioni). Leggo un po’ ovunque soprattutto pre/giudizi, siamo alle solite. Quanto a prelievi a man bassa, il secondo classificato non può scagliare la prima pietra.

    E se vogliamo dirla tutta, sono contenta che Scarpa abbia vinto sul suo diretto concorrente, proprio su quello; non ho letto gli altri tre libri della cinquina finale, ma quello del secondo classificato – per restare in tema di parole accoglienti – ti sbatte la porta in faccia, rasentando la pornografia. La generazione sussiegosa di questi narratori contemporanei con il vizio dell’autoproclamazione continua a non piacermi.

    Poiché non devo nulla a nessuno, evviva le pagine confortevoli e scritte bene. Che poi abbiano vinto un Premio, pazienza (mi erano piaciute con molto anticipo sullo Strega). 🙂

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Questa voce è stata pubblicata il 5 luglio 2009 da in Alejandra Pizarnik, Anna Banti, Tiziano Scarpa con tag , .

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