Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Una piccola ape furibonda

Spartite le acque del mio dolore, oggi come ieri senza misura, senza ascolto, io venni pecora nera carica di desideri in un deserto senza erba a morire.
Furono anni quelli in cui il senso mi attanagliava la carne e la giovinezza era piena di rose entro cui sarei morta baciandomi l’ultimo sospiro. Amavo me stessa come l’unica corda, come un grande violino che non ha un dio, e mi fecero seppellire mani e piedi perché non lavorassi più la mia terra.
Tornai indietro mille, duemila volte a trovare le tracce perdute della mia casa, dei quattro alberi che avevo piantato in onore dei figli. Nessuno credeva che avessi un grande giardino.


Tu non sai: ci sono betulle che di notte levano le loro radici, e tu non crederesti mai che di notte gli alberi camminano o diventano sogni. Pensa che in un albero c’è un violino d’amore. Pensa che un albero canta e ride. Pensa che un albero sta in un crepaccio e poi diventa vita. Te l’ho già detto: i poeti non si redimono, vanno lasciati volare tra gli alberi come usignoli pronti a morire.


Ogni poeta è un sacerdote e sopporta pene indicibili per regalare la propria parola agli altri. «È un improbo recupero di forze per avvertire un po’ di eternità». La gente cerca di amalgamarlo col volgo, di confonderlo con il pantano, di farlo morire di asfissia tra polvere e reati, e il poeta muore veramente, vinto dalla stanchezza e dalla preghiera che non riesce più a risorgere.
Mai più?

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4 commenti su “Una piccola ape furibonda

  1. gabriella
    3 novembre 2009

    Il mio rapporto con la poesia “definita ufficialmente poesia” è talmente complicato che non voglio ammorbare.

    Della Merini so poco o nulla.

    Quel che so, riguarda la sua storia personale e, per quella, ho grande … come posso dire… comprensione. Anche se so che esperienze di quel tipo non sono minimamente condivisibili emotivamente, ma solo razionalmente.

    La Merini poeta non la conosco proprio.

    Ma il problema, l’ho già detto, è tutto mio: non riesco a entrare in sintonia con un qualunque chicchessia che si ponga come “Io sono un poeta”.

    Amen.

  2. Stefania Mola
    5 novembre 2009

    Condivido il punto fondamentale della tua perplessità: dove ci sia “definizione” l’istinto porta a diffidare. Sono troppi coloro i quali si propongono come “poeti” sbandierando un’etichetta dietro la quale c’è un’aridità e una pochezza che non è solo questione di metrica e lessico.

    Per il resto, e per quel che mi riguarda (anche nel caso della Merini), la poesia è un incontro soggettivo come quello che avviene con la musica o con altre arti. La poesia che smuove le nostre emozioni non si manifesta necessariamente in versi, piace o non piace, non si può spiegare o raccontare. Tocca, contamina, corrompe, trasforma, oppure no. E attualmente per un editore resta un genere “difficile” su cui scommettere.

  3. colfavoredellenebbie
    9 novembre 2009

    Carissima, ho per la poesia della Merini molto affetto, di lunga data.
    Leggendola mi è venuto spesso da pensare come il metro possa servire, a volte, non tanto a contenere quanto ad orientare il fiume in piena della poesia, fiume che rotola e travolge la logica e i luoghi comuni, scompiglia…

    Ti lascio un saluto qui, ché, di là, non riesco a commentare, da un po’. Mi salta il quadro dei commenti.

    Nel quotidiano sono tanto di corsa e mi dispiace.
    Un abbraccio.
    z

  4. Stefania Mola
    9 novembre 2009

    Comincio dalla fine 😀 : dispiace anche a me che si vada di corsa tutti (le “prove” sono tutte qui: nelle rare tracce che lascio quando mi affaccio). Ma recupereremo. 😉

    Questo Squilibri bis l’ho messo su apposta perché la vita su Splinder è diventata difficile (con la nuova versione della piattaforma perdiamo post e commenti due volte su tre): mi manca poco più di un centinaio di vecchi post da trasferire (luglio 2005-maggio 2006) e poi sarà la casa definitiva. Ogni volta che potrò, senza ansie, con la certezza di ritrovare ogni filo.

    E quanto alla Merini, niente da aggiungere. Ho sul comodino da ieri Il ladro Giuseppe; chissà che la poesia (ne ho un bisogno smisurato, in questi tempi) non si nasconda anche dietro le righe di un racconto…

    Ti abbraccio. :-*

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Questa voce è stata pubblicata il 1 novembre 2009 da in Alda Merini con tag , .

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