Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Lezione di nuoto

Il cuore non ha mai rughe, non ha che cicatrici.

Il fatto che Valentina Fortichiari oltre che saggista sia stata a suo tempo nuotatrice agonista ha il suo peso in questo romanzo. Perché all’interno dell’invenzione lo sport preferito ha un ruolo preciso, se non determinante, perfettamente incastrato nei misteriosi ingranaggi di una storia ispirata dalla famosa scrittrice francese Colette, tornata di recente agli onori della cronaca per il film tratto dal suo Chéri.

È un viaggio a ritroso nel tempo fino all’estate del 1920 sulle spiagge della Bretagna e di fronte al mare di Saint-Malo, l’estate in cui Colette diventa amante di Bertrand, figlio adolescente del suo secondo marito. Una stagione breve e tormentata, nella casa di Rozven (la rosa dei venti) tra parenti, amici, scrittori («una specie di piccola colonia di affetti») e odori di salsedine, caffè macinato e verbena. Un momento della sua biografia che coincide con le imponenti maree di quelle latitudini («mare che va e viene, avanti e indietro, instancabile») e che dà corpo alla trama di Chéri, libro dapprima scritto e quindi vissuto. Con la storia che si svolge quando «il torbido ambiente di Chéri e delle Claudine» che a Bertrand «dava ai nervi» è in bozze, restituendo in tempo reale gli effetti della finzione.

Il mare era acqua confusa e un ribollire disordinato di correnti. Lei si fermò incantata a guardare, quasi non lo avesse mai visto. «Così, in tempesta, così mi piaci, furioso. Sei di nuovo qui, mi hai aspettata. Sono qui. Non hai sofferto la mia mancanza? Io sì, per questo eccomi, di nuovo. Avevo bisogno di te».

Nasce dal mare, cui Colette si rivolge come se parlasse a un amante, la passione per il figliastro, nel momento in cui Colette decide di insegnargli a nuotare, perché «il nuoto è uno sport per solitari, per chi ama pensare: mentre il corpo va da solo, la mente, staccata, segue il suo corso, può perdersi e ritrovarsi». Complici le infinite suggestioni dell’acqua che accarezza i corpi e le pulsioni («quando l’acqua è all’altezza del cuore, ha inizio la lezione di nuoto»), determinante il mare come sfondo di passioni scandalose: «con tutti i sensi devi scoprire il piacere, la voluttà dell’acqua. Come quando fai l’amore, sai? Così arriverai a muoverti dentro un elemento che ti deve sostenere, ma che soprattutto deve abbracciarti, avvolgerti. E tu, questo elemento lo devi percepire con ogni fibra del corpo».

Mare che in più punti del romanzo finisce per identificarsi con la stessa Colette, che «ha un modo di guardare che va diritto al fondo degli occhi. Lei, con quel suo sguardo di pioggia, di mare, difficilmente sbaglia mira. Ti sorprende quando credi di averla quasi fatta franca: lei sa leggerti l’angolo più segreto del cuore e ti mette di fronte a uno specchio. Anche quando non parla, Colette ti fa capire che non molla la presa su di te, che ti tiene in pugno».

Colette donna istintiva e selvatica, vera e propria forza della natura, «capace di sentirsi acqua nell’acqua» e di percepire il respiro del mare, «un battito profondo, come un essere marino palpitante, e il mio cuore batteva all’unisono, lo stesso fremito». «Il mare è una medicina per tutte le ferite del corpo e dello spirito» mentre il nuoto si fa metafora di amore anarchico, ansia di vivere e ricerca dolorosa di ciò che si vorrebbe possedere ma sfugge.

Un amore – se fosse davvero amore – talmente sopra le righe da non poter essere descritto, nonostante Chéri, «…“romanzo su gente infelice che quasi non è degna di soffrire” aveva detto Colette regalandogli una copia del libro con dedica a “mio figlio Chéri Bertrand de Jouvenel”. “L’amore non si può descrivere, non si può parlarne” polemizzava Bertrand audace, per quanto non del tutto esperto d’amore. Colette socchiudeva le palpebre, come un gatto che reprime una ribellione selvatica, senza ritrarre le unghie».

Non si sarebbe mai provata a descrivere sulla carta ciò che sentiva, mai avrebbe potuto trasferire nella scrittura la dissipazione dei sensi e quella specie di sfinimento in acqua, che la stordiva. Qualcuno le aveva insegnato, aveva compiuto su di lei il medesimo rito di iniziazione che Colette voleva passare a Bertrand. Ricordava che suo padre, ottimo nuotatore, era solito portarla con sé: nuotare con lei era il suo modo di amarla, incapace di dire parole che un genitore non può dire a una figlia, silenzioso e commosso, ma chiuso come il mallo di una noce che non si apre.


Valentina Fortichiari
Lezione di nuoto. Colette e Bertrand, estate 1920
Guanda, Parma 2009

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2 commenti su “Lezione di nuoto

  1. gabriella
    30 novembre 2009

    Per me esiste una sola biografia di Colette, quella di Judith Thurman “Una vita di Colette” (Feltrinelli/Saggistica)

    http://tinyurl.com/ylzkgxg

    Bellissima, documentatissima, illustratissima, leggibilissima.
    Dal titolo azzeccatissimo, perchè è vero che non è esistita una sola Colette, ne sono esistite tante.

    E la Thurman non pretende di assolutizzare, ma racconta (dichiarandolo) la *sua* interpretazione della vita di Colette.

    Per quanto mi riguarda… ahimè.
    Tanto mi affascina la persona e il personaggio Colette, quanto non sono mai riuscita ad entrare in sintonia con i suoi libri.

    Ci ho provato tante e tante volte, ma dopo non più di dieci-venti pagine i suoi libri mi cadono dalle mani e sbadiglio profondamente.

    Checcepossofà.

  2. Stefania
    2 dicembre 2009

    Guarda che hai perfettamente ragione 😀
    Non per niente quello della Fortichiari è dichiaratamente un romanzo e non finge d’essere altro. Il fatto che l’invenzione si mescoli ai dati biografici rende credibile tutta una serie di situazioni ma soprattutto lo sguardo dell’autrice su Colette.

    La quale – convengo – è più interessante come personaggio che come scrittrice. 🙄

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Questa voce è stata pubblicata il 20 novembre 2009 da in Colette (Sidonie-Gabrielle Colette), Valentina Fortichiari con tag , .

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