Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Molestie (riflessioni d’autore)

«Perché mai riescono quasi sempre una molestia ineffabile tali letture? Non parlo delle letture degli amici, benché il Leopardi includa anche queste nella condanna; ma di quelle degli sconosciuti che vanno a chiedere a uno scrittore, qualunque sia, un giudizio sul proprio lavoro. […]

Irritante è per lui il contrasto ch’egli sente fra la fatica passiva e molesta a cui è costretto e il piacere quasi sovrumano e di paradiso che, come dice il Leopardi, prova visibilmente ognuno a leggere le cose proprie; il quale è un misto dei piaceri diversi che danno l’oratoria, la recitazione e l’esercizio della prepotenza sulla volontà del prossimo. […]

Alcuni si presentano con corti pretesti che non lasciano sospettare neppure alla lontana lo scopo vero della visita, e tirano poi fuori il manoscritto di colpo, come una pistola, nel momento in cui offrite il petto indifeso. È incredibile come lo sanno nascondere sotto i panni, in modo che non lasci nessun tipo di protuberanza traditrice; è meraviglioso veder sbucare da sotto a giacche che non fanno un gonfio né una grinza, certi scartafacci mostruosi, che paiono il manoscritto di un’enciclopedia. Molte astuzie, ma anche molte ingenuità. Uno stupore in tutti, se tarda il consenso al sacrificio, che non siate subito disposti con gran piacere a piantare lì le vostre faccende, per dedicare un paio d’ore al non sperato divertimento che v’offrono. Nessun dubbio in loro, durante la lettura, che il vostro diletto non sia continuo ed acuto. Non l’ombra d’un sospetto, quasi mai, che la nostra attenzione sia finta, che al vostro sguardo, fuggente dalla finestra per il cielo o sui tetti, vada dietro anche il pensiero. E poi quella insistenza solita perché si sentenzi, udito il lavoro, e chi lo fece abbia o no le facoltà se debba mettere o seguitare per quella via. E chi può giudicare in altri, sopra un breve saggio, quelle facoltà medesime che, dopo trent’anni di esperienza, non si conoscono ancora che imperfettamente in noi stessi? E chi s’arrischia a dire: Questa non è la vostra strada, se non c’è vecchio scrittore che non dubiti ancora dodici volte l’anno d’aver sbagliato mestiere? […]».

[Edmondo De Amicis, già in “L’illustrazione italiana” (1906), a proposito delle pressanti richieste di aspiranti scrittori in merito ai loro lavori; scritto parzialmente anticipato dalla “Domenica di Repubblica” del 29 novembre (qui il pdf) e ripubblicato oggi – 3 dicembre – con il titolo I lettori di manoscritti nel volume Indimenticabili italiani, a cura di L. Monfregola, collana Libri ritrovati, Robin Edizioni]

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11 commenti su “Molestie (riflessioni d’autore)

  1. Pim
    5 dicembre 2009

    Mi è accaduto di dover leggere l'”opera prima” di un conoscente. Anzi, di doverla anzitutto acquistare e poi farmela autografare (santi numi!). Un assassinio ambientato nella sonnacchiosa (anzichéno) provincia piemontese, le indagini di un commissario… Un gialletto già-letto, insomma, con evocazioni di F&L e Camilleri, più una svolta alla Dan Brown (orinata fuori dal vaso, perdona l’espressione).
    “Allora, che cosa ne pensi?”
    Ho trangugiato. “Carino”.
    Avrei voluto sprofondare. In alternativa, che sprofondasse lui.

  2. gabriella
    7 dicembre 2009

    Questo brano di De Amicis è semplicemente delizioso.
    Mi permetterei di aggiungere, però, che non solo gli scrittori già affermati sono afflitti da questa piaga ma anche, e sempre più spesso, anche lettori comuni colpevoli solo di esser noti come, appunto, dei lettori…
    Ciao 🙂

  3. Stefania
    8 dicembre 2009

    Pim,
    mentre leggevo dell’imbarazzante circostanza che ti è stata inflitta, pensavo esattamente a quanto poi ha suggerito Gabrilù. 🙂

    Da semplice lettrice mi càpita spesso; e se nel caso di amici o conoscenti la cosa mi provoca – eventualmente – un imbarazzo simile a quello di Pim (perché non tutto si può dire, e non sempre, senza ferire, e allora ti auguri almeno che la cosa decanti e che l’aspirante si ravveda in tempo…), nel caso di estranei totali (complice il blog, ebbene, che guaio!) finisce per irritarmi.

    Da addetta ai lavori l’esperienza – pur nel mio piccolo – mi ricorda che i tipi così ben descritti da De Amicis (fino a farci sorridere) sono quelli che dovrebbero lasciar perdere la scrittura e cimentarsi in altro. Perché l’andazzo finisce per concedere credito ingiustificato alla pratica più che alla grammatica, mentre la situazione è questa (altro che genialità incompresa…).

    Grazie a entrambi, e a presto. 😀

  4. gabriella
    9 dicembre 2009

    Eh.
    Guarda che io ci conto, in questo tuo “a presto”, eh!

    (Mi sa che ti sei allargata troppo =__= )

    🙂

  5. giulia
    10 dicembre 2009

    Vero, verissimo quello che dice De Amicis. A me, come semplice lettrice, è capitato. Ma qualche volta ho letto anche cose decisamente gradevoli. Certo che l’imbarazzo è grande quando ciò che leggi non è bello.
    E’ vero che molti non sanno l’italiano, ma ultimamente mi è capitato di leggere scritti di giovani molto migliori di quelli che non leggevo molti anni fa. Non sempre è tutto “nero” come la Stampa racconta.

    Un abbraccio
    Giulia

  6. Stefania
    10 dicembre 2009

    @ Gabrilù
    In effetto “oso” essere ottimista sulla mia “presenza”, confidando in un futuro creduto fin troppo a portata di mano, ma i buoni propositi devono fare i conti con osti inflessibili. Ho tra le bozze quattro post da dieci giorni e non riesco a toccarli… 😳 Non dispero, e nel frattempo torno a ringraziare chi passa di qui e mi regala qualche minuto di pausa. 😀
    p.s. I prossimi (minuti) saranno per il tuo post su Zweig, li ho già messi da parte. 😉

    @ Giulia
    Carissima, a scanso di equivoci tengo a precisare che anche a me càpita di leggere (invitata a farlo da persone cui sono affezionata o che stimo) cose più che buone, che funzionano, che valgono. E sono quelli i momenti in cui penso a tante altre cialtronerie che godranno di miglior fortuna, perché magari io – più che complimentarmi sinceramente e incoraggiare a ulteriori prove – non ho potere su quei meccanismi che consacrano il talento (e più spesso l’inconsistenza).
    Per quanto riguarda il resto, continuo ad essere avvilita. Sia o non sia come ogni tanto denunciano gli articoli di giornale, non si può dire che il livello medio generale sia dignitoso. Mi meraviglio, sai, quando leggo cose belle, emozionanti, corrette; mi commuovo se un giovane si distingue dall’apatia e dall’appiattimento generalizzati esprimendosi con proprietà e profondità; ma sono sempre troppi quelli che parlano e “sentono” come gli aspiranti al Grande Fratello; troppi quelli convinti che le loro intuizioni siano illuminazioni e che il loro pensiero vada consegnato alla Storia (e se tu apprezzi sei una che capisce, altrimenti sei un’incompetente – manco a dirlo! 😯 ); troppi quelli che – inconsapevoli – hanno tutti i numeri graditi al Potere: pronti perché altri pensino e decidano per loro.
    Il paradosso è che non c’entra la povertà, quella vera e incolpevole, nella quale resiste almeno un briciolo di dignità. Il paradosso (e questo comincia dalla scelta delle famiglie, che protestano con la scuola se le si invita ad acquistare un libro in più però a casa non si fanno mancare i cellulari ultima generazione e la playstation e il Wii, uno a testa), il paradosso è che il benessere o l’aspirazione ad esso non comprende un investimento “culturale”, sulla propria mente, su un’educazione alla libertà del proprio pensiero.
    Ce l’ho – e molto – con la boria e il qualunquismo di chi – dietro possibilità di ogni tipo, titoli altisonanti, ruoli ufficiali o ufficiosi – dissimula questa povertà irrimediabile, diffondendo l’idea che sia “normale” e più furba la strada più facile e raffazzonata, quella dell’approssimazione, quella che non conquista il risultato con la fatica, il sacrificio, l’applicazione costante. C’entrano i libri, lo studio, la lingua italiana, certo, ma soprattutto un certo stile di vita ormai desueto, sotto le righe, legato a certi valori più intimi, discreti, leali e solidali… Sono fuori tema, forse. Forse non tutto è così nero, finché – anche se in pochi – ci crediamo. 😕

    Un saluto affettuoso a entrambe.

  7. giulia
    10 dicembre 2009

    Cara Stefania, sottoscrivo ogni parola che tu scrivi. Come non vedere lo scempio a cui stiamo assistendo. Ma proprio per questo mi ostino a guardare chi ostinatamente continua a “credere” che “qualcosa” sia possibile e sono felice nell’incontrare giovani così. Giovani che scrivono e leggono anche solo per il gusto di farlo e di condividere. Una esigua minoranza certamente, ma preziosa.
    Certo che tutto questo non ha nulla a che fare con la povertà. L’altro giorno ho ripreso in mano “le origini del totalitarismo” della Arendt e mi sono spaventata per l’attualità delle cose che dice.
    Ma è anche una che ha cercato tutta la vita un modo per affrontare quelli che con B. Brecht chiama “i tempi bui”.
    Stiamo forse cercando solo di offrire anche solo un “minimo” di resistenza, quello che è nelle nostre piccole, piccolissime possibilità.
    Ma sapessi anche io quanta rabbia, quanta tristezza…
    Un abbraccio

  8. Stefania Mola
    14 dicembre 2009

    E a proposito di tempi bui… non si fa a tempo a evocarli che subito ne chiamano altri, più neri. Vorrei che si parlasse finalmente di tutte le minoranze preziose e silenziose oscurate dalla vacuità degli argomenti monotematici che ci vengono somministrati quodianamente dall’informazione che NON fa servizio pubblico.

    La Storia evidentemente NON insegna più alcunché, se certi scrittori ci sembrano spaventosamente attuali.

    Grazie Giulia, con rabbia e con tristezza condivise.

  9. gabriella
    24 dicembre 2009

    Stefania, ogni generazione deve ricominciare tutto daccapo.
    E quando una generazione comincia a capire qualcosa, i suoi componenti sono vecchi, stanno per morire e… la giostra ricomincia.

    Credo sempre meno a tutti quei “Mai più!”“Perchè queste cose non devono succedere mai più!” e variazioni sul tema.

    Intendiamoci: sono tutte cose che che è cosa giusta e buona dire e sperare.

    In quanto a crederci, per quanto mi riguarda migliaia di anni di storia mi sbattono sul muso che nulla può ritenersi acquisito o perso una volta e per tutte.
    Ciao 🙂

  10. sabrinamanca
    25 dicembre 2009

    Cara Gabriella, come sono d’accordo! A ben guardare sembra che la storia non insegni proprio niente.
    C’è sempre la speranza che lo faccia, per fortuna, altrimenti che viviamo a fare?

    Un caro saluto a Stefania e Giulia e un augurio di trascorrere delle feste serene.

  11. Stefania Mola
    26 dicembre 2009

    La riflessione di Gabrilu (il fatto che non basti una vita a trarre insegnamento dagli errori per non ricaderci, dunque una vita di attesa, per giunta vana) punta dritta a quella di Sabrina (la speranza, ottima ragione per continuare a sbagliare ancora a cuor leggero…). Siete molto natalizie, care balde giovani! 😀

    Mi fate venire in mente il passo di Manguel che dice: «In spagnolo la parola “attesa”, espera, ha la stessa radice di esperanza. Annota Gide nel suo Diario: Sala de espera. Che bella lingua quella che confonde l’attesa con la speranza!».

    Ricambio affettuosamente gli auguri per questi giorni e quelli che verranno. 🙂

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Questa voce è stata pubblicata il 3 dicembre 2009 da in Edmondo De Amicis, Giacomo Leopardi con tag , .

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