Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

La vita dei dettagli

Ogni volta che facciamo veramente attenzione distruggiamo una parte di male in noi.
(Simone Weil, Attesa di Dio)

Il dettaglio cattura l’attenzione?
O la disattenzione fa in modo che ci sfugga?
Vive di vita propria, il dettaglio, o è lo sguardo allenato alla cura che lo ritaglia amorevolmente attribuendogli un alito vitale capace di sopravvivere alle piccole morti che costellano la nostra esistenza?
Esistono infiniti frammenti che appartengono alla nostra storia e che con il tempo si sono trasformati negli innumerevoli fantasmi che agitano il nostro sonno di nostalgia e rimpianto, o apparteniamo solo ad uno dei tanti dettagli che si fermano nei nostri occhi di “collezionisti di perdite”?

Sono alcune delle domande che mi ponevo leggendo le pagine di Antonella Anedda, dopo essermi lasciata alle spalle i dipinti, i versi, le icone e i mondi da lei stessa suggeriti restringendo il campo sul particolare, sulla scomposizione e sulla ri/creazione che avviene quando un dettaglio – “liberato” dal quadro – diventa un altro quadro, scardinando la pretesa della visione globale e spalancando le porte ad infinite possibilità.

Che il margine diventi centro – ad esempio – lo sfondo un primo piano, la distanza prossimità necessaria alla visione lenticolare nella quale un dettaglio affida la propria vita allo sguardo, prima di trasformarsi in sentimento e pensiero tagliato e cucito addosso. Pronto per attraversare una perdita. Tra i dettagli più amati di una vecchia fotografia, isolati a colpi di forbici, passa lo spazio che li disperde rendendoli irriconoscibili, passano l’aria, il colore terra bruciata del dolore, la concretezza della separazione, lo sguardo dall’alto alla perdita dà verità.

Una veduta aerea
dei visi, dei gesti, degli oggetti,
annulla i confini. Dall’alto
tutto è solo una distesa di pace.

È un libro sull’esercizio dell’attenzione che inizia ritagliando dettagli di dipinti famosi e prosegue con il “museo interiore” della poesia di chi ha scritto davanti alle immagini (davanti perché la scrittura è specchio) e con una serie di ritratti d’autore (indimenticabili quelli tratteggiati intorno a Mark Rothko e a Bill Viola). Attraversando la relazione tra pittura e poesia, e certe presenze non immediatamente manifeste della decifrazione interiore dell’arte (“Questo libro è una storia di fantasmi” scrive l’autrice nell’introduzione) o non visibili se non in forma di icone, “rumori” della perdita.

La difficile arte del “saper perdere” costituisce l’approdo del libro. Con i deboli frammenti di materia restituiti dalle perdite, laddove nel buio le mani dell’uomo tagliano e incollano dettagli di fotografie esercitando un’attenzione fuori tempo massimo e ricomponendo in un quadro di assenza i dettagli dispersi e smembrati, mentre quelle della donna tagliano e cuciono sui propri indumenti pezzi di stoffa un tempo appartenuti alla giacca dell’uomo amato e perduto, lembi di natura morta – irriconoscibili allo sguardo altrui – che continuano a vivere nel quotidiano.
Suggerendo come il perdere sia una porta sul vuoto che innesca l’estrema difesa: si ricordano le cose che non si riescono a perdere, ci si protegge dalla separazione rinunciando a perdere qualcosa.


Antonella Anedda
La vita dei dettagli. Scomporre quadri, immaginare mondi
Donzelli, Roma 2009

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Questa voce è stata pubblicata il 11 dicembre 2009 da in Antonella Anedda, Elizabeth Bishop, Simone Weil con tag , , .

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