Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Trenta gradi all’ombra

Osservare il mare, le sue scaglie di luce e le gradazioni del suo verde e del suo blu, dall’ombra di un cespuglio, dove la macchia di lentisco e di mirto è più folta ma già cede alla sabbia delle dune: di qua il profumo di terra aspra e pietrosa, di là il suono dello sconfinato, il rumore della lontananza. Lu rusciu ti lu mare, il suono del mare, è voce che poi ti accompagna. Anche nell’atonia, o nel deserto del sentire.

Come ogni viaggio e ogni scrittura tutto ha inizio nel luogo natìo. Dall’Epilogo, in questo caso, da una città di palme, palazzi barocchi, balconi panciuti in ferro battuto e pietra gialla, da un “paese di luce” in cui un ragazzo legge all’ombra di un albero e di un muro di pietra viva “nella campagna assordata di cicale”. E da quell’ombra “si scorge il mondo”.

Dietro le righe, inconfondibile, affiora il paesaggio di una terra estrema – il Salento – culla di ombre e terre rosse, torri di tufo e muretti a secco, eucalipti e boschi di ulivi secolari tagliati da righe di pietre e polvere bianca che arrivano fino al mare. Nel ricordo si susseguono masserie imbiancate di luce e scogliere calcaree sotto il sole a picco, tronchi cavi e fremiti di foglie, nuotate e approdi di ragazzi spensierati, un tempo gioioso e sospeso che riemerge a tratti dall’ombra della maturità come “un intervallo tra l’assoluta lontananza e l’impossibile”.

Il titolo è figura ingannevole e gioca coi sensi. Evoca una temperatura e una dimensione stanziale invece che una sequenza di movimenti narrativi (ho un debole per Euridice blues e Dalla lettera di un cartografo celeste a un amico, ma non solo). Trenta, appunto, che conducono all’ombra o ci girano intorno, tra l’adombrare e l’imbrunire, passando per il “quaderno delle ombre” – in cui si descrivono quelle che nel meriggio rivelano i palazzi disposti a cerchio intorno alla torre e si muovono al passaggio delle nuvole – e il “mercatino delle illusioni”, in cui le ombre sono catalogate, ordinate ed etichettate in scatole leggerissime, pronte ad essere acquistate a un prezzo ragionevole e a regalare un’ombra amata che duri il tempo di una distrazione.

L’adombrare, si diceva. Parola appartata e allusiva che nel suo rinviare ad altro accoglie nel suo abbraccio la poesia, vede il Dio farsi carne e preserva le cose velando e rivelando insieme. E se la nascita della pittura si ritiene legata all’ombreggiare e all’adombrare – “perché il pittore è anzitutto pittore d’ombre e perché il colore stesso è ombra” – anche l’imbrunire “è un’azione pittorica, un soprassalto di nostalgia che si distende nell’attesa, e in quella si profonda, per uscirne non con la notte, ma soltanto con il passaggio all’alba, che è il vero lontano confidente dell’imbrunire: l’uno e l’altro conoscono infatti il confine tra la memoria e l’attesa. Il confine tra l’oscuro e il luminoso, tra l’invisibile e il visibile”. Nell’imbrunire, casa comune di luce e ombra, “il cielo e la terra si avvicinano”, perché “l’aria prende il colore della terra”; la solitudine delle campagne lo “accoglie con rispetto, lasciandolo nella sua sospesa memoria della luce, nel leggero rimpianto del giorno”.

Trenta piccoli viaggi intorno all’ombra che favorisce “il sonno delle cose, o forse il sonno del dolore” perché il dolore – tra i tanti nomi dell’ombra della vita – “è il più scuro, il più insistente”. Ombre ladre, che suggeriscono i pensieri e si portano via la loro forma vuota, che si prendono i sogni chiusi nelle pagine di libri letti al chiarore di una lampada a petrolio. La peggiore: l’ombra di un fusto piantato nella sabbia che segna l’ora meridiana e si prende il tempo dell’infanzia.

Quale che sia, l’ombra “non conosce il peso della lontananza” né “il tremito dell’addio”, e l’amore finisce per essere soltanto un disegno, “lo scambio dell’attesa con l’evento, della gioia con la sua ombra”. In tutte queste pagine le ombre riempiono le stanze, scorrono velocemente negli angoli della mente per ritornare nell’ora meridiana, scorrono e si incontrano con la luce nelle immagini che si formano su uno schermo o in un ricordo – “immensa tessitura dell’inatteso” – e si incontrano tra loro senza potersi abbracciare. “Ombre pensose di un mondo che si è dileguato con i loro corpi”, del cui passaggio alla velocità delle nuvole non resta alcun tremito, né un segno.

Trenta piccole storie per ricordare quanto l’ombra sia necessaria alla luce, e come sia vera misura del mondo (fisico e interiore), figura dell’apparenza, forma del ricordo e della sua “presenza dolce nel cuore della sera”. Ombra in cui l’assenza si fa corpo, e la cui assenza è terrore e ritorno negato. Lo dicono le ombre consumate dalla luce che cade diritta a mezzogiorno accendendo tutte le cose: “nell’ora meridiana il ritrarsi dell’ombra annuncia il pericolo di un corpo senz’ombra. I corpi privi di ombra sono privi del loro specchio, della loro prova di esistenza […] In quell’ora succede che la luce penetra in tutte le cose immergendole in una fiumana d’improbabilità, in uno scintillamento di tremolanti parvenze. Tutto, a quell’ora, continua a esistere, e niente più esiste”.

L’altro grande balzo nella conoscenza fisica del mondo fu compiuto da Galileo e raccontato nel Sidereus Nuncius. Dove lo scienziato descriveva le notti di gennaio in cui, nella campagna padovana, scrutava la luna, prima di puntare il cannocchiale su Giove e i suoi dintorni. Proprio osservando le ombre create dal sole nascente sulla superficie lunare egli scoprì che la luna non era, come fino a quel momento s’era creduto, un corpo perfetto, liscio, compatto, ma era simile alla terra: scabra, accidentata, colma di avvallamenti, di montagne, di crateri. La perfezione da quel momento non abita più nel cielo, come non aveva mai abitato la terra.


Antonio Prete
Trenta gradi all’ombra
Nottetempo, Roma 2004

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2 commenti su “Trenta gradi all’ombra

  1. giulia
    26 gennaio 2010

    “…quanto l’ombra sia necessaria alla luce, e come sia vera misura del mondo (fisico e interiore)”,
    Come è vero Stefania, Ho letto questo post con grande piacere e interesse. Un caro saluto

  2. Stefania Mola
    27 gennaio 2010

    Grazie, carissima. Il tema è antico (e sempreverde), e la scrittura di questo autore annulla i confini tra saggio, racconto e poesia. Emozionando il lettore.

    Un saluto affettuoso a te. 🙂

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Questa voce è stata pubblicata il 25 gennaio 2010 da in Antonio Prete con tag .

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