Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Oggi

C’è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede
ancora la marca di fabbrica
Schulze Monaco.
C’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio
di scarpette infantili
a Buchenwald
più in là c’è un mucchio di riccioli biondi
di ciocche nere e castane
a Buchenwald

servivano a far coperte per i soldati
non si sprecava nulla
e i bimbi li spogliavano e li radevano
prima di spingerli nelle camere a gas.
C’è un paio di scarpette rosse
di scarpette rosse per la domenica
a Buchenwald
erano di un bimbo di tre anni
forse di tre anni e mezzo
chissà di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto

lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini
li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l’eternità
perchè i piedini dei bambini morti
non crescono.
C’è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald
quasi nuove
perchè i piedini dei bambini morti
non consumano le suole.

(Joyce Lussu)

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6 commenti su “Oggi

  1. sabrinamanca
    28 gennaio 2010

    Non dobbiamo dimenticare che siamo ancora ( e forse lo saremo sempre) capaci di compiere tali orrori. Ecco perché dobbiamo ricordare, ricordare, ricordare, e vigilare. E poi con tristezza mi dico che ci sono tanti luoghi nel modo dove tali orrori si consumano proprio oggi con la stessa ferocia e la stessa indifferenza, e mi sento cosi’ triste e impotente…

  2. Stefania Mola
    29 gennaio 2010

    È accaduto. Potrebbe ripetersi. Era il pensiero di Norberto Bobbio che incombe sulle nostre teste e su tutte le celebrazioni: penso ad ogni altro genocidio di cui non si parla e non ci si ricorda, dagli armeni ai bosniaci, a tutte quelle etnie d’Africa di cui non sappiamo neanche il nome.
    Sarò pessimista, ma il ripetersi di questi orrori è una strada senza uscita. Perché ferocia e indifferenza hanno in comune la paura.

    [ Un saluto affettuoso, e grazie. 🙂 ]

  3. gabriella
    30 gennaio 2010

    Non è che questi orrori “potrebbero ripetersi”.
    Si ripetono continuamente.
    In altre forme, con altre modalità ma tutto questo si ripete ogni giorno e attorno a noi.

    La “paura”.

    Si, certo, è una delle cause scatenanti, certamente, come no.

    Ma la paura è solo (solo?!?) una con-causa agevolante/scatenante.

    “Scatenante” di che?
    Ma della parte oscura che alberga in ****tutti*** gli esseri umani, nessuno escluso.

    Il contesto di per sè non provoca nè limita questo tipo di faccenduole, ma il contesto può bloccare o favorire e, nei peggio casi, addirittura aizzare .

    Per questo è importante battersi per il contesto: perchè un contesto di un tipo anzicchè di un altro può portare le persone che sentono di appartenere ad un qualcosa (Paese, etnia, religione, ideologia etc.) e che da questo sentimento di appartenenza traggono la ragione della loro identità il senso del proprio esistere a tirar fuori la parte migliore o quella peggiore del loro essere “umani troppo umani”.

  4. Stefania Mola
    2 febbraio 2010

    Sono perfettamente d’accordo con te, cara Gabrilù.
    Chi ha paura di perdere terreno, potere, identità teme i morti – “quei” morti – e fa di tutto per oscurarne la memoria. Personalmente – invece – temo i vivi, capaci di questi orrori e di chissà quale altro “peggio”. So bene che non bisogna lasciarsi sopraffare da quel senso di impotenza cui accennava Sabrina, ma spesso mi ritrovo a pensare che molte battaglie siano perse in partenza, e non per egoismo, indifferenza o paura. Ci sono contesti – ristretti – in cui si può seminare e incidere, altri in cui sembra vano il solo immaginare di battersi. Su molte cose sono stati fatti passi indietro, e queste cose – valori che riguardano soprattutto la solidarietà, le regole condivise e la convivenza civile – sono le fondamenta di qualsiasi edificio che voglia sfidare il tempo e le circostanze. Naturalmente spero di sbagliarmi e continuo a “militare” sul campo.

  5. giulia
    4 febbraio 2010

    E’ una poesia agghiacciante e le fotografie lo sono altrettanto. Gli orrori ci sono anche oggi, tanti e dimenticati. A molti non si restituisce neanche la memoria.
    Su cosa possiamo fare, capisco le tue perplessità ed il tuo senso di impotenza, ma quello che nel nostro piccolo possiamo, io dico dobbiamo farlo. Non per spirito di sacrificio, ma per sentirci esseri “umani”, per combattere il male che alberga dentro di noi e può farsi vivo insidioso quando meno ce lo aspettiamo. Vigilare sui nostri picoli gesti è la prima essenziale cosa che può servire. La democrazia non è un “dato di fatto”, è un fine che richiede la nostra continua militanza. Nelle idee credo, nelle ideologie no, anzi le ritengo pericolose.
    Un caro saluto

  6. Stefania Mola
    5 febbraio 2010

    Cara Giulia,
    mi è venuto in mente di postare questa poesia terribile quando ho visto proprio quell’immagine che ho messo in apertura. L’aveva selezionata mia figlia per preparare un cartellone commissionato dal preside della sua scuola e sembrava fatta apposta per le parole di Joyce Lussu. Mai, ovviamente, quanto le foto autentiche e agghiaccianti che la accompagnano.

    Grazie per aver lasciato qui il tuo pensiero. Un abbraccio.

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Questa voce è stata pubblicata il 27 gennaio 2010 da in Joyce Lussu con tag , .

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