Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Rive lontane

Quando con gli alatori finirono quegli strepiti,
i fiumi mi lasciarono scendere dove volevo
.

Sembrano un calco del senso ultimo della storia che sta per iniziare, questi versi in esergo, ma appartengono in realtà al Battello ebbro di Rimbaud, scritto nel modo in cui si raccontano i sogni, quasi a sottolineare l’intento di un viaggio alla volta del proprio destino e di sé, delle proprie inestirpabili radici, prima ancora che su un fiume. Mentre i sogni del protagonista sono lì, a poche pagine di distanza, sulle rive e nei meandri del fiume raccontato da Mark Twain attraverso Tom Sawyer, Huckleberry Finn e Vita sul Mississippi.

Joseph condivide con Mark Twain, a parte un “libro consunto a forza di letture” che porta in tasca con sé, la vita errabonda della sua storia familiare, temi cari allo scrittore come il conflitto con la società che pretende di inserire l’individuo nei propri registri e princìpi (più volte, nel corso della storia, Joseph esprime la sua ribellione e la sua insofferenza dicendo “Io non sono come voi!”) o la fuga (il romanzo Huckleberry Finn, anch’esso scritto in prima persona, comincia davvero solo con la fuga di Huck sul Mississippi), l’ironia nei confronti dell’espansione industriale e tecnologica insieme alla fascinazione da essa subìta. Nella biografia di Twain c’è anche l’assenza del padre, l’abbandono degli studi e il sogno del grande fiume, il Mississippi, a cui lo scrittore deve il nom de plume e che diventa sinonimo di vita lungo le sue sponde.

Sponde intorno alle quali Joseph ha dei progetti, e questo parrebbe naturale a diciotto anni se non si trattasse di un’eccezione. La sua storia, quella che lui stesso racconta, è popolata infatti da una folla di sopravvissuti, “ombre pallide e fedeli” che “si agitano come per mostrare che non sono ancora del tutto morte”, un’umanità senza possibilità di scelta tra buona e cattiva sorte né futuro, corrosa dall’alcol, logorata nelle carni e nell’anima, la cui la sete è “una malattia oscena” curata a colpi di vino bianco e disperazione, la cui innocenza è perduta e il cui smarrimento porta ad approdare – insieme ad un’infinità di microstorie – al Panama, uno dei luoghi emblematici – insieme alla Fabbrica, alla Città, alla Caserma e alla Strada, evidenziati da un costante corsivo – che disegnano una mappa impastata di odori e umori pungenti dai confini non valicabili eppure fuori da ogni geografia pensabile.

La Città, a un quarto d’ora di distanza eppure quasi su un altro pianeta, misura di lontananza e di separazione. L’unico fragile filo che per un attimo sembra collegarla al mondo in cui si muovono Joseph, gli operai e le loro famiglie non sono le mezze frasi che la evocano come più lontana delle stelle ma le biciclette del Tour de France, che la attraversano rapidamente passando poi altrettanto rapidamente davanti alla folla assiepata ai bordi della Strada che “separa la Caserma dove si vive, dalla Fabbrica dove si lavora” e “porta da un lato alla Città, dall’altro in nessun luogo”.
La Fabbrica, che respira, geme, vibra, fuma e ruggisce come un corpo vivo – seppure mostruoso, nutrendosi talora di brandelli di carne umana, è “come un destino collettivo subìto e accettato”.
Infine la Caserma, un luogo a parte, finta città-giardino aggrappata ad una natura in bianco e nero e sorta di alveare in cui vite e lingue senza più radici si mescolano fino a confondersi ridisegnando i confini di una nuova appartenenza più forte del sangue.

È questo lo scenario che dalla penna di Laurent Martin (una bella scoperta, per chi non lo abbia mai letto prima) arriva fino a noi grazie alla convincente traduzione di Sabrina Manca, attraversato da una serie di delitti inquietanti dal legame incerto eppure inevitabile, scandito da dialoghi serrati e da una scrittura essenziale e sigillato da un finale che coglie di sorpresa. Un epilogo forse troppo rapido ma in cui tout se tient chiudendo il cerchio con perfezione impeccabile. Costringendo il lettore a tornare sui propri passi per scoprire come gli indizi ci fossero tutti – persino Paco, il padre mai conosciuto – fin dalla prima entrata in scena dei personaggi, magari solo dissimulati tra le pieghe delle loro smorfie, delle loro incertezze, delle allusioni, dei ricordi.

Ed è questo il luogo che Joseph intende lasciarsi alle spalle con determinazione, dissociandosi dal forte senso di appartenenza che pervade gli abitanti della Caserma, una vera e propria identità reiterata in varie forme per tutto il corso della storia. Joseph assicura che non finirà in quel modo, che lavorerà sodo per veder scorrere il Mississippi dei suoi sogni, per raggiungere un obiettivo che agli occhi di tutti – anche dei suoi – è semplicemente un altrove lontanissimo.

The face of the water, in time, became a wonderful book – a book that was a dead language to the uneducated passenger, but which told its mind to me without reserve, delivering its most cherished secrets as clearly as if it uttered them with a voice. And it was not a book to be read once and thrown aside, for it had a new story to tell every day. Throughout the long twelve hundred miles there was never a page that was void of interest, never one that you could leave unread without loss, never one that you would want to skip, thinking you could find higher enjoyment in some other thing. There never was so wonderful a book written by man; never one whose interest was so absorbing, so unflagging, so sparkingly renewed with every reperusal.


Laurent Martin
Rive lontane
Voland, Roma 2010

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4 commenti su “Rive lontane

  1. sabrinamanca
    5 febbraio 2010

    ma che bella critica, mi vien quasi voglia di rileggere il libro (che devo aver letto oramai una ventina di volte almeno) e soprattutto Mark Twain!

  2. Stefania Mola
    5 febbraio 2010

    In realtà volevo prima scriverti via mail che il libro mi era piaciuto e che l’ossessione di Joseph per il Mississippi di Twain – che potrebbe sembrare un libro come un altro, ma che secondo me ha un suo “peso” – mi aveva ricordato i racconti di tanti anni fa.

    Insomma, alla fine stanotte è arrivato prima il post e la mail è rimasta nella tastiera. 🙂

    È vero che esistono tanti libri quanti sono i lettori. Ma intanto devo ringraziarti di avermi fatto conoscere un autore nuovo, nonché una storia ottimamente costruita e ben scritta, con il valore aggiunto di una traduzione che non l’ha tradita. 😀

  3. giulia
    14 febbraio 2010

    Bè, viene la voglia di leggerlo anche a me e lo farò molto volentieri, considerato da chi è stato tradotto e recensito.
    Un caro saluto

  4. Stefania Mola
    16 febbraio 2010

    Cara Giulia,
    potrebbe piacerti sul serio (e ci guadagneremmo – tutti – una nuova “lettura”. Che meraviglia questa storia del libro infinito – tale finché lo si continua a leggere…).
    😀

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Questa voce è stata pubblicata il 5 febbraio 2010 da in Arthur Rimbaud, Laurent Martin, Mark Twain con tag .

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