Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Disabitare l’irrealtà

Edward Hopper, Sun in an empty room, 1963

Edward Hopper

Roma, Museo del Corso
16 febbraio – 13 giugno 2010

Mi piace quando Mark Strand “legge” Hopper, infilando silenziosamente fra i trenta quadri scelti alcune note a margine sul suo mondo e il suo sentire. Mi piace che il poeta leghi il sentimento del proprio passato a certe scene raffigurate dal pittore e cerchi di spiegarsi un mondo che dietro un’apparenza di immobilità, indifferenza, estraneità quasi pare vivere di vita propria, senza ricambiare lo sguardo di chi lo osserva.

Una spiegazione al di là della mitologia americana e delle tradizionali etichette della critica che identificano Hopper con le parole realismo, solitudine, alienazione. Qualcosa che porti in primo piano le tonalità emotive, non le emozioni, “le implicazioni ma non i segni evidenti”.

Rieccolo, Hopper, a Roma, seconda tappa dopo Milano, con le sue strade, le sue pompe di benzina, le sue ferrovie, i suoi luoghi di passaggio frettoloso o sosta temporanea, che somigliano ai suoi stessi dipinti e alla loro geometria interna capace di provocare un’intima tensione tra il desiderio di fermarsi e la spinta ad andare avanti. Spinte uguali e contrarie, come lo sguardo di Strand bambino che coglie al volo il mondo ignaro della sua casuale presenza e quello di Hopper che vuole coglierne l’essenza poggiandosi sulle cose.

Rieccolo con le sue scene di vita americana, i suoi paesaggi urbani disabitati e sottratti ad ogni funzione, le sue architetture incastrate nell’architettura severa di ogni quadro, gli scorci e le inquadrature fotografiche, con un colore frutto di visione pura e una materia così solida da far dire a Forbes Watson, nel 1929, che “la sua immaginazione afferra il peso delle cose” restituendoci volumi, durata e stabilità, non emozione di un attimo. Cose che cessano d’essere ovvi strumenti del quotidiano per diventare segni misteriosi di una quiete oltre il tempo e di un’ora dotata delle cadenze dell’eternità, in cui regna quella indicata da Charles Burchfield come “dimensione di ascolto”: ciò che a noi pare un silenzio immobile che attraversa non solo le figure umane ma ogni spazio e ogni volume dei suoi quadri spianando la strada alla percezione di una solitudine intensa e a tratti quasi insopportabile.

Incontreremo questo tempo qualunque sia il punto di vista da cui osserviamo i dipinti di Hopper nei quali, scrive ancora Strand, “ad accadere sono le cose che hanno a che fare con l’attesa. Le persone di Hopper paiono non avere occupazioni di sorta. Sono come personaggi abbandonati dai loro copioni che ora, intrappolati nello spazio della propria attesa, devono farsi compagnia da sé, senza una chiara destinazione, senza futuro”.

Ma soprattutto incontreremo la luce catturata a Parigi, l’ossessione di “dipingere la luce del sole sul lato di una casa” – secondo le parole dello stesso Hopper – sconfiggendo la dissoluzione delle forme. Una luce oltre l’attimo, ancora una volta, più vicina al ricordo che alla manifestazione en plein air, senza tempo. E capace – come in Sun in an empty room – di elaborare “una visione del mondo senza di noi; non solo un luogo che ci esclude, ma un luogo svuotato di noi stessi”. “La luce – continua il poeta – ora un giallo sbiadito sulle pareti color seppia, pare stia recitando le battute finali della propria caducità, della propria storia nuda che si avvia a conclusione”.

Inevitabile pensare all’ultima opera del pittore, in cui viene illuminato il suo ruolo e quello di sua moglie Jo insieme a una più generale riflessione sulla parte che ogni uomo recita nel corso della propria vita. “La vita interiore di un uomo – scriveva Hopper – è un regno vasto e variegato e non riguarda solo dei piacevoli accordi di colore, forma e disegno. Il termine ‘vita’, come lo si usa in arte, è qualcosa che non si può disprezzare, perché coinvolge tutta l’esistenza: l’arte deve reagire all’esistenza, non evitarla. La pittura deve occuparsi in modo più completo e meno evasivo della vita e dei fenomeni della natura, per poter tornare a essere grande”.


Mark Strand
Edward Hopper. Un poeta legge un pittore
Donzelli, Roma 2003

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2 commenti su “Disabitare l’irrealtà

  1. nino
    21 febbraio 2010

    “Quiete oltre il tempo” e ” ora dotata delle cadenze dell’eternità”. E’ forse qui che si può trovare il senso ultimo di molte delle opere di Hopper. Ed è sempre a questi approdi che portano le definizioni più diffuse dei lavori di Hopper. Si tratta di una dimensione, di una “immobilità”, che va olte il presente, e che non a torto è stata definita iperrealistica. E’ la stessa dimensione che intravedo nell'”anello che non tiene” di Montaliana memoria, come anche, dello stesso autore, la “statua nella sonnolenza del meriggio” e ” i silenzi in cui le cose/ s’abbandonano e sembrano vicine / a tradire il loro ultimo segreto”. E ancora nel “La vedetta” di fattori e nel “paesaggio urbano” di Sironi. E infine, tornando a Hopper,al paralello fatto fra le sue opere e i racconti di Carver.
    Solo suggestioni, ovviamente.
    Grazie, Stefania, per le tue segnalazioni e riflessioni.
    Nino

  2. Stefania Mola
    24 febbraio 2010

    @nino
    Suggestioni che sottoscrivo in toto, caro Nino: pensavo anche a certe statue sonnolenti di De Chirico, ma basta Montale a colpire i miei numerosi talloni d’Achille… 😀
    Grazie a te per queste visite e queste attenzioni graditissime.

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Questa voce è stata pubblicata il 16 febbraio 2010 da in Edward Hopper, Johann Wolfgang Goethe, Mark Strand, Paul Verlaine con tag , , .

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