Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Meta/sogni

«Falemos, se quiserdes, de um passado que não tivéssemos tido» [Parliamo, se volete, di un passato che potremmo non avere mai avuto]. Così, col piuccheperfetto del congiuntivo, una delle protagoniste del Marinaio inaugura un raro e smaltato uso dei verbi che le tre Vegliatrici proseguiranno per tutto il dramma. Come tradurre in italiano un piuccheperfetto del congiuntivo che in portoghese indica un’azione irreale nel passato? […] Forse la magia del Marinaio, quella sua atmosfera sospesa, congelata in un tempo fuori dal tempo che pare non appartenere a nessuno […] dipende in gran parte dallo strano e straordinario uso dei modi verbali […] dunque, principalmente, il congiuntivo, verbo dell’eventualità, dell’incertezza e dell’irrealtà*

No, non sappiamo perché le cose accadono, e parlar del passato – per chi sia sognato lo spazio di un attimo, una notte appena – «deve ser belo, porque é inútil e faz tanta pena». Guardare il mare e dimenticare di vivere. Esiste una nostalgia del mai esperito che incalza insieme al mare che vediamo e che profuma di tutti i mari che non vedremo mai. Sarà per questo che «à beira-mar somos tristes quando sonhamos» di esser ciò che non siamo mai stati?…

Come quel marinaio, scampato ad un naufragio e privato della possibilità di un ritorno, che per sottrarsi alla sofferenza provocata dall’insorgere dei ricordi della sua terra perduta, cominciò a sognare una patria che non aveva mai avuto. «Cada ora ele construía em sonho esta falsa pátria, e ele nunca deixava de sonhar […] Todo os dias punha uma pedra de sonho nesse edifício impossível», edificando in un sogno continuo la sua nuova terra natale, cesellando i suoi nuovi orizzonti «na matéria da sua alma».

Fino a costruire una nuova vita anteriore, un passato in cui ogni cosa era differente da ciò che era stato, fino a stancarsi di sognare, in tempo per scoprire che ogni ricordo della sua patria vera era dissolto, come mai esistito: «Meninice de que se lembrasse, era a na sua pátria de sonho […] Toda a sua vida tinha sido a sua vida que sonhara…».

Perché le cose cambiano, e ci stanchiamo cambiando insieme a loro. Solo i sogni non finiscono: si addormentano insieme all’irruzione dell’alba – ogni gesto contribuisce a dissolverli anzitempo – , proseguono a loro insaputa nelle forme della nostra vita. E il marinaio, «che è sogno di un sogno, si libera sovvertendo il sogno, o ripercorrendolo in senso contrario, cioè sognando chi lo sogna»**.

Porque é que se morre? Talvez por não se sonhar bastante…

* Antonio Tabucchi, Nota alla traduzione de Il marinaio di Fernando Pessoa
** Id., Una sciarada per Il marinaio
Ambedue anche in Un baule pieno di gente

Fernando Pessoa
Il marinaio
trad. di Antonio Tabucchi
Einaudi, Torino 1988

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3 commenti su “Meta/sogni

  1. Pingback: Casablanca « currenti calamo

  2. giulia
    27 marzo 2010

    Questo Pessoa non l’ho ancora letto. Molto bello, Stefania. Bello il portoghese, una lingua che ho imparatao ad amare anche se so leggerla, ma parlarla malissimo.
    Un caro saluto e grazie per le belle cose che leggo sempre da te.

  3. Stefania Mola
    29 marzo 2010

    @giulia
    Carissima,

    non ho con me il libro in questo momento per citarti alla lettera Tabucchi quando scrive che questo Pessoa, pur configurandosi come pezzo teatrale, è fatto per essere letto. Proprio per le caratteristiche della lingua e dei modi scelti dall’autore. Una gran bella prova, consolatrice anche per chi – come me – non mastichi il portoghese “parlato”.

    Grazie per aver condiviso questo momento di pausa e di riflessione.

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Questa voce è stata pubblicata il 25 marzo 2010 da in Antonio Tabucchi, Fernando Pessoa con tag .

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