Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Il ritorno

Un’altra volta ti rivedo,
città della mia infanzia paurosamente perduta…

[…]
O siamo tutti gli Io che sono stato qui o sono stati,
una serie di chicchi-enti legati da un filo-memoria,
una serie di sogni di me, di qualcuno fuori di me?

[…]
Un’altra volta ti rivedo,
ma, ahi, me non rivedo!

(Fernando Pessoa, Lisbon revisited)

Scriveva Kant che la nostalgia nasce «dal ritorno delle immagini» di un tempo spensierato e ormai concluso; sarebbero proprio queste immagini a spingere gli uomini al viaggio a ritroso verso i luoghi di quel tempo fino a rimanerne delusi, e non perché «in quei luoghi tutto è cambiato» bensì perché in realtà «non vi ritrovano più la loro giovinezza».

Non è così per il Nestor Fabris che Manguel spinge a imbarcarsi per la Buenos Aires abbandonata in gran fretta trent’anni prima, con l’avvento della dittatura, perché non c’è conto in sospeso che non manchi, prima o poi, inaspettatamente, di reclamare il ritorno sui propri passi. Quella che lo attende è una dimensione in cui tutto pare essersi fermato: gli amici di un tempo, i locali frequentati, i volti di passaggio, e quel sentore inspiegabile di inconsistenza che trasforma il vorticoso movimento della città in un labirinto senza uscita e gli uomini in incontri onirici e sospesi con fantasmi apparentemente sospinti dal caso che non si lasciano neppure abbracciare, figure amate simili a voci d’aria eppure sorde a qualsiasi domanda che riguardi la loro storia.

Una sorta di ostile “selva oscura” che ha il suo Virgilio e – naturalmente – il suo girone di dannati, anche se le vicende legate alla tragedia dei desaparecidos sono il livello di lettura “politico” di questo racconto. Che in senso lato tocca le note (dolenti) di ogni nostos: perché la memoria è fatta soprattutto di spettri che poco a poco dilagano nel lungo fiume tranquillo del nostro presente fino a divorarne gli argini.

Per questo dico che il passato è solo l’invenzione del ricordo che vuole farsi permanente e che noi confondiamo con qualcosa di immutabile. Per gli antichi, la storia di Troia non muta; a cambiare è il modo in cui può essere narrata. Il passato è dunque creazione di coloro che l’hanno raccontato, e tuttavia in un momento inaccessibile esiste una storia fatta di ferro e di diamante che sta, in rapporto alle nostre narrazioni, come la Troia di fango e di pietra in rapporto ai versi del cantore cieco e del servitore di Augusto.


Alberto Manguel
Il ritorno
Nottetempo, Roma 2010

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Questa voce è stata pubblicata il 24 maggio 2010 da in Alberto Manguel, Antonio Prete, Fernando Pessoa, Immanuel Kant con tag .

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