Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Fili vs reti

Sino a non molti anni fa, le donne dell’angolo di mondo in cui ci è dato di vivere, tutte le donne, […] avevano sempre in mano un filo. Un filo da filare nella conocchia e avvolgere sul fuso, da tessere al telaio, da infilare nell’ago per cucire, rammendare e ricamare, da intrecciare ai ferri, all’uncinetto o al tombolo. […]

Al giorno d’oggi invece il nostro contatto coi fili e coi tessuti si è enormemente ridotto. […] Che di liberazione si tratti, che i lavori di filatura, tessitura, cucito e ricamo fossero per la donna una servitù e persino una tortura […] ce lo dice anche il doppio senso del verbo tedesco spinnen, «filare» e «impazzire», perché dal tanto filare si poteva impazzire e perché ai folli si faceva filare, se ne erano in grado, per tenerli buoni e occupati.

Ma di una perdita pure si tratta. Perdita di un’attività che poneva le mani e il cuore a contatto con materiali tessili diversi, […] perdita di una sorta di capacità di modellare la natura, di dar forma con le mani e con la mente alle cose, di un filo continuo che era il filo dell’esistenza e della narrazione dell’esistenza e del pensare all’esistenza: filo del cucito e filo del pensiero. […]

Fili, nodi, vuoti: di questi tre elementi è composta una rete, la rete del pescatore e la rete dei pensieri. La rete dei pensieri è fatta di fili di pensiero prodotti con la tecnica del ragno, di nodi nei quali i pensieri si combinano e si saldano, e di vuoti di pensiero, quando un ricordo sfugge, una parola manca, una nozione non ci viene incontro o l’ispirazione vien meno. Una volta si stava lì con la penna in mano o in bocca incapaci di proseguire, adesso le mani annaspano sulla tastiera o stanno ferme a lato di essa ma il concetto è lo stesso. […]

Il testo elettronico pone le frasi una accanto all’altra, senza istituire rapporti di dipendenza e di subordinazione e soprattutto non conosce la sequenza temporale. Il modello reticolare presente nella struttura a rete del Web (rete, tela) sottrae il tempo: dal momento che non ha una direzione di senso, la rete non ha un prima e un dopo, un davanti e un dietro, un inizio e una fine, e nemmeno un fine. […] La rete tradisce quel controllo del tempo del quale si era impadronito il filo, quello della narrazione e della storia. Il racconto, il tempo della storia, il filo della narrazione, propongono una genesi, una storia, una/un fine. Il tempo della rete, o eterno presente, propone solo dei nodi di connessione: annullando il significato di termini come prima e dopo, appiattisce i rapporti nell’unica dimensione possibile, quella dell’orizzontalità.

(Francesca Rigotti, Il filo del pensiero. Tessere, scrivere, pensare)

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6 commenti su “Fili vs reti

  1. ange
    26 maggio 2010

    Bello, da leggere.
    Conservo con orgoglio due lenzuola filate e tessute dalle “ave” come le chiama mia madre, uno sulla piegatura ha la scritta “Felice notte” ricamata a punto erba. Non ho ripreso il telaio, ma ho ricominciato a sferruzzare e a cucirmi i vestiti.
    Tornando al post, secondo me la rete controllo anche lo sguardo: a un numero crescente, quotidiano di immagini e parole corrispondono una crescente ignoranza, uno spaesamento, perchè manca il tempo per la elaborazione, la riflessione.
    Abbraccio

  2. Stefania Mola
    27 maggio 2010

    @ange
    Cara,
    alla fine – pure quando si tratti di sguardo – lo scrivi anche tu: perché manca il tempo. L’espansione in superficie azzera la possibilità di andare in profondità, negando il “concedere tempo” che ogni cosa bella richiede. Per dire, si potrebbe pensare al pane negandogli il tempo necessario alla lievitazione dell’impasto?
    È una riflessione che dopo dieci anni di Rete (tra forum e blog) mi fa tornare sui miei passi. Al bisogno di quei fili (del discorso, del pensiero e di ogni rapporto che resti) e di quel tempo, saltando a pie’ pari ogni cosiddetto “social network”.
    Se proprio devo essere “fuori dal tempo” preferisco esserlo così; per inciso, sono una di quelle che sa ancora usare gli aghi (da cucito, da calza e da ricamo), passatempo inutile ed extraterrestre che fa sgranare gli occhi ai figli (che non sanno bene come classificare una persona che usi tanto fili e pentole, quanto penne, tastiere e volante). Lenzuola come le tue le conservo gelosamente: sono il filo passato di mano in mano in famiglia, da una donna all’altra. In quelle trame e in quei fili ci sono tutte le storie che non vorremmo perdere, perché ci riguardano, e che nessuna rete è in grado di tèssere, oggi.
    Sarà che abbiamo perduto molte cose, proprio quando ci è sembrato di avere tutto… 🙄

    Abbraccio grande.

  3. sabrinamanca
    30 maggio 2010

    Cucire è anche avere la testa qui e là, potersi permettere di vagare con la mente pur conservando quel tanto di concentrazione che ci impedisca di pungerci un dito o dover tagliare il filo e ricominciare tutto da capo.
    Sul social network seguo la tua stessa via e me ne convinco sempre di più le (ormai) rare volte in cui qualcuno mi incalza perché non rispondo immediatamente ai suoi commenti o saluti. Mi pare un tale paradosso questa comunicazione distorta, fra telefonini, video-conferenze e chat in cui non ci si sfiora e nemmeno ci si guarda più negli occhi.
    Ho amici che sono capaci da trascorrere la serata con me fra una telefonata, una ventina di sms e altro…

  4. Stefania Mola
    31 maggio 2010

    @sabrinamanca
    Credo che qualsiasi filo tra le mani possa tornare inconsciamente ad essere un filo di Arianna – questa volta da non cedere ad alcun Teseo – riconducendoci sui passi dei ragionamenti e dei pensieri, fino all’uscita del labirinto che in quel momento ci imprigiona. E credo anche che in quel vagabondare della mente il filo dei pensieri si stacchi per un attimo da quello della vita per procedergli a fianco, come fanno le rotaie correndo parallele sullo stesso binario.
    Destinazione finale: una direzione, un senso, una forma. Necessità elementari che chiedono il loro filo al nostro tèssere, scrivere e pensare.

    [Un saluto affettuoso e un grazie]

  5. Kolonistuga
    20 giugno 2010

    …il filo, la rete, il mestiere, un mestiere! Un’arte che si tramandava, nel tempo per il tempo. Alle bambine, si insegnava a ricamare, ad apprendere le tecniche e i modi di ricamare attraverso gli imparaticci, dove, su tela grezza e canapa, si ricamavano le lettere dell’alfabeto. A volte, il supporto era proprio una rete da pesca..rete..web..dimensioni temporali anacronistiche. Mi reputo una donna fortunata, per i miei quarant’anni, ad essere stata cresciuta, nell’ambiente autentico dei contadini, l’ho imparato negli anni, non senza aver maledetto, la mia provenienza. Ho imparato ad osservare, a vedere il dettaglio, capire le differenze, con il filtro dell’emozione e con quello della cultura. Ho imparato a riconoscere il tempo, il suo ritornare e dipanarsi sotto le nostre mani e attraverso i nostri occhi. Conservo e colleziono per passione gli oggetti del tempo! Uso quotidianamente teli di fiandra e di lino, ricamati e non, dei miei trisavoli; custodisco gelosamente il lavoro di chi mi ha preceduto da 150 ad oggi e osservo mia madre incredula, per quel che riesce a fare con le sue mani “ignoranti” di cultura dell’oggi, di viaggi, di lettura, di moda, di vita..Che dire d’altro..Penelope non mancherà mai di ricordarci che il tempo ritornerà sempre e mai.

  6. Stefania Mola
    21 giugno 2010

    @Kolonistuga
    Non so se serva, ma quei fili che si intrecciano con la nostra storia personale le danno una forma, una consistenza, una trama. Riavvolgendo un filo si può ripercorrere il sentiero e la traccia – nel tempo – che ce la restituisce insieme al senso di appartenenza. Non so se serva, ma è importante.
    Anch’io mi reputo fortunata. Anch’io credo che Penelope sia una figura ben più complessa di quella restituitaci da una tela fatta e disfatta per vent’anni.

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Questa voce è stata pubblicata il 26 maggio 2010 da in Francesca Rigotti con tag , .

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