Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Il nome nella rosa

Nell’Iliade appaiono due modi di rappresentazione. Il primo si ha quando Omero descrive lo scudo di Achille: è una forma compiuta e conchiusa in cui Vulcano ha rappresentato tutto quello che egli sapeva e che noi si sa su una città, il suo contado, le sue guerre i suoi riti pacifici. L’altro modo si manifesta quando il poeta non riesce a dire quanti e chi fossero tutti i guerrieri Achei: chiede aiuto alle muse, ma deve limitarsi al cosiddetto, e enorme, catalogo delle navi, che si conclude idealmente in un ‘eccetera’. Questo secondo modo di rappresentazione è la lista o elenco.

Da quella della spesa a quella dei buoni propositi, non c’è cosa che ci riguardi capace di sfuggire ad una lista, prima forma di organizzazione e classificazione, che la si voglia indicare come elenco, catalogo, enumerazione. E tuttavia non basta a illuderci di avere sotto controllo il mondo. C’è sempre un eccetera che impedisce di chiuderla, una vertigine che fa di ogni elenco – verbale o figurativo che sia – una “lista aperta”: nel caso decidessimo di cominciare ad enumerare l’infinito oggettivo delle stelle. E quell’eccetera – necessario – «ci pone, se ci mettiamo nella condizione di cercatori audaci e curiosi, in un punto d’osservazione che è al tempo stesso tremendo e carico di opportunità. È come se ci sistemassimo sul limitare del mondo finito (della lista) per lanciare il nostro sguardo verso l’ignoto, di ciò che è al di là del conosciuto, che va oltre il classificato, con la speranza di trovare un altro passo ubriaco verso quello che non sappiamo».

È la vertigine dell’indicibile, topos presente già in Omero – «quando mancano parole, lingua e bocca» – su cui il libro di Eco si sofferma: il lato oscuro delle liste, quello che sfugge al controllo fino a scivolare nell’enumerazione caotica, apparentemente violando ogni regola di ordine. Un timore di “non poter dire tutto” che vale per le liste di oggetti raffigurati, per le liste di nomi o di luoghi, per gli elenchi incompiuti come quelli dell’Aleph di Borges, tutti governati da un necessario eccetera che li lascia immancabilmente aperti.

Il percorso, che Eco traccia affidandosi ad una straordinaria antologia di testi (da Aristotele a Zola) e immagini (da Altdorfer a Warhol), si snoda toccando liste più o meno familiari; nell’averle riunite insieme – nelle stesse pagine, legate ad un unico filo, in una vertiginosa “lista di liste” – sta forse il segreto dell’emozione che coglie il lettore stimolandolo a rileggere con avidità – e un principio di capogiro – autori archiviati nella sua personale biblioteca (e/o pinacoteca) ma anche mai incontrati prima.

È l’occasione per riconsiderare l’elenco visivo – quando la pittura rappresenta solo una parte, circoscritta dalla cornice, di un insieme più difficilmente numerabile – ricondotti a quella forma di abbondanza, varietà e impossibilità di enumerazione insita anche in certe nature morte olandesi. Il principio dell’elenco infinito che serpeggia anche nel Bolero di Ravel, una sorta di “labirinto aperto” – che potrebbe sembrare un ossimoro visto che il labirinto è concepito come forma e spazio concluso: ma chi lo percorra sa che si tratta di una erranza mai conclusa, di «un elenco non lineare che si riavvolge a gomitolo su se stesso», come l’infinito catalogo delle navi nello scudo di Achille ma anche come Los Angeles, città-territorio, città «eccetera» senza centro e quindi sempre periferia di se stessa.

O le liste di mirabilia, il lato strettamente poetico dell’elenco, puro catalogo dell’immaginario, flatus vocis. Come quelle degli Otia imperialia di Gervasio di Tilbury, in gara con Il libro degli esseri immaginari di Borges. Ma quanto è labile lo scarto tra liste pratiche e liste poetiche? La vertigine di questo libro lascia intendere che sia l’intenzione con cui le contempliamo a distinguerle: esiste un effetto poetico “dell’incompiuto” che è proprio delle lunghe liste, ad esempio i cataloghi delle biblioteche. Così come una lista libresca stordisce scrittori e bibliofili, fino ad apparire come fascinosa rappresentazione del paese di Cuccagna o dei desideri.

E se il catalogo di un museo resta una lista pratica e necessariamente finita, non così la raccolta in sé, aperta all’accrescimento. Straordinariamente pertinente, in materia, è la Wunderkammer: quando le “meraviglie” non sono più semplicemente esotiche e di provenienza lontana ma pescano nei recessi del corpo umano e dei suoi misteri, andando a comporre una lista oggettuale che esprime il sogno della conoscenza scientifica totale.

Dalla forma alla de/formazione, si giunge all’eccesso degli enormi elenchi stilati contro ogni esigenza di ordine, alle enumerazioni caotiche ed assolutamente eterogenee alla Rabelais, alle «accozzaglie assurde» de I meteoriti cosmicomici di Calvino, stilate per divertimento e desiderio di indovinare quel legame misterioso immaginato tra oggetti il più possibile incongrui. È la coerenza nell’incontinenza che lo stesso Eco conosce benissimo e volentieri ha praticato nei suoi scritti più famosi in nome del piacere del suono delle parole e del gusto per l’affastellamento. A lui e a questo voler dire “per eccedenza” (agli antipodi dell’indicibile omerico) si affiancano festosi – tra i tanti – Joyce e ancora Borges. Siamo a un punto in cui la lista è un modo per rimescolare il mondo, accumulare proprietà, creare nuovi rapporti tra cose lontane, minare quelli accettati dal senso comune. Altro che ordine e controllo del mondo!

Fino ad arrivare alla Madre di tutte le Liste. Internet. Lista infinita per definizione (in quanto in continuo sviluppo), ragnatela e labirinto, promessa di vertigine virtuale «senza più distinzioni tra verità ed errore». Il solito Borges se la ride appollaiato in disparte su qualche scaffale del suo paradiso: ché se proprio parliamo di contenitori di liste infinite o dispositivi capaci di produrne la Biblioteca di Babele resta il modello letterario per ogni lista di vertigini degna di questo nome.

Il capolinea del libro è in pendenza vertiginosa, tanto per restare coerenti: con il delirio di una lista che contenga, tra gli elementi da classificare, anche l’insieme di quelli classificati dalla lista stessa; e dove l’eccetera non la lasci aperta, ma si inserisca qua e là tra gli elementi elencati, a suggerire la possibilità combinatoria che sfida ogni criterio di insiemistica. Sorge legittimamente il dubbio che la vertigine della lista sia l’estremo tentativo di una legittima difesa: dai guasti del tempo, dai limiti della nostra memoria, ma anche dalla necessità dell’oblio, quasi sempre intempestivo nella nostra vita.


Umberto Eco
Vertigine della lista
Bompiani, Milano 2009

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4 commenti su “Il nome nella rosa

  1. gabrilu
    25 giugno 2010

    Sulle liste e l’ossessione tassonomica, imperdibili i capitoli di “Le parole e le cose” di Foucault.
    In questo momento mi trovi particolarmente sensibile al tema, visto che sto leggendo un romanzo (ma sarà poi un romanzo?! O un’autobiografia romanzata?!) in cui di liste ed elenchi ne trovo a bizzeffe, una pagina si e l’altra pure.

  2. Stefania Mola
    2 luglio 2010

    @gabrilu
    Sono sempre stata affascinata, per motivi legati ai miei studi, soprattutto dalle liste visive (dipinti affollati di personaggi, di oggetti sparsi o accatastati) che istigavano ad immaginare la moltiplicazione all’infinito di storie e di eccetera. Ho apprezzato solo in un secondo momento gli elenchi verbali, di cui d’altronde i miei autori preferiti sono tutti portatori insani e incontinenti.
    Dunque, mi associo alla tua “sensibilità” e ribadisco il mio entusiasmo verso questo libro di Eco che ha tra i suoi meriti l’aver riproposto e antologizzato, sezione per sezione, passi letterari e brani pittorici che altrimenti sarebbe venuta ugualmente voglia di rintracciare (andandoli a pescare dagli scaffali o da chissà quali altri recessi della memoria, con maggior fatica ma identica soddisfazione).

    Un saluto affettuoso 🙂

  3. Nino
    4 luglio 2010

    Perchè si commenta un libro? Almeno due le risposte che estraggo da un possibile elenco. La prima riguarda il lettore: chi legge intesse prima di tutto un dialogo interiore (e intellettuale) con il libro, non resistendo, poi, alla tentazione di parlarne con amici e “affini”(avrebbe detto Totò).
    Il secondo motivo riguarda la sfera della “utiliità” della letteratura. Un buon commento aiuta chi non ha letto un libro a farsene un’idea, ad interessarsene, se è il caso.
    Devo quindi ringraziarti, Stefania,
    per aver commentato l’ultmo libro di Umberto Eco. Non l’ho letto. Mi è solo capitato di assistere alla presentazione fattane da Eco a “Che tempo che fa” e di aver letto alcuni articoli di giornale al riguardo. Questo tuo bel commento ha riacceso in me la curiosità per l’ultimo volume di Eco: (mi)prometto che lo leggerò.
    Permettimi solo qualche osservazione molto a margine. A me è capitato di scorrere elenchi e schedari e inventari di bilbioteche e Archivi: la lettura stesssa andava molto oltre la fredda elencazione. Ogni titolo, ogni autore, ogni documento, infatti, si trasformava, nella mia mente, in tanti punti interrogatrivi, tante curiosità, tante storie.. Possiamo dire link ante litteram?
    La seconda osservazione riguarda internet, che veramente è “babelico” (à la Borges): anche se finito, è un elenco in continuo divenire, oltre che una misura della nostra ignoranza: mai leggeremo tutti i contenuti della rete.
    Un saluto
    Nino

  4. Stefania Mola
    9 luglio 2010

    @Nino
    Le mie ragioni – è vero – assomigliano proprio a quelle che dici tu: “commentare” è semplicemente essere liberi di cogliere una sfumatura che ci ha colpito, uno spunto, un personaggio, un rimando a qualcosa che appartiene alla nostra esperienza. Senza l’obbligo di schedare e vivisezionare la nostra lettura, e con la licenza di “tralasciare”. La palla passa così agli “affini” e a quello che potranno e vorranno aggiungere per ricomporre la complessità e la molteplicità che ogni libro offre.

    Cosa che hai fatto anche tu: con l’osservazione sugli inventari di biblioteche e archivi, magnifici ipertesti che moltiplicano all’infinito i rimandi e le storie. Quanto alla babele di Internet, ti confesso che lo sconforto non mi viene da lì, ma proprio dai libri cartacei. Posso accettare senza drammi di non partecipare al continuo divenire della rete, mi è più difficile rassegnarmi all’idea che mai potrò divorare – neppure nelle proporzioni di uno spuntino – l’immenso patrimonio di saperi cui i libri che leggo con l’ansia di ogni condannato mi rimandano continuamente. Più leggo, più mi sfuggono i confini e più mi fagocita la concretezza dell’infinità (cui – ahinoi – nessuno ci ha ancora invitato a far parte). 🙄

    Grazie 🙂

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