Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Pa[e/s]saggi

Si può dunque viaggiare non per sfuggire a se stessi, cosa impossibile, ma per ritrovarsi. Il viaggio si fa allora un mezzo, simile agli esercizi corporali per i Gesuiti, all’oppio per i buddisti e all’alcool per i pittori. Una volta che ce ne siamo serviti e che abbiamo raggiunto lo scopo, spingiamo col piede la scala che ci è servita a salire. […] e questo «riconoscimento» non è sempre alla fine del viaggio: in verità, quando avviene, il viaggio è finito. È quindi senz’altro vero che nelle immense solitudini che un uomo deve attraversare dalla nascita alla morte, esiste qualche luogo, un istante privilegiato in cui la vista di un paese agisce su di noi […] e quando dinanzi a una città sconosciuta si resta attoniti come davanti a un amico dimenticato, è l’immagine più autentica di se stessi che si contempla.

[…] Quel che avrebbe dovuto colmarci scava in noi un vuoto infinito. I luoghi più belli, le più belle rive sono disseminate di cimiteri che non sono là per caso; vi si legge il nome di coloro che sono stati presi dal panico dinanzi a tanta luce proiettata dentro se stessi.

(Jean Grenier, Isole)

Chi fatica aspramente fra una terra ingrata e un cielo cupo, può sognare un’altra terra in cui il cielo e il pane saranno leggeri. Spera. Ma quelli che la luce e le colline colmano a ogni ora del giorno, non hanno più nulla in cui sperare. Possono soltanto sognare un altrove immaginario. Gli uomini del Nord così fuggono verso le rive del Mediterraneo, o nei deserti della luce. Ma gli uomini della luce, dove potrebbero fuggire […] ?
(Albert Camus, dalla Prefazione)
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Questa voce è stata pubblicata il 27 luglio 2010 da in Albert Camus, Jean Grenier con tag , .

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