Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

L’avvelenata

Era l’unica, Filumena… che io le ho cercato aiuto con gli occhi, e non potevo veramente dire, non potevo! Doveva essere lei, che era la più grande, a venire a vedere, quando mi domandava: «Ma che tieni? Parla». Ma io che dovevo parlare?! Tu eri un santo per lei. E quella cosa non doveva, non poteva esistere… Quella cosa che si è mangiata giorno dopo giorno tutta la nostra casa, papà, il mio corpo, la mia anima, gli occhi di chi ci guardava, i muri delle pareti, il basilico delle piante. Quella cosa oscura che nessuno la poteva nominare, un pozzo che un bel momento si è aperto proprio in mezzo alla nostra casa, e tutti dovevamo girarci intorno e fare finta che non c’era. Eppure il pozzo stava lì, e più noi facevamo finta  di non vederlo e più quello si ingrossava, si gonfiava, buio, fetente, e risucchiava ogni pensiero, ogni gesto […] e si divorava tutto, come un cane ringhioso, un pezzetto di vita ogni giorno, che tu non te ne accorgevi, un poco alla volta, fino a che dentro quel ventre non fu risucchiata ogni cosa.

Piccola S.,
non puoi sapere quanti luoghi e quanti paesi come il tuo somigliano a Mangiamuso quando scrivono una storia corale di violenza domestica e silenzi.
Quando le tarante mordono costringendo a ballare per potersi liberare dal male.
Il male segreto che era di Archina – ma anche tuo, cinquant’anni dopo – qualcosa da nascondere, un segreto indicibile ballato per tre giorni sino allo sfinimento.
Quando non c’era cura – se non la musica ossessiva dei tamburelli – che potesse tenere a bada l’infelicità e avvicinare a quella zattera che solo ogni tanto ci passa di fianco, giusto il tempo di avvinghiarcisi prima di perderla di nuovo.
Ora come allora è una storia di avvelenatori e di avvelenati, ragni di forme domestiche e un sottobosco di violenze taciute che nessuna sommaria giustizia postuma potrà sanare.
Tu non ne hai avuto il tempo, ma a volte quello che non può essere detto lo si può ballare.

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4 commenti su “L’avvelenata

  1. giacinta
    19 ottobre 2010

    Bellissimo post, Grazie!
    L’immagime del pozzo è davvero giusta per rappresentare il gorgo oscuro che risucchia la volontà stessa di esistere.

  2. Stefania Mola
    20 ottobre 2010

    @giacinta
    Grazie a te 🙂
    Questa terra che oggi è sotto riflettori dell’orrore (soprattutto mediatico) è crivellata di pozzi che ne ricordano la sete atavica e la necessità di raccogliere ogni goccia d’acqua prima che essa venga inghiottita dalla terra. Qui i fiumi sono sotterranei, scavano voragini ed enormi canyon facendosi strada fino al mare. E quel pozzo/metafora richiamato da Teresa De Sio nella sua storia così vicina alla cronaca di questi giorni non può che ricordare il doppio binario (reale e simbolico) su cui corre la vita.
    Di certo amore avvelenato si dice oggi anche qui, seguendo la suggestione dei luoghi. Ma non spiega tutto, non colpe o rimorsi, né il nostro smarrimento.

  3. Patrizia
    26 ottobre 2010

    Cara Stefania,
    ho seguito la scia che hai lasciato. Mi è piaciuta molto l’intervista a Teresa De Sio e penso che il suo romanzo sia senz’altro una lettura da fare.

    Il pozzo come metafora della vita è uno strumento per sfiorare la conoscenza dell’animo umano e della sua complessità.

    Il pozzo mi ricorda un’altra storia, completamente diversa da questa, ma anch’essa carica di tragedia. E fu proprio lì che la televisione iniziò a diventare quella che è oggi.

  4. Stefania Mola
    26 ottobre 2010

    @Patrizia
    Carissima,
    quella storia la ricordo bene anch’io. Lontana com’ero (e come sono) dalle ossessioni mediatiche, seguii quella storia terribile senza morbosità. Solo con una grande tristezza. Una notte di televisioni e pozzi in bianco e nero e di prossimità emotive: era un bambino, aveva l’età dei miei fratelli. Certo, nessuno sapeva che da quel momento neppure la morte sarebbe più stata garanzia di un riposo in pace…

    Il libro di Teresa De Sio ti piacerebbe. Anche se racconta di tempi e geografie distanti, porta a riflettere su tante cose che ancora ci riguardano.

    Ti abbraccio (e ti riprendo prestissimo via mail, conto sul lungo weekend…)

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Questa voce è stata pubblicata il 18 ottobre 2010 da in Teresa De Sio con tag , .

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