Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Ogni cosa alla sua stagione

L’eterna giovinezza artificiale ci candida al museo delle cere: non ha molto senso. L’uomo può aspirare a una bellezza straordinaria: io l’ho scorta in monaci novantenni del Monte Athos, dell’Oriente o anche dell’Occidente, gente che non ha mai pensato di modificare neppure una ruga. La giovinezza ha una sua bellezza, lo sappiamo tutti, ma poi bisogna anche accettare che il corpo prenda le forme dettate da quell’orologio implacabile che è il tempo.

Sfido chiunque a non restare affascinato dallo sguardo di Enzo Bianchi: nei suoi occhi si leggono un’intera vita, la memoria, la terra, le stagioni. Enzo Bianchi conosce il profumo dei tigli e delle piante aromatiche, la gioia dello stringersi in compagnia accanto a un camino acceso, la trepidazione dell’attesa, le virtù del vino, il valore del convivio e la dolcezza dell’amicizia. Sa che le dimensioni della tavola, in una casa, raccontano – prima che di un luogo su cui consumare cibo – uno spazio per stare insieme in un rito privo di competizione.

Enzo Bianchi conosce l’incanto dei giorni fatti di aromi, focolari, presepi e memoria. Che ci regala con ponderata levità – se mi è permesso l’ossimoro – raccolti in una sorta di breviario di taglio trasversale attraverso le stagioni vissute e, soprattutto, attraverso i luoghi e le persone che gli hanno riempito la vita e l’anima, il cui personale punto di vista diventa osservatorio privilegiato dal quale leggere e capire il mondo.

Ne vien fuori che il mestiere non è tanto vivere quanto imparare a farlo, fino a imparare ad amare l’autunno esercitando l’arte del congedo, la sapienza di un progressivo e necessario distacco: con lo sguardo oltre i luoghi, oltre l’orizzonte consueto, oltre gli schemi illusori che limitano l’esistenza. Con la gratitudine di colui che, sapendo di amarla ma di doverla lasciare, bacia la terra, ogni giorno.

Ogni cosa alla sua stagione sottintende un pensiero importante: ci restituisce al tempo, cui noi tutti apparteniamo (quand’anche pensassimo di possederlo) insieme alle cose della nostra vita. E ci restituisce a noi stessi in tre imperativi di millenaria tradizionefuge, perché prima o poi si scopre che il luogo in cui si vive non basta; tace, perché il silenzio sa restituire significato a ogni parola; e infine quiesce, il tempo della riconciliazione che si conquista ricomponendosi al di là dell’inessenziale, senza tralasciare nulla.

Sono le ragioni della cella (intesa non solo nel senso monastico che appartiene all’esperienza di Enzo Bianchi) – luogo inviolabile dell’habitare secum nel quale il libro si apre e si conclude – del suo orizzonte aperto sul mondo, su di sé, sulla relazione intima con tutte le cose e su quel coelum con cui – secondo Guglielmo di Saint-Thierry – condivide la comune radice di celare. Dove reimparare ad abitare il tempo, ritrovare la voce nascosta e perduta di sé e ritessere la fragile rete di relazioni interpersonali che dà un senso ai nostri giorni e alla nostra necessaria solitudine.

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13 commenti su “Ogni cosa alla sua stagione

  1. giacinta
    26 gennaio 2011

    Anche se non c’è niente da aggiungere al tuo bellissimo post, penso di poter sfuggire al secondo imperativo almeno per salutarti e ringraziarti della lettura rigenerante.
    Con amicizia,
    Giacinta

  2. Stefania Mola
    26 gennaio 2011

    @giacinta
    Ti ringrazio, carissima. È un libro che ti riconcilia con i bisogni più autentici, soprattutto se non ci si lascia fuorviare dal particolare che l’autore sia una persona che ha fatto una scelta di vita monastica. Sono riflessioni assolutamente condivisibili, ancor più se si è stanchi dei disvalori che l’andazzo quotidiano vorrebbe far passare per indispensabili. Una voce sommessa e rassicurante in un mondo in cui si fa a gara a chi urla più forte…

    Ricambio l’amicizia, di cuore.

  3. Josè Pascal
    26 gennaio 2011

    Toc toc, si può?

    Passeggiando di qua e di la per le vie del web, mi sono imbattuto fra le righe di questo interessante blog.

    Scrivo per passione con lo pseudonimo di Josè Pascal (figlio del fu Mattia Pascal e Ederì Buendìa discendente del grande colonnello Aureliano Buendía).

    Al che mi chiedo: ti va di arricchire la mia scatola di latta con le tue idee e semplici storie?

    Spero di ricevere tue notizie e che la vita ti sia gaia.

  4. Stefania Mola
    26 gennaio 2011

    @Josè Pascal
    Caro Josè Pascal,
    purtroppo – come ti avevo già risposto il mese scorso, quando sei passato da questo blog la prima volta – sono costretta a declinare il tuo gentile invito. Ho pochissimo tempo, e quando ce l’ho provo a scrivere qualcosa qui. La vita può essere gaia, ma purtroppo solo a condizione di patteggiare e rinunciare a qualcosa. 😀

    Grazie di nuovo.

  5. Nela San
    31 gennaio 2011

    Venerdì ho visto a Le invasioni barbariche (una delle poche trasmissioni che guardo, se ne vale la pena) l’intervista fatta a Bianchi dalla Bignardi. Ebbene, mi sono detta che, a parte sentire parlare lui, avrei anche potuto togliere l’audio quando parlava la conduttrice “bon-ton”. Io, di Bianchi, già sapevo quasi tutto.

    Brava Stefania e grazie di queste recensioni meravigliose.
    Nela San

  6. Stefania Mola
    31 gennaio 2011

    @Nela San
    Carissima, confesso di non guardare Le invasioni barbariche, non per chissà quale pregiudizio ma solo perché trovo tremila tentazioni più interessanti prima di arrivare (eventualmente) al divano e azionare il telecomando. Se vengo a sapere per tempo della presenza di un personaggio che mi interessa in una di queste trasmissioni, cerco comunque di impegnarmi. Insomma, per Bianchi l’avrei fatto. Per la Bignardi… ehm… no. 😀

    Sei troppo gentile verso i miei appunti.
    Un abbraccio.

  7. angie
    1 febbraio 2011

    L’ho ascoltato pochi anni fa a Modena, una esperienza ricca di emozioni e poi tanta tranquillità
    Ciao bellissima

  8. Stefania Mola
    3 febbraio 2011

    @angie
    Non ho mai avuto la fortuna e l’occasione di ascoltarlo, ma lo leggo da tempo, seguendolo soprattutto nelle rubriche che porta avanti su diverse testate (stupendi sono i suoi articoli su Luoghi dell’infinito, il bellissimo mensile patinato dell’Avvenire).

    Un abbraccione, sei sempre cara.

  9. Nino
    9 febbraio 2011

    Molte le riflessioni e le suggestioni che solleva questa tua recensione.
    Enzo Bianchi è uno di quegli autori di cui mi riprometto sempre di leggere un libro, ma… ce n’è sempre un altro da finire. Per comensare leggo i suoi testi on line. Comunque, per la prossima estate, promesso: leggerò Ogni cosa alla sua stagione.
    Concedimi due brevi riflessioni.
    La prima riguarda la quiesce, il tempo della riconciliazione. MI sembra che per altre vie Bianchi giunga al recupero del proustiano del tempo, che però è tempo “ritrovato” e “fissato”, “luogo” che la memoria ha fatto affiorare. In ogni caso, un luogo di arrivo. Il tempo della riconciliazione di Bianchi è anch’esso un “luogo” da cercare, ma, a differnza di Proust, mi sembra che sia una dimensione più da vivere che da contemplare.
    La seconda riflessione riguarda proprio la rievocazione del passato fatta da Bianchi. A tratti mi sembra di leggervi il risvolto reale di alcune poesie di Luzi (Nell’imminenza dei miei quarant’anni, osteria, come deve, Notizie a Giuseppina…, ecc.): un senso di solitudine e di raccoglimento al tempo stesso; vita quotidiana di assoluta essenzialità che però si adagia al tempo.

    Saluti
    Nino

  10. Nino
    9 febbraio 2011

    Chiedo scusa a tutti: nel testo che inviato ci sono alcuni errori di battitura.

    Nino

  11. Stefania Mola
    11 febbraio 2011

    @Nino
    Grazie per queste riflessioni, e sappi che sei scusato in tutto non foss’altro che per l’orario (da lupi) in cui hai scritto 🙂

    Quanto al quiesce, lascio la parola a Bianchi stesso – nel passaggio che più mi ha colpito, quello in cui spiega l’obiettivo cui si giunge attraverso gli altri due imperativi, viaggiando in parallelo al concetto di vacanza (correntemente associato ad un vacuum spesso troppo “pieno” di inutilità): «Le vacanze nel loro stesso nome ci invitano a questo: vacare significa “tralasciare”, “smettere”, discostarsi da un ritmo quotidiano per ritrovare l’autentica vita interiore, è un uscire da quello che facciamo per rientrare in quello che siamo, un far tacere quello che ci assorda per tornare a utilizzare l’orecchio del cuore».
    E ancora: «Rappacificarsi è esito del distacco e del silenzio, ma è anche un atteggiamento che va assunto consapevolmente; il riposo ha qui il suo significato primario di rinfrancarsi dalle fatiche, ma per essere autentico non può mai separarsi dal trovare la calma e la pace e dal cercare la riconciliazione: tra noi e la nostra vita, tra noi e i nostri enigmi, tra noi e gli altri […] Il riposo è occasione per esercitarsi alla macrothymia, al “pensare in grande” […] un’esigenza fondamentale che molti oggi cercano di colmare con tecniche di distensione e rilassamento, coltivando l’autostima e l’amore di sé. Ma nessuna tecnica può riuscire là dove non si è capaci di trovare pace in se stessi, dove non si vuole faticare per discernere nel profondo del cuore cosa impedisce all’amore di sbocciare. Solo un amore riconosciuto come dono può crescere, dilatarsi fino a suscitare quella gioia che affinata può essere confermata, quella speranza che cantata diventa promessa, quella saldezza che impedisce di essere turbati».

    Dici bene: un tempo da vivere, più che da contemplare.

    Quanto alla coincidenza con Luzi e con le poesie che tu citi la trovo – in entrambi – soprattutto in una rievocazione del passato sempre saldamente ancorata al presente. I ricordi non pesano ma spingono a proseguire la ricerca di un senso, la luce in fondo al tunnel, a farsi una ragione di ciò che è perduto senza lasciarsi imbrigliare da ciò che è stato. Al di là del Bianchi priore di Bose e del Luzi “poeta cristiano”.

    Grazie ancora. 🙂

  12. cristina aicardi
    16 aprile 2011

    passo, per salutare, dopo quasi due anni di assenza dalla blogsfera e cercando chi scrive di libri, soprattutto di donne che scrivono di libri, ricapito da te, ti ritrovo, sempre in forma e brava e la cosa mi fa piacere
    ti mando un carissimo saluto

    cris khinna

  13. Stefania Mola
    20 aprile 2011

    @ Cristina

    Mi fa piacere e ti ringrazio delle tue parole. Faccio molto meno di quel che vorrei, su questo blog… Ma sei la benvenuta, ogni volta che vorrai. 😀

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Questa voce è stata pubblicata il 25 gennaio 2011 da in Enzo Bianchi con tag .

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