Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Le Beatrici

Una Beatrice dei nostri tempi (dantesca nei geni ma riveduta e scorretta) in un gioco di specchi che ne moltiplicano l’immagine: dunque un’adolescente crudele, una presidentessa che si nutre dei propri operai in esubero, una suora ironicamente ninfomane, una donna che vive d’attesa, un’anziana signora incattivita dall’età, una vecchietta sognatrice e una licantropa.

Ad ognuno la sua Beatrice, e in tutto otto monologhi al femminile, due canzoni e sei poesie. Un insieme di invettive, sproloqui, intrighi amorosi, sentenze, confidenze, sogni istigati da un’ironia amara, ma soprattutto un accavallarsi di voci tra teatro e realtà quotidiana. Voci gentili, fascinose, bizzarre, spiazzanti, che mentre ascolti non sai quel che diranno nella battuta successiva; pronte a lasciarti lì, senza aspettative, senza la volontà di assecondare il lieto fine ad ogni costo.

Beatrice non sopporta Dante e rivendica d’essere una donna, non una serenata; la Mocciosa mostra una superficialità e un’aridità irredimimibili alternate a sprazzi di pura poesia; gli scrupoli sono solo un lontano ricordo per la Presidentessa, donna in carriera d’un cinismo senza uguali; suor Filomena, poi, si affida a un repentino cambio del timbro vocale per stanare il demone lussurioso che la abita e la agita. Più amare le riflessioni della donna che vive d’ansia e d’attesa, della vecchia bisbetica, della sognatrice abbandonata alla compagnia del televisore e di Mademoiselle Lycanthrope: sono gli universi – coincidenti eppure infinitamente lontani tra loro – di chi attende un rumore di passi o semplicemente la luna e di chi – accantonati sogni, ricordi, fantasmi e riflessi di desiderio – non aspetta più nulla e nessuno.

Voci che manifestano ribellione alla consuetudine attraverso tutte le gradazioni del paradosso, chiudendo il cerchio con Quello che non voglio, una dedica dell’autore a Fabrizio De André – da poeta a poeta – in nome di tutte le ribellioni contro ipocrisie e apparenze. Le Beatrici, donne senza tempo eppure così tenacemente vicine a noi, sono quanto di più distante si possa immaginare dall’harem di nani e ballerine della nostra cronaca recente. Non sono a disposizione, o hanno smesso di esserlo, sottraendosi a un ruolo deciso da altri. Ma con i nostri tempi condividono la crudeltà e la solitudine capaci di divorare ogni cosa fino a illuminarne il punto debole: Non esiste pace per noi. Esiste un tempo sospeso, talvolta felice, tra due attese […] Tutti aspettano nella vita, è vero. Ma ci sono persone, soprattutto noi donne, che non fanno altro che aspettare […] C’è follia in questo? Sì, c’è, spesso. […] perché… perché non senti la mia attesa?


Stefano Benni
Le Beatrici. Monologhi teatrali e poesie varie
Feltrinelli, Milano 2011

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Questa voce è stata pubblicata il 3 febbraio 2011 da in Stefano Benni con tag .

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