Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Altri viaggi

Sembrano memorie sparse, brevi appunti presi in cammino, inadeguati a un resoconto, insufficienti per una guida, troppo disaggregati per un libro. Ma in quei viaggi Tabucchi – come tutti quelli che da piccoli hanno inaugurato l’infinito partire salpando alla volta dell’Isola del tesoro – traccia altre mappe (un planisfero speciale, alla fine del volume) fugando ogni dubbio sul fatto che si possa viaggiare semplicemente per scriverne e sgranando una ad una le innumerevoli sorprese di un mondo ben lontano dal risolversi tutto nel “villaggio globale”. Se solo pensassimo che non ci sia più cosa alcuna di cui meravigliarsi basterebbe sfogliare un atlante di quando eravamo bambini: perché la geografia è mutevole, i confini si spostano, le coste e i ghiacciai modificano il loro profilo, i fiumi la loro portata e il loro corso… E anche noi cambiamo: nel “leggere” un luogo, nell’accoglierlo o respingerlo, nel riconoscervi – o meno – una parte di noi smarrita o ignota. Fino a rimpiangere i viaggi mai fatti – e mai scritti, se non in un segreto alfabeto custodito dai sogni.

Vien voglia di prender nota – leggendo – della vecchia fonda madrilena dove «si sta bene» e «si mangia a tavoli di legno grezzo senza tovaglia, segnati da innumerevoli cerchi di bicchieri che da anni vi sono stati posati prima del vostro»; dei piccoli alberghi di charme di Mougins, in Provenza, dove tra olio, lavanda, miele e altre specialità l’unico prodotto che non si compra e non si vende è il silenzio; dell’aroma sorprendente che timo, lauro, rosmarino, origano, finocchio, zafferano pare abbiano solo a Creta. Ed anche di quel giovane e sconosciuto Borges che nel 1923, con un gesto d’avanguardia, diffondeva il suo libretto intitolato Fervor de Buenos Aires infilandolo – non visto – nelle tasche dei cappotti dei letterati argentini.

E vien voglia di condividere in toto la fatica del calarsi nel mondo con gli occhi altrui, del conoscere e del capire l’altro da noi che è l’essenza del viaggiare – orizzontalmente – sulle vaste superfici di oceani e terre emerse. Ma fin dalle prime pagine ciò che vorrebbe essere sfondo balza in primo piano. Sono gli altri viaggi, quelli che il titolo suggerisce e il racconto restituisce tra le righe, fatti di storie letterarie e geografie immaginate. Sono i percorsi verticali, gli autori, i libri, i personaggi evocati dai luoghi e dai viaggi effettivamente compiuti, quelli che dimostrano come la vita non basti, che rendono il divano di casa un vascello pronto a salpare e l’innocuo lettore un incallito girovago dell’altrove con il viaggio dipinto sul volto.

E che ti fanno incontrare Mahfuz al Cairo, Pessoa a Lisbona, Valéry nel mare che si ripete in Linguadoca, Ungaretti in Egitto, la Szymborska a Kyoto, Sophia de Mello in Grecia – dove «attraverso le pietre, le pigne, le resine, acqua e luce» si coglie il profondo legame che intercorre tra l’uomo e le cose, il conte di Montecristo e l’abate Faria a Goa, Cortázar nelle sale di Paleontologia del Jardin des Plantes a Parigi, Borges («già ammalato di metafisica») a Buenos Aires – di cui canta «le albe, le notti, la musica, piazze dechirichiane dove il tempo pare assente», Mercè Rodoreda a Barcellona, su una delle panchine di piazza del Diamante… Viaggiando per interposta persona.

Immancabile, la nostalgia del viaggiatore fa capolino tra le pagine insieme al paradosso: perché la saudade, intraducibile e antica tensione verso il ricordo di un bene perduto o l’assenza di un oggetto amato, riguarda anche un tempo non ancora esperito e il rimpianto nei confronti di ciò che si sta per perdere. Quella nostalgia del futuro di cui Borges scriveva in un passaggio del suo Atlante: «sento già la nostalgia di quel momento in cui sentirò la nostalgia di quel momento». Sicché – a proposito di altri viaggi – attraverso i luoghi si finisce per approdare soprattutto a sé, con un percorso “circolare” già evocato in Notturno indiano, perché il luogo in cui si va «siamo un po’ anche noi. In qualche modo, senza saperlo, ce lo portavamo dentro e un giorno, per caso, ci siamo arrivati».


Antonio Tabucchi
Viaggi e altri viaggi
Feltrinelli, Milano 2010

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3 commenti su “Altri viaggi

  1. Nela San
    2 marzo 2011

    “Gradiva le differenze, forse per questo viaggiò tanto” è un’altra frase di Borges, da te citato in questo bellissimo post, che potrebbe ben essere un viatico prima di ogni partire.
    Inutile dire che la foto è prologo azzeccato di quanto scritto.
    Tanto per rimanere in tema: la settimana scorsa a Libsona cercavo nella Baixa una vecchia latteria, il cui interno era decorato di azulejos. Al suo posto si trovava però un più anonimo “Bondi” café (per inciso, la Bondi è un po’ come dire Lavazza o simile per i portoghesi).
    La Rua non si chiamava Saudade ma, a me, la Saudade è venuta.
    Ciao cara.
    Nela San

  2. Stefania Mola
    7 marzo 2011

    @Nela San
    Carissima,
    credo che la azzeccatissima frase di Borges che citi possa persino essere letta in modo “reversibile”, ovvero “Viaggiò tanto, forse per questo gradiva le differenze”. Nel senso che mi piace pensare – laddove non si sia così “illuminati” a priori – che il viaggio possa insegnare a gradire tutto ciò che è “plurale” nella sua “singolarità”. Anche per fronteggiare la doverosa saudade che ci coglie – insieme al disappunto – di fronte al dilagare del villaggio globale (Bondi o Lavazza che sia).
    Che voglia di Lisbona mi hai fatto tornare… 🙄

  3. Pingback: Hébhel « currenti calamo

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Questa voce è stata pubblicata il 2 marzo 2011 da in Antonio Tabucchi, Jorge Luis Borges, Robert L. Stevenson con tag .

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