Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

La venditrice di piccole cose

Ho letto questo libro un mese fa, appena prima di un breve ritorno nelle terre lucchesi in cui sono ambientati i suoi dieci racconti. E a caldo avevo scritto le mie impressioni all’Autrice, dalla quale – prima ancora di avere in dono il libro – avevo ricevuto il privilegio di seguire in parte l’evolversi di questa bella avventura. Facendo conoscenza con la signora Parrini, ad esempio, un personaggio straordinario in tutta la sua quieta e ordinaria semplicità ormai “datata”. Un personaggio emblematico per capire il senso della scelta della forma “racconto” che Patrizia Bartoli mostra di saper gestire con cognizione di causa insieme ad una padronanza della scrittura in debito – prima ancora che con il suo ruolo di insegnante – con la sua curiosità ed esperienza di lettrice.

Dieci racconti, dunque, ambientati in alcuni paesi della valle del Serchio e collocati a cavallo degli anni Cinquanta-Sessanta. Altri tempi e altri mondi, se confrontati con quelli attuali, ma sotto sotto uguali bisogni e stati d’animo fissati in quadri, storie e personaggi perfetti. Ed un’architettura d’insieme sorprendente con l’inizio e la fine segnati dalla vicenda – in due puntate – della già citata signora Parrini, che “cammina” per l’intero libro quasi affiancando le altre storie, silenziosamente: in ognuna c’è almeno un particolare che “ritorna”, che siano le tendine ricamate, il corridoio lungo e stretto, la sirena della fabbrica che segna a mezzogiorno la pausa e il ritorno per pranzo di un capofamiglia, la bottega della signora Lea… ricorrenze che fanno sembrare le storie quasi in svolgimento simultaneo mantenendo saldo (anche quando nel reale irrompe inatteso l’incantesimo – penso a Un’esile ombra e a Lo spaventapasseri) il filo rosso dei luoghi e dei tempi.

Dieci racconti pronti a vincere la sfida del confronto con tante altre cose presenti sul mercato ma incerte nella sostanza: perché dagli exempla, alle novelle, alle short stories, in principio fu il racconto, nonostante tutto. Nonostante la diffidenza di molti editori verso il genere e la presunta predilezione dei lettori (forse di quelli più pigri?) per le narrazioni lunghe. E nonostante si dica che un racconto sia più facile da scrivere: come se fosse davvero più semplice non poter tergiversare e dover lottare ad ogni riga per espandersi e «sfuggire al suo destino di brevità». Magari è più facile da leggere; scriverlo resta una sfida narrativa fatta di densità, tensione sempre alta e abolizione dei tempi morti.

Perché – come ebbe a dire giustamente Manganelli – «un racconto non è un romanzo», non ha (e non deve avere) l'”orizzontalità” di quest’ultimo, la sua costruzione complessa nei personaggi, nei tempi e nei luoghi e il suo susseguirsi di evoluzioni e rivoluzioni. La sua “verticalità” – al contrario – esige un punto focale e un’irruzione imprevedibile: un buon racconto muta continuamente strada puntando al cuore degli accadimenti e illuminando una crepa nello scorrere tranquillo dei giorni ma, soprattutto, fa i conti con l’essenziale – spesso raggiunto per sottrazioni progressive – non potendosi permettere né il superfluo né – tanto meno – la dispersione della necessaria “vibrazione” dall’inizio alla fine.

Tutto questo c’è, nei racconti di Patrizia Bartoli, e non solo perché La signora Parrini – nel lasso di poche pagine – diventa Olga, grazie a un nome (non solo su una busta indirizzata a lei dopo una vita vissuta all’ombra del nome del marito) e a una svolta imprevista. E ci sono solitudini così vere (Lo specchio, La fotografia e, soprattutto, La venditrice che dà il nome alla raccolta), di donne ma anche di uomini, fatte di rimorsi, desideri, subbugli (Rosso) e tormenti (La sera dei fuochi), e un’infinità di storie (emblematica quella di Anna) nascoste dal non detto… Con un “non dire” che mi piace. Mi piace perché è così diverso da quello con cui molta scrittura esordiente scardina di fatto il piacere della narrazione e della descrizione dilagando nella “filosofia” e nella scrittura “ombelicale” – quando non irritante e pretenziosa. La scrittura di Patrizia, al contrario, restituisce – con un garbo che rende importanti soprattutto le piccole cose – dignità, cura ed “esattezza” al racconto fatto di particolari minuti, odorosi, visibili, e su quel che tace costruisce l’attesa necessaria ad aver fame di voltare pagina.

Tanto che la “cifra” del finale aperto può lasciare chi legge parzialmente “contrariato”, e tuttavia libero di immaginare sviluppi migliori di quelli che il destino pareva aver segnato. Invitando l’autrice, in qualche modo, a riprendere quelle storie – chissà – un giorno: come se questi racconti fossero in nuce capitoli – destinati a dilatarsi o ad evolversi – di un romanzo che verrà. Ma non necessariamente. Per il momento sono capitoli di una storia collettiva fatta di fragilità e di lotte, capaci di mettere a fuoco stati d’animo incerti ed inquietudini esistenziali che ci assomigliano. Dove – esattamente come nella nostra vita – l’ultima parola non è mai scontata.


Patrizia Bartoli
La venditrice di piccole cose e altri racconti
Incontri editrice, Sassuolo 2011

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6 commenti su “La venditrice di piccole cose

  1. Patrizia
    19 maggio 2011

    Grazie!

  2. Stefania Mola
    19 maggio 2011

    Spero che il libro abbia l’attenzione che merita (se mai Internet dovesse servire a qualcosa, che serva almeno a diffondere libri, pensieri e idee).
    Intanto, come ho scritto lì da te, aspetto la cronaca della serata di ieri.
    Un abbraccio 😀

  3. AnnaF
    19 maggio 2011

    Ecco qua, messa tra i Preferiti. Un bacio 🙂

  4. Stefania Mola
    20 maggio 2011

    Tra i Preferiti dove?
    Sei irreperibile! 😕

    😀

  5. Maria Luisa Cuoghi
    8 agosto 2011

    per me è stata una bellissima scoperta !! un libro che si legge benissimo, pieno e ricco.. e scritto con una mano delicata , essenziale ma densa.
    Complimenti !!

  6. Stefania Mola
    8 agosto 2011

    Grazie!
    Girerò volentieri all’Autrice gli apprezzamenti: non potranno che farle immenso piacere. 😀

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Questa voce è stata pubblicata il 17 maggio 2011 da in Flannery O'Connor, Giorgio Manganelli, Patrizia Bartoli con tag , .

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