Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

La casa di carta

Poi […] si servono dei libri come mattoni, li tengono insieme con la calce e costruiscono muri di libri e vivono in baracche di libri.
(J. Cortázar, da Fine del mondo del fine, in Storie di cronopios e di famas)

Ne aveva parlato Bonnet a proposito di bibliomanie esemplari, preannunciando la sua uscita in traduzione italiana per i tipi di Sellerio e solleticando la mia curiosità tanto da farmi appostare in posizione strategica con vista privilegiata sulla newsletter della casa editrice. Comprato e trangugiato in un lasso di tempo brevissimo, posso unirmi a chi (contestando una copertina non particolarmente indovinata) lo ha già definito «un romanzo bellissimo e tormentato sui libri e sulla bibliofilia, come solo gli argentini sono capaci di scriverne».

Una storia che ha al centro un mitico bibliofilo, un libro misterioso deturpato da tracce di cemento e una sfortunata lettrice. Ovvero la goduria pura di una storia di libri e di come essi possano cambiare la vita, come dimostrano le peripezie dell’io narrante e le quattro impeccabili righe d’incipit:

Nella primavera del 1998 Bluma Lennon comprò in una libreria di Soho una vecchia edizione delle poesie di Emily Dickinson e, arrivata alla seconda poesia, al primo incrocio, fu investita da un’automobile.

Dopo quattro righe abbiamo (quasi) tutto: un io narrante che si accolla l’onere di capire e farci capire; un libro e un destino; e il mistero intorno a ciò che accadrà sollecitato da ciò che è appena imprevedibilmente accaduto.

Ai personaggi (pochi e tutti rigorosamente bibliofili) è affidato così il racconto che ci porta sulle tracce di Carlos Brauer, sconfitto nella battaglia contro l’avanzata inarrestabile dei libri nella sua vita e condotto alla follia dalla perdita dello schedario senza il quale la sua biblioteca – ordinata secondo un criterio di “rapporti affettivi” tra scrittori – è del tutto inutilizzabile. Brauer, bibliomane dalla salute mentale gravemente compromessa dalla sua passione, vive completamente in balìa del suo desiderio di lettore compulsivo, di conquistatore senza scrupoli più che semplice viaggiatore «che si muove in un paesaggio già scritto», intrappolato dai suoi scaffali e da quei libri che «sembravano assumere vita propria e avanzare strisciando per la casa».

Agli stessi personaggi che raccontano di Brauer si deve soprattutto l’appassionata difesa del vizio impunito per eccellenza, a cavallo tra mania di possesso e insaziabile fame di lettura, dove procurarsi un libro e lasciarlo coincidere con la propria esistenza è assai meno faticoso che disfarsene; dove si cerca il ritmo del fraseggio contemplando segretamente i sentieri verticali o diagonali disegnati dagli spazi bianchi tra le parole; dove è un’arte lunga una vita intera creare biblioteche che – ben lungi dall’essere semplici somme di libri – diventano esseri viventi, porte nel tempo («un tempo umano che altrimenti sarebbe estraneo» percorribile in poche ore) e depositarie di «solenni promesse di fedeltà».

A tal punto da indurre a trasformare i libri in mattoni e la rete di affinità e di ricordi in malta tenace, sì da condannarsi volontariamente al dolore insopportabile di una memoria sigillata, tollerando persino «un richiamo ossessionante al quale lei non può rispondere». Un equilibrio fragile che si spezza alla prima debolezza: cercare un libro, e trovarlo, chiudendo i conti – seppure fuori tempo massimo – con le trappole di un passato che non attende e non perdona.

I libri cambiano i destini delle persone. Ci fu chi lesse I pirati della Malesia e divenne professore di letteratura in remote università. Demian condusse all’induismo decine di migliaia di giovani, Hemingway ne fece degli sportivi, Dumas mandò all’aria la vita di migliaia di donne, e non poche scamparono al suicidio grazie ai manuali di cucina. Bluma ne fu vittima.
Ma non fu l’unica.


Carlos María Domínguez
La casa di carta
Sellerio, Palermo 2011

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5 commenti su “La casa di carta

  1. cooksappe
    30 luglio 2011

    forte!

  2. Nino
    26 settembre 2011

    Dopo una lunga pausa da Internet , torno a visitare il tuo blog, interessante come sempre.
    Che dire di questo tuo post dove a fatica cerchi di mantenere il giusto distacco da un libro che sicuramente ti hai letto con passione e “avidità”?
    Che mi ha suggerito la lettura di un bel libro.
    Azzardo, Stefania, senza aver letto il libro, che Domìnguez si fermi un passo prima di E. Canetti in Autodafè: non c’è la “distruzione finale”, ma destini che cambiano. Ovviamente libera di dirmi “Non è così”.
    Saluti.
    Nino

  3. Stefania Mola
    27 settembre 2011

    Caro Nino,
    premesso che la rete di rimandi, allusioni e corrispondenze di Auto da fé è certamente assai più complessa e “grave” rispetto a La casa di carta, ti ringrazio per avermi dato lo spunto per riflettere – seppur in ritardo – sull’aspetto della distruzione finale, tema ricorrente ad opera del fuoco nei racconti di ossessioni libresche o bibliomani e qui presente, anche se a margine perché schiacciata da altre “forme”.
    Soprattutto il piccone, necessario a divellere i libri sigillati dalla malta.
    Ma se ti capiterà di leggerlo scoprirai le pagine in cui si racconta – a posteriori – la successiva distruzione operata dall’acqua (marina), indugiando sul senso di disfacimento emanato dai relitti: lì dove «la letteratura universale affiorava dall’arenile con un sordido richiamo» ed ogni onda era un morso affondato nelle carni di carcasse di otarie già sfigurate dal becco degli albatri, potrai indovinare anche tu «fra il pietrisco del cemento, piccole conchiglie, licheni scuri, calcinati dal sole e di nuovo inzuppati, pagine appiccicate e rigide come cartilagini di pesci, caratteri sbiaditi e illeggibili, il dorso di un’enciclopedia, la gonfia spuma bianca di un’edizione in brossura con il taglio delle pagine ondulato e deforme».
    Nessuna apocalisse, insomma, però la volontà della distruzione finale c’è. Benché nessuno abbia visto Brauer ridere per questo, diversamente da Kien.

    Grazie, Nino, è sempre un piacere reincontrarti tra queste pagine e raccogliere i tuoi spunti. 😀

  4. barbara
    6 ottobre 2011

    Ti ringrazio per questo splendido post che mi ha spinto ad acquistare e poi divorare “La casa di carta”. Bello, bello ed anche un po’ doloroso.
    Grazie di cuore.

  5. Stefania Mola
    10 ottobre 2011

    Grazie a te, cara Barbara!
    Hai ragione ad usare l’aggettivo doloroso: è quello che ho provato leggendo proprio la parte di cui dicevo nel precedente commento, laddove l’acqua invade e intride non solo – materialmente – la casa di carta ma la stessa vicenda umana di quel personaggio di cui lungamente si parla nel libro ma che in realtà noi conosciamo solo attraverso il racconto altrui e il senso di disfacimento delle sue cose. Un paradosso: la sua solitudine, la sua follia, la sua morte ci sono date per interposto soggetto, attraverso i relitti dei suoi libri, il loro abbandono a latitudini estreme, il loro fondersi con gli elementi fino all’irriconoscibilità e all’irrecuperabilità.
    Sì, un bel libro, molto “argentino”.

    Un caro abbraccio. 😀

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Questa voce è stata pubblicata il 28 luglio 2011 da in Carlos María Domínguez, Jacques Bonnet, Julio Cortázar con tag .

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