Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Coccodrilli di terra

Il trafficante ha indicato in basso. Ho pensato che dovessimo infilarci sotto il camion, poi ho guardato bene – che è una cosa che avrebbe dovuto farmi credere a quello che stavo vedendo, ma io non volevo crederci, no – e ho capito che tra la base del rimorchio – la base che reggeva la ghiaia e le pietre – e la base del camion – dove era attaccato il semiasse, per capirci – c’era uno spazietto di, non so, forse cinquanta centimetri, o poco più. Insomma, il camion aveva un doppio fondo. Cinquanta centimetri in cui dovevamo stare seduti, con le braccia allacciate attorno alle gambe, con le ginocchia contro il petto, con il collo piegato per incastrare la testa fra le ginocchia.
Hanno riempito il doppio fondo con noi, con tutti noi, con tutti e cinquanta e passa o quanti eravamo. Non eravamo stretti, no, eravamo strettissimi. Ancora di più. Un pugno di riso schiacciato nella mano. Quando hanno chiuso, il buio ci ha cancellati. Quando hanno chiuso mi sono sentito soffocare. Ho pensato: speriamo sia un viaggio breve. Ho pensato: speriamo duri poco. Una voce si lamentava, da qualche parte. Sentivo il peso delle pietre sulla nuca e sul collo, il peso dell’aria e della notte sulle pietre, il peso del cielo e delle stelle. Ho cominciato a respirare con il naso, ma respiravo polvere. Ho cominciato a respirare con la bocca, ma avevo male al petto. Avrei voluto respirare con le orecchie o con i capelli, come le piante, che raccolgono l’umidità in aria, dall’aria. Ma non ero una pianta, e non c’era ossigeno. […] Da un certo momento in poi, ho smesso di esistere; ho smesso di contare i secondi, di immaginare l’arrivo. Piangevano i pensieri e i muscoli. Piangevano il torpore e le ossa. Odori. Ricordo gli odori, piscio e sudore. Urla, di tanto in tanto, e voci nel buio. Era trascorso non so quanto tempo quando ho sentito qualcuno lamentarsi in modo orrendo, come può lamentarsi uno cui stanno strappando le unghie. Ho pensato fosse un sogno, all’inizio, ho pensato non fosse vera quella voce rauca fusa al rombo del motore del camion, invece no. Diceva: acqua. Solo quello: acqua. Ma lo diceva in un modo che non so spiegare. […] È durata tre giorni. Non siamo mai usciti. Non hanno mai aperto.

(Fabio Geda, Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari, BC Dalai, Milano 2010)

Storie come queste possono diventare racconti, pillole talmente indorate da risultare quasi stucchevoli. E improbabili come la nostra occasionale e benestante indignazione, sempre più social e sempre meno concreta. E ancora non basta a incidere il callo della nostra autodifesa dai “frutti avvelenati della disperazione“. Storie come queste hanno talora un nome e un esito felice (12), ma il più delle volte scompaiono inghiottite dalle stive o dai flutti. Libri come questo, senza passare dal Premio Strega, dovrebbero essere obbligatori sui banchi di scuola e del Parlamento, sui comodini e nelle cabine elettorali. Altro che crociate per gli orticelli padani e i ministeri al nord: i coccodrilli stanno sulla terraferma.

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Questa voce è stata pubblicata il 3 agosto 2011 da in Andrés Beltrami, Fabio Geda con tag .

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