Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

L’analfabeta

All’inizio, non c’era che una sola lingua. Gli oggetti, le cose, i sentimenti, i colori, i sogni, le lettere, i libri, i giornali erano quella lingua.

Un’autobiografia in undici frammenti potrebbe sembrare eccessivamente scarna. Eppure sin dalle prime righe si viene colti alla sprovvista dalla assoluta densità del racconto e di alcuni nodi essenziali per la comprensione della figura di Ágota Kristóf. Un racconto imperniato su un analfabetismo non voluto che costringe a ricostruire lingua, lettura e scrittura per recuperare il senso di appartenenza perduto, lasciato nella terra d’origine insieme alla famiglia, alla scrittura segreta del primo diario, alle prime poesie.

Ricostruire, pur senza recuperare la lingua iniziale – intima e universale – fatta di oggetti, cose, sentimenti, sogni smarriti insieme al «filo d’argento dell’infanzia». Scoprendo, invece, l’impensabile esistenza di altre lingue, lingue «nemiche», da acquisire con difficoltà senza mai poterle padroneggiare, lingue d’esilio, di distanza e di dolore che lentamente uccidono ciò che resta della lingua d’origine, imposte dalla necessità di sopravvivere. E di scrivere.

Colpisce che a connotare questa “lingua materna” – e lingua della memoria – siano soprattutto gli odori e le percezioni sensoriali in genere: con l’aula del padre, maestro elementare, che «sa di gesso, di inchiostro, di carta, di quiete, di silenzio, di neve», e la cucina della madre che odora «di bestia macellata, di carne bollita, di latte, di marmellata, di pane, di biancheria umida, di pipì dell’ultimo nato, di fermento, di rumori, di calore estivo».

E che «l’inguaribile malattia della lettura» si sviluppi precocemente insieme all’istinto di raccontare storie, ben prima di quella voglia di scrivere – concisa ed essenziale come i bisogni primari – che incalzerà solo nel momento dello strappo, con il primo spezzarsi dei legami, con la separazione dall’infanzia e dagli affetti, con lo svanire delle «corse a piedi nudi per il bosco sulla terra umida» e degli «alberi su cui arrampicarsi, da cui cadere quando un ramo marcio si rompe».

Colpisce l’estremo tentativo di trattenere quelle radici, prima di addormentarsi tra le lacrime, quando «nascono delle frasi nella notte. Mi girano attorno, bisbigliando, prendono un ritmo, delle rime, cantano, diventano poesie». Colpisce la necessità di una scrittura al di sopra di ogni lingua, di ogni «integrazione» o «assimilazione» ed oltre il «deserto», il «silenzio», il «vuoto», la «nostalgia» di quella che all’esule appare come una «vita contratta, senza cambiamenti, senza sorprese, senza speranza».

Colpisce – su tutto – la consapevolezza di quell’analfabetismo che irrompe portando con sé estraneità e perdita, divorando la possibilità di leggere il mondo, le emozioni, i ricordi. E la volontà caparbia di riappropriarsi degli strumenti e dei luoghi della libertà: «Questa lingua, il francese, non l’ho scelta io. Mi è stata imposta dal caso, dalle circostanze. So che non riuscirò mai a scrivere come scrivono gli scrittori francesi di nascita. Ma scriverò come meglio potrò. È una sfida. La sfida di un’analfabeta».


Ágota Kristóf
L’analfabeta
Casagrande, Bellinzona 2005

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2 commenti su “L’analfabeta

  1. Francesca
    10 novembre 2011

    Letto di recente. Credo che la sua autobiografia, queste sue note autobiografiche, in forma romanzata, siano confluite in Ieri.

  2. Stefania Mola
    10 novembre 2011

    È vero. L’ho letto cinque anni fa e ne avevo scritto qualche riga. C’è la lingua materna e quella matrigna, c’è il nomadismo imposto dalle circostanze che costringe a continui arrivi e ripartenze. E soprattutto quel terribile sentimento di perdita di radici e di memoria che lacera una scrittura fatta di squarci e contaminazioni.

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Questa voce è stata pubblicata il 29 settembre 2011 da in Ágota Kristóf con tag .

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